Author Archives: Gerardo Tartaglia

Aumentano gli energy manager: imprese più attente a energia/ambiente

Gli energy manager sono in aumento. “La crescita del numero degli energy manager nominati indica una maggiore attenzione da parte delle imprese alle tematiche energetiche e alla sostenibilità”, spiega Dario Di Santo, direttore di Fire, la Federazione italiana per l’uso razionale dell’energia.

Nel 2017 sono stati 2.315 gli energy manager nominati (1.564 da soggetti obbligati e 751 da soggetti non obbligati), per una crescita intorno al 6% in 4 anni per i soggetti obbligati e dell’11% in 15 anni considerando anche le nomine di soggetti non obbligati

Si tratta di alcuni dati emersi dal Rapporto annuale di Fire sulla figura professionale dell’energy manager, che quest’anno contiene anche un’indagine sugli incentivi e sulle agevolazioni per le imprese energivore.

Il terziario è il settore con più energy manager

A livello di settori, le imprese che più si avvalgono della consulenza professionale dell’energy managar sono quelle del terziario, i cui numeri continuano a crescere. Buoni però, secondo il rapporto, anche gli altri settori. Fra questi anche la P.A, “non sempre però all’altezza del ruolo esemplare che dovrebbe ricoprire – sottolinea Di Santo -. Le altre buone notizie vengono dall’incremento di energy manager certificati come esperti in gestione dell’energia (Ege), un aspetto importante soprattutto laddove l’energy manager sia nominato come consulente esterno, e dall’incremento delle organizzazioni certificate ISO 50001”.

Le ricadute positive dall’uso più razionale dell’energia

La norma sui sistemi di gestione risulta essere un passo avanti sia per i soggetti che si certificano sia per il Paese. Le imprese infatti ottengono un aumento dell’efficienza energetica più marcato, e avviano una trasformazione delle competenze fondamentale per l’economia green.

Il Paese intero nel suo complesso beneficia delle ricadute multiple dell’uso razionale dell’energia, da minori costi ambientali e sanitari a minore inquinamento, minore dipendenza dall’estero per petrolio e gas.

Nonostante le buone notizie però c’è ancora molto lavoro da fare sulla figura professionale dell’energy manager, e in generale sul contesto lavorativo in cui opera. È quanto si ricava sia dalle rilevazioni sul tasso di inadempienza alla nomina, che resta molto elevato nel settore pubblico, riporta Adnkronos.

Il ruolo dell’energy manager nel Piano Industria 4.0

Alcuni aspetti di rilievo sugli incentivi riguardano il conto termico 2.0 e gli strumenti previsti dal Piano Industria 4.0 che riscuotono favore tra la maggioranza degli operatori. L’indagine rivolta alle imprese energivore ha permesso  di fare emergere alcuni aspetti interessanti per gli energy manager dal punto di vista degli investimenti.

Se da un lato risulta evidente che la riduzione del costo dell’energia per le imprese tenderà ad allungare i tempi di ritorno degli investimenti rispetto al costo non agevolato, dall’altro la maggioranza delle imprese manifatturiere ritiene che molti interventi previsti verranno comunque realizzati. Ampio l’accordo su un’eventuale obbligatorietà della certificazione ISO 50001 per l’accesso all’agevolazione.

In Italia il lavoro si cerca su Facebook

In Italia il lavoro si cerca su Facebook. Il 35% degli italiani in cerca di un’occupazione utilizza il social network per trovare nuove opportunità di carriera e mettersi in contatto con le aziende che sono alla ricerca di personale. Secondo l’Osservatorio di e-work, agenzia per il lavoro, di questi il 53% sono uomini e il 47% donne. La maggior parte sono residenti al Nord (62%), e tra questi il 28% a Milano. Gli stranieri rappresentano il 16% del totale, e la fascia di età che più utilizza Facebook per cercare lavoro è quella tra i 26 e 45 anni (37%), seguita a ruota dagli utenti con età compresa tra i 18 e i 25 anni (35%) e da quella degli over-45 (28%).

“I social network rappresentano un ottimo strumento per chi cerca un’occupazione online”

“Insieme ai siti, ai portali e alle App dedicate al mondo del lavoro, i social network rappresentano un ottimo strumento per chi cerca un’occupazione online”, spiega Paolo Ferrario, presidente e amministratore delegato dell’agenzia per il lavoro e-work.

Se Linkedin resta ancora il punto di riferimento principale per trovare lavoro, Facebook sta diventando uno strumento sempre più importante. E nei prossimi anni si prevede che, come già accade all’estero, a questo scopo verranno utilizzati sempre di più anche Youtube e Twitter, riporta Adnkronos.

I social media hanno una funzionalità circolare

I candidati che in Italia utilizzano Facebook per cercare lavoro nella maggior parte dei casi si occupano di marketing e comunicazione (32%), IT (24%), risorse umane (15%) e amministrazione (12%).

“Il miglior consiglio per chi cerca lavoro in rete è quello di puntare a una politica di trasparenza. I social media hanno una funzionalità circolare. Per chi cerca lavoro rappresentano una chiave per entrare in contatto con il mondo dei recruiter – aggiunge Ferrario -. A noi professionisti, i social vengono in soccorso per avviare la scelta del miglior profilo, ma servono anche per selezionare e quindi tagliare le candidature”.

55 volte su 100 il profilo social fa cambiare idea al selezionatore

A volte i selezionatori decidono infatti di escludere potenziali candidati proprