Author Archives: Gerardo Tartaglia

Ue: fissato il tetto per le telefonate all’estero

Fissato il tetto massimo di 19 centesimi al minuto per le chiamate all’estero, di 6 centesimi per gli sms. A partire dal 15 maggio 2019 saranno queste le tariffe massime per le chiamate telefoniche all’interno dell’Ue. Il Parlamento Europeo ha dato il via libera definitivo al pacchetto Tlc, approvato dalla riunione plenaria a Strasburgo, confermando l’accordo provvisorio raggiunto a giugno con i ministri del Consiglio Europeo sul Codice Europeo delle Comunicazioni Elettroniche (Eecc) e sull’Organismo dei Regolatori europei delle Comunicazioni Elettroniche (Berec). Secondo la relatrice Dita Charanzová (Repubblica Ceca) “le telefonate più economiche sono una vittoria per tutti i cittadini dell’Ue e il codice offre una maggiore protezione per tutti i consumatori”.

La nuova normativa Ue del pacchetto Tlc

Le nuove norme offriranno ai cittadini la connettività ad alta velocità e renderanno le chiamate sicure e accessibili all’interno dell’Ue, garantendo al contempo la necessaria prevedibilità per gli operatori di telecomunicazioni per stimolare gli investimenti nella rete internet ad alta velocità.

La normativa, inoltre, protegge meglio gli utenti di smartphone, compresi gli utenti di servizi basati sul web, come Skype e WhatsApp, e rafforza i requisiti di sicurezza, inclusa la crittografia. Introduce inoltre il diritto di conservare il proprio numero di telefono fino a un mese dalla rescissione del contratto, e il diritto al rimborso del credito prepagato non utilizzato al momento della risoluzione del contratto, nonché un indennizzo in caso di ritardo o abuso nel passaggio a un altro operatore.

Raggiungere l’obiettivo della Roadmap Ue 5G

Secondo quanto previsto dal regolamento, gli Stati membri dovranno facilitare l’introduzione del 5G mettendo a disposizione uno spettro adeguato entro il 2020, al fine di raggiungere l’obiettivo della Roadmap Ue 5G di avere una rete 5G in almeno una delle principali città di ogni Paese dell’Ue entro il 2020.

In caso di grave emergenza o catastrofe, inoltre, i cittadini colpiti potranno essere avvisati tramite sms o applicazioni mobili. Gli Stati membri avranno 3 anni e mezzo di tempo per mettere in funzione il sistema dopo l’entrata in vigore della direttiva.

Maggiore prevedibilità degli investimenti e condivisione dei rischi

Per raggiungere il livello di investimenti nelle infrastrutture e nelle reti 5G necessario a soddisfare le esigenze di connettività, la nuova legislazione offre una maggiore prevedibilità degli investimenti e promuove la condivisione dei rischi e dei costi tra gli operatori di telecomunicazioni. Per il relatore Evžen Tošenovský (Repubblica Ceca) “le nuove norme che disciplinano il Berec consentiranno di assumere le nuove responsabilità che gli sono state affidate dalle nuove norme in materia di telecomunicazioni”.

Dopo l’approvazione formale del Consiglio, riporta Adnkronos, gli Stati membri avranno due anni di tempo per adottare la legislazione nazionale di attuazione della direttiva.

Nel terzo trimestre 2018 più fiducia nel mercato del lavoro

Cresce la fiducia nel mercato del lavoro, e il lavoro temporaneo è percepito dagli italiani come un’opportunità. Secondo il Confidence Index, l’indice che misura la fiducia nel mercato del lavoro, nel terzo trimestre 2018 la percezione positiva nei confronti del mercato del lavoro aumenta del 7%, passando dai 36 punti del terzo trimestre 2017 ai 43 punti dello stesso periodo di quest’anno.

Il Confidence Index è stato ottenuto attraverso la distribuzione di 660 questionari ai candidati italiani di diverse opportunità professionali, ed è stato elaborato da PageGroup, società globale di recruitment con i brand Page Executive, Michael Page e Page Personnel

Cresce la percezione positiva del futuro

Se in generale aumenta la fiducia, i valori in maggiore crescita nel terzo trimestre del 2018 sono la percezione positiva sul futuro sia della situazione economica sia del mercato del lavoro. La prima arrivata al 49,5%, con una crescita del 10% rispetto allo scorso anno, e la seconda al.46%, con una crescita del 12% rispetto al 2017. La fiducia nei confronti dell’attuale mercato del lavoro e dell’attuale situazione economica registra invece ancora valori assoluti tra i più bassi d’Europa. Tali valori si fermano rispettivamente al 33% e al 35%, seppure con una crescita media del 10% rispetto allo scorso anno.

Il lavoro temporaneo? Una grande opportunità

Dalla ricerca emerge inoltre che il lavoro temporaneo viene percepito come una grande opportunità dai lavoratori intervistati, soprattutto perché può arricchire la propria esperienza e le proprie abilità (69,5%), e differenziare il percorso professionale, poiché può permettere di sviluppare competenze in diversi ruoli e settori (43,8%). Inoltre, il lavoro in somministrazione viene considerato come un trampolino di lancio per ottenere un contratto a tempo indeterminato (31,9%), riporta Adnkronos.

“Un’esperienza ‘temp’- commenta Pamela Bonavita, Executive Director di Page Personnel -facilita gli avanzamenti di carriera e offre diversi vantaggi tra cui una maggiore flessibilità, la possibilità di lavorare in vari settori, una maggiore esposizione a diversi stili di management e diverse tipologie di clienti”.

I numeri di posizioni aperte in ambito “temp” sono in aumento

“La richiesta di figure professionali da inserire in somministrazione – aggiunge Bonavita – è in costante aumento, e ai potenziali candidati viene così offerta la possibilità di ampliare o di approfondire le proprie competenze estendendo anche la rete professionale”.

A confermare questa tendenza positiva sono anche i numeri di posizioni aperte in ambito “temp”. La stessa Page Personnel, ad esempio, è alla ricerca di oltre 800 candidati per i settori finance & accounting (30%), procurement & logistics (20%), assistant & office support (11%), tax & legal (8%), sales support & custumer service (7%), information technology (6%), engineering & manufacturing (4%).

Alberghi e Tax Credit, il design aiuta la crescita

Dal 2014 a oggi le domande di accesso al Tax Credit per la ristrutturazione e la riqualificazione alberghiera sono aumentate mediamente del 15% l’anno. In tutto, oltre 1,14 miliardi di euro di investimenti, di cui il 33,3% dedicato all’acquisto di arredi e complementi. Il design, quindi, aiuta la crescita del settore dell’ospitalità. E rafforza l’attrazione del made-in -Italy da parte dei turisti stranieri.

“In un mondo che ha sviluppato una straordinaria attrazione per il nostro stile di vita – spiega il ministro delle Politiche agricole, alimentari, forestali e del turismo, Gian Marco Centinaio –  il design italiano ha compreso e interpretato il fascino che oggetti e arredi ordinari posso portare nella vita quotidiana, in particolar modo nel comparto dell’ospitalità”.

Il valore delle filiere del turismo e del legno-arredo per il made-in-Italy

Il convegno Hotel Reloaded, organizzato da FederlegnoArredo e Confindustria Alberghi a Roma, ha puntato l’attenzione proprio sul valore delle filiere del turismo e del legno-arredo in Italia, evidenziando il ruolo chiave del made-in-Italy per la competitività di entrambi i settori.

L’hospitality è tra i primi servizi sperimentati dai turisti in arrivo in Italia, ed è proprio in albergo che i turisti iniziano ad approfondire la conoscenza del Made in Italy, riporta Adnkronos. “In tal senso, occorrerà riqualificare le nostre strutture alberghiere – continua il ministro -. Il Tax Credit è quindi una misura che intendo proseguire, cercando però di lavorare sulle modalità di interfaccia per le imprese e sui tempi di attivazione”.

Riqualificare la ricettività alberghiera

“Comfort abitativo, massima cura nel dettaglio e attenzione al risparmio energetico – aggiunge Emanuele Orsini, presidente FederlegnoArredo – sono i driver attraverso i quali il sistema dell’arredo italiano contribuisce al rinnovo dell’ospitalità. Il rinnovo del Tax Credit, oltre a rappresentare una grande opportunità per le nostre imprese, darà anche un contributo fondamentale per riqualificare la nostra recettività alberghiera”.

E per Giorgio Palmucci, presidente di Associazione Italiana Confindustria Alberghi, “il Tax Credit è uno strumento fondamentale per il ruolo di supporto e stimolo alla riqualificazione e all’innovazione del settore”.

Design italiano, “una chiave di successo per l’hôtellerie”

Il turismo, che rappresenta oltre il 13% del Pil nazionale, e la filiera del legno, che vale 41,5 miliardi di euro, sono una combinazione importante per l’economia del Paese. Le aziende alberghiere – continua Palmucci – operano in un contesto di mercato di grande crescita con una domanda, specialmente quella internazionale, attenta a un’offerta alberghiera capace di fornire stimoli, emozioni che arricchiscono e completano l’esperienza di viaggio”.

E se il design italiano è una delle eccellenze del made in Italy secondo Palmucci per l’hôtellerie è “una chiave assoluta di successo”.

Un tatuaggio può costare il posto di lavoro?

Sempre più di moda, e fra tutte le fasce di età e di estrazione sociale, i tatuaggi esprimono personalità, raccontano qualcosa di una persona. Che siano tribali, fantasy, etnici, semplici disegni schematici blu o neri, oppure più elaborati e multicolori, oggi non sono più considerati il vezzo di un ragazzino desideroso di sentirsi grande.

Ma i tatuaggi, a prescindere dall’aspetto estetico, rischiano di rappresentare un problema per accedere ad alcune professioni. Non sempre i recruiter vedono di buon occhio l’inchiostro indelebile inciso sotto la pelle di un candidato. Uno studio dell’Università di Miami smentisce però l’opinione diffusa secondo la quale l’assunzione in un posto di lavoro preveda discriminazioni per i tatuati.

Qualcosa è cambiato

Lo studio, guidato dal professor Michael French, insieme ad altri ricercatori provenienti dall’Università di Miami e da quella di Economia dellAustralia Occidentale, ha preso in considerazione duemila testimonianze di persone raccolte online. La ricerca smentisce l’opinione comune secondo cui un tattoo pregiudicherebbe l’ingresso nel mondo del lavoro, ed è apparsa a inizio agosto sulla rivista americana Sage Journal. Dove si legge che “sorprendentemente non ha trovato prove empiriche di discriminazione sul lavoro, sul salario o sui guadagni nei confronti di persone con vari tipi di tatuaggi”.

Nessuna differenza, aggiunge Quartz, tra chi ne ha uno soltanto o di più. E il successo di un colloquio di lavoro non dipende neppure dal fatto che siano visibili o nascosti dagli abiti.

Chi è senza tatuaggi rischia una discriminazione al contrario?

Un altro studio, Body Art as a Source of Employment Discrimination, condotto dal professore Chris Henle dell’Università del Colorado e pubblicato a luglio dalla Academy of Management Journals, ha cercato di capire se la discriminazione legata a tattoo e piercing sia correlata alla percezione di chi si occupa dei colloqui di lavoro.

Per farlo, il suo team ha messo alla prova 143 manager che nell’ultimo anno si sono occupati di almeno una assunzione per conto della società per la quale lavorano. A loro sono stati mostrati curricula ritenuti ugualmente attrattivi, profili di candidati paragonabili, ma alcuni con fotografie ritoccate con l’aggiunta di tatuaggi, piercing e altri tipi di body art. Risultato? Ad avere più probabilità di assunzione sono stati i candidati senza inchiostro sotto la pelle né decorazioni di sorta.

Cosa prevede la legge italiana

La legge italiana naturalmente non consente di discriminare sulla base di aspetti come i tatuaggi. Via libera ai tatuati, quindi, per i concorsi pubblici e per le occupazioni nella pubblica amministrazione. L’unico ambito nel quale è stata stabilita una norma in materia è quello relativo all’esercito.

Si tratta della Direttiva sulla regolamentazione dell’applicazione di tatuaggi da parte del personale dell’Esercito, una circolare datata 26 luglio 2012, che intende “prevenire e contenere situazioni che possono incidere sul decoro dell’uniforme e sull’immagine dell’Esercito”.

Aumentano gli energy manager: imprese più attente a energia/ambiente

Gli energy manager sono in aumento. “La crescita del numero degli energy manager nominati indica una maggiore attenzione da parte delle imprese alle tematiche energetiche e alla sostenibilità”, spiega Dario Di Santo, direttore di Fire, la Federazione italiana per l’uso razionale dell’energia.

Nel 2017 sono stati 2.315 gli energy manager nominati (1.564 da soggetti obbligati e 751 da soggetti non obbligati), per una crescita intorno al 6% in 4 anni per i soggetti obbligati e dell’11% in 15 anni considerando anche le nomine di soggetti non obbligati

Si tratta di alcuni dati emersi dal Rapporto annuale di Fire sulla figura professionale dell’energy manager, che quest’anno contiene anche un’indagine sugli incentivi e sulle agevolazioni per le imprese energivore.

Il terziario è il settore con più energy manager

A livello di settori, le imprese che più si avvalgono della consulenza professionale dell’energy managar sono quelle del terziario, i cui numeri continuano a crescere. Buoni però, secondo il rapporto, anche gli altri settori. Fra questi anche la P.A, “non sempre però all’altezza del ruolo esemplare che dovrebbe ricoprire – sottolinea Di Santo -. Le altre buone notizie vengono dall’incremento di energy manager certificati come esperti in gestione dell’energia (Ege), un aspetto importante soprattutto laddove l’energy manager sia nominato come consulente esterno, e dall’incremento delle organizzazioni certificate ISO 50001”.

Le ricadute positive dall’uso più razionale dell’energia

La norma sui sistemi di gestione risulta essere un passo avanti sia per i soggetti che si certificano sia per il Paese. Le imprese infatti ottengono un aumento dell’efficienza energetica più marcato, e avviano una trasformazione delle competenze fondamentale per l’economia green.

Il Paese intero nel suo complesso beneficia delle ricadute multiple dell’uso razionale dell’energia, da minori costi ambientali e sanitari a minore inquinamento, minore dipendenza dall’estero per petrolio e gas.

Nonostante le buone notizie però c’è ancora molto lavoro da fare sulla figura professionale dell’energy manager, e in generale sul contesto lavorativo in cui opera. È quanto si ricava sia dalle rilevazioni sul tasso di inadempienza alla nomina, che resta molto elevato nel settore pubblico, riporta Adnkronos.

Il ruolo dell’energy manager nel Piano Industria 4.0

Alcuni aspetti di rilievo sugli incentivi riguardano il conto termico 2.0 e gli strumenti previsti dal Piano Industria 4.0 che riscuotono favore tra la maggioranza degli operatori. L’indagine rivolta alle imprese energivore ha permesso  di fare emergere alcuni aspetti interessanti per gli energy manager dal punto di vista degli investimenti.

Se da un lato risulta evidente che la riduzione del costo dell’energia per le imprese tenderà ad allungare i tempi di ritorno degli investimenti rispetto al costo non agevolato, dall’altro la maggioranza delle imprese manifatturiere ritiene che molti interventi previsti verranno comunque realizzati. Ampio l’accordo su un’eventuale obbligatorietà della certificazione ISO 50001 per l’accesso all’agevolazione.

In Italia il lavoro si cerca su Facebook

In Italia il lavoro si cerca su Facebook. Il 35% degli italiani in cerca di un’occupazione utilizza il social network per trovare nuove opportunità di carriera e mettersi in contatto con le aziende che sono alla ricerca di personale. Secondo l’Osservatorio di e-work, agenzia per il lavoro, di questi il 53% sono uomini e il 47% donne. La maggior parte sono residenti al Nord (62%), e tra questi il 28% a Milano. Gli stranieri rappresentano il 16% del totale, e la fascia di età che più utilizza Facebook per cercare lavoro è quella tra i 26 e 45 anni (37%), seguita a ruota dagli utenti con età compresa tra i 18 e i 25 anni (35%) e da quella degli over-45 (28%).

“I social network rappresentano un ottimo strumento per chi cerca un’occupazione online”

“Insieme ai siti, ai portali e alle App dedicate al mondo del lavoro, i social network rappresentano un ottimo strumento per chi cerca un’occupazione online”, spiega Paolo Ferrario, presidente e amministratore delegato dell’agenzia per il lavoro e-work.

Se Linkedin resta ancora il punto di riferimento principale per trovare lavoro, Facebook sta diventando uno strumento sempre più importante. E nei prossimi anni si prevede che, come già accade all’estero, a questo scopo verranno utilizzati sempre di più anche Youtube e Twitter, riporta Adnkronos.

I social media hanno una funzionalità circolare

I candidati che in Italia utilizzano Facebook per cercare lavoro nella maggior parte dei casi si occupano di marketing e comunicazione (32%), IT (24%), risorse umane (15%) e amministrazione (12%).

“Il miglior consiglio per chi cerca lavoro in rete è quello di puntare a una politica di trasparenza. I social media hanno una funzionalità circolare. Per chi cerca lavoro rappresentano una chiave per entrare in contatto con il mondo dei recruiter – aggiunge Ferrario -. A noi professionisti, i social vengono in soccorso per avviare la scelta del miglior profilo, ma servono anche per selezionare e quindi tagliare le candidature”.

55 volte su 100 il profilo social fa cambiare idea al selezionatore

A volte i selezionatori decidono infatti di escludere potenziali candidati proprio dopo aver consultato i loro profili online. I social rappresentano quindi la classica arma a doppio taglio.

Il focus sui profili dei candidati viene effettuato non soltanto in fase preliminare, ma spesso anche dopo un colloquio di selezione. E in questo caso 55 volte su 100 il profilo social fa cambiare idea al responsabile della selezione. E il candidato viene escluso.

Segno meno per la fiducia dei consumatori: in maggio l’indice tocca il suo valore più basso

Il clima di fiducia dei consumatori italiani è in netto peggioramento, e a maggio 2018 da 116,9 l’indice scende a 113,7. Ma secondo gli ultimi dati Istat anche l’indice composito che riguarda le imprese è in flessione, anche se di lieve entità, passando da 105,0 a 104,7.

“Il marcato calo dell’indice del clima di fiducia dei consumatori a maggio – commenta l’Istat – interrompe la sostanziale tenuta registrata nei primi 4 mesi del 2018”. A maggio infatti la fiducia dei consumatori raggiunge il valore più basso dallo scorso settembre: ad agosto era pari a 111,3.

Al calo dell’indice hanno contribuito i giudizi, e soprattutto le attese, sulla situazione economica, anch’esse fortemente peggiorate.

Differenti intensità di flessione

L’evoluzione negativa dell’indicatore di fiducia dei consumatori riflette dinamiche sfavorevoli di tutte le componenti, ma con differenti intensità. Il clima personale e quello corrente passano infatti rispettivamente da 108,0 a 107,7, e da 114,0 a 112,4, mentre il clima economico diminuisce da 141,8 a 132,6, e quello futuro passa da 121,1 a 116,5, mostrando quindi flessioni più marcate, riporta una notizia Askanews.

Con riferimento al mondo delle imprese, il clima di fiducia diminuisce nel settore delle costruzioni (da 135,2 a 134,1), e in quello dei servizi (da 106,4 a 106,0), ma rimane stabile nella manifattura (a quota 107,7). Nel commercio al dettaglio, invece, si stima un aumento dell’indicatore, che passa da 97,6 a 99,8.

Il settore manifatturiero e quello delle costruzioni

A livello settoriale nel comparto manifatturiero migliorano i giudizi sugli ordini, mentre le attese sulla produzione sono in calo, e il saldo dei giudizi sulle scorte di magazzino registra un leggero aumento. Nel settore delle costruzioni si stima un diffuso miglioramento dei giudizi sugli ordini, a cui però si uniscono stime in calo per le aspettative sull’occupazione.

Per quanto riguarda i servizi, l’evoluzione negativa riflette un peggioramento sia dei giudizi sia delle attese sugli ordini. I giudizi sull’andamento degli affari sono invece in miglioramento, e per il settore del commercio al dettaglio, se i giudizi sulle vendite sono in peggioramento, si stima un aumento delle aspettative sulle vendite future.

“Un andamento prevedibile, strettamente connesso alla situazione di instabilità”

Secondo Federconsumatori, riferisce la Repubblica, si tratta di “un andamento ampiamente prevedibile, strettamente connesso alla situazione di instabilitàpolitica, che si riflette sull’andamento economico, causando allarmanti ripercussioni. È inevitabile, in tale contesto, l’apprensione di famiglie e imprese, fattore che di certo peserà sull’andamento economico dei prossimi mesi”.

Vendere online all’estero? Solo il 22% degli e-shop italiani lo fa

Ancora troppo poco internazionali rispetto ai concorrenti stranieri, gli e-shop italiani vendono poco all’estero. Nonostante l’era digitale, appena il 22% dei negozi online vende all’estero, solo l’8% si presenta in doppia lingua, e la percentuale che propone pagamenti in una valuta differente dall’euro si limita al 4%.

Ad accendere un faro sul cosiddetto “cross border trade”, ovvero la possibilità di vendere online anche all’estero, è uno studio di Idealo, portale di acquisti online che anticipa all’Adnkronos dati e cifre del fenomeno.

Esiste una forma di preclusione nei confronti di ciò che va oltre i confini nazionali

Nonostante l’e-commerce offra “una piattaforma che elimina ogni barriera geografica mettendoci di fronte a una platea internazionale”, sottolinea Fabio Plebani, Country Manager per l’Italia di Idealo.it, i dati che emergono dallo studio evidenziano come ci sia una forma di preclusione nei confronti di ciò che va oltre i confini nazionali. E lo dimostra il fatto che la stragrande maggioranza dei digital store nostrani sia esclusivamente in lingua italiana, o che accetti solo l’euro come valuta di pagamento. O, ancora, che non sia preparata alle spedizioni fuori dal territorio nazionale.

Come crescere a livello internazionale?

Ma come crescere a livello internazionale? Plebani non ha dubbi: “Il primo passo è quello di dare il via ad un cambiamento di mentalità”.

Secondo l’analisi, il cross border trade rappresenta infatti un’opportunità per tutti gli attori coinvolti nella digital economy, dai consumatori agli stessi e-shop. “Ci è dispiaciuto riscontrare come l’e-commerce nostrano non abbia colto nel corso degli anni l’occasione offerta dal cross border, e ci preme segnalarlo non per mettere in luce una mancanza, ma per evidenziare che si può ancora rimediare – aggiunge Plebani -. Siamo convinti che aprirsi al commercio transfrontaliero possa solo portare un valore aggiunto e per tutti gli attori coinvolti, sia per i consumatori che per gli e-shop”.

L’ultimo report di Eurostat parla chiaro: l’e-commerce in Europa gode di ottima salute

Se si guarda al commercio online, l’ultimo report di Eurostat mette in luce come l’e-commerce in Europa goda di ottima salute. Nel Regno Unito, ad esempio, l’86% degli utenti internet utilizza il canale online per fare acquisti, in Svezia la percentuale è dell’84% ed in Germania dell’82%.

Considerando che in Italia la percentuale si attesta attorno al 43%, contro una media europea del 68%, secondo Plebani “risulta chiaro il vantaggio di un e-shop nostrano che decida di vendere anche all’estero”.

Disintossicarsi da Facebook riduce lo stress e giova alla salute

Prendersi una vacanza da Facebook, o addirittura dirgli addio, per disintossicarsi dallo stress da like. Perché no, visto che la lontananza dal social potrebbe avere anche un effetto benefico sulla salute. Smettere con i social riduce infatti i livelli di cortisolo, un ormone chiave collegato allo stress. Questo, almeno, è quanto emerge da uno studio dell’Australian Catholic University e dell’University of Queensland in Australia pubblicato sul Journal of Social Psychology. Ma siamo davvero in grado di abbandonare per sempre la nostra vita virtuale sul social network?

Lo studio ha coinvolto 138 persone, e lo stop da Facebook è durato 5 giorni

Le dimensioni dello studio, comunque, sono piuttosto ridotte: il team ha coinvolto 138 persone e lo stop è stato solo di 5 giorni. Quindi, generalizzare i risultati per gli oltre 1 miliardo di utenti del social è piuttosto azzardato. In ogni caso la misurazione del cortisolo nella saliva dei volontari ha mostrato l’effetto sull’ormone di chi ha continuato a usare il social e di chi invece ha smesso di connettersi. Il gruppo infatti è stato diviso in due, di cui una metà ha rinunciato a Facebook per il periodo stabilito, e una metà ha continuato a utilizzarlo.

Meglio uno stop temporaneo o definitivo?

Secondo la ricerca, però, rinunciare a Facebook sembra avere ridotto anche il senso di benessere delle “cavie umane” che si sono sottoposte “all’esperimento”. Tanto che, dopo il periodo di test dei 5 giorni, la maggioranza dei volontari è stata felice di riattivare il profilo, si legge appunto sul Journal of Social Psychology.

“Se i partecipanti hanno mostrato un miglioramento nello stress fisiologico con la pausa, hanno però anche riferito una riduzione dei sentimenti di benessere”, riferisce lo psicologo Eric Vanman dell’University of Queensland. Senza poter controllare e aggiornare il proprio profilo “le persone si sentivano più insoddisfatte della propria vita – continua Vanmam – tanto che volevano riprendere la loro attività su Facebook”.

Non possiamo vivere con Facebook, ma neanche senza

Alla luce di questi risultati, i ricercatori pensano perciò che per la salute generale gli stop temporanei siano più utili di complete interruzioni con il social network. Insomma, una breve vacanza da Facebook migliora lo stress degli utenti. Forse non possiamo vivere con Facebook, ma neanche senza. Allora come fare? Il suggerimento dei ricercatori è quello di prendersi qualche vacanza dal social network, dei mini-stop disintossicanti per tornare al social quando ne sentiamo di nuovo il bisogno.

I pagamenti digitali sono più veloci e sicuri. Anche per gli esercenti

I pagamenti effettuati con le transazioni digitali sono più sicuri, veloci e anche più economici. E non solo per i consumatori, ma anche per gli esercenti italiani, che non devono più preoccuparsi dei costi, poiché le commissioni sul pagamento elettronico sono state tagliate, così come già accade in altri Paesi europei. Ora per i pagamenti con bancomat e prepagata la commissione interbancaria per ogni operazione di pagamento non potrà superare lo 0,2% del valore dell’operazione stessa, mentre per quelli con carta di credito la commissione non deve superare lo 0,3%.

Commissioni di importo ridotto anche per cifre molto basse

Confermato anche il divieto di surcharge, ossia il divieto di applicare un sovrapprezzo per l’utilizzo di un determinato strumento di pagamento. Per quanto riguarda, invece, le commissioni interbancarie per le operazioni nazionali tramite carte di pagamento, i prestatori di servizi di pagamento saranno tenuti ad applicare per tutti i tipi di carte commissioni di importo ridotto per i pagamenti fino a 5 euro, rispetto a quelle applicate alle operazioni di importo pari o superiore, così da promuovere l’utilizzo delle carte anche per cifre molto basse, riporta Adnkronos. E tra le misure previste dal regolamento spicca anche la riduzione della franchigia massima a carico degli utenti in caso di pagamenti non autorizzati, che passa da 150 a 50 euro.

Agevolare i clienti stranieri e i clienti dei taxi

I pagamenti elettronici sono ben visti anche dagli esercenti che hanno un maggiore contatto con gli stranieri. “Sono molti gli stranieri che chiedono di pagare con la carta – racconta Carlo, tassista di professione  -. Anche per tratte brevi, non importa, le commissioni non esistono per i pagamenti sotto i 10 euro e il guadagno è comunque assicurato. Pagare il taxi con la carta, inoltre, è richiesto almeno dal 50% dei clienti italiani e per questo il settore si sta sempre di più attrezzando: ormai il pos a bordo è diventata una consuetudine”.

Non dover maneggiare denaro contante è una sicurezza in più

Stesso discorso per le edicole. “Giornali, biglietti per autobus o ticket parcheggi mi vengono sempre di più pagati con la carta qui all’edicola – assicura Marco, edicolante -. È anche una questione di sicurezza non armeggiare con la cassa o addirittura con il portafoglio, la connessione è molto più tranquilla e sicura, senza avere il pensiero di andare in giro a cambiare le famose carte da 20 o anche da 50 euro”.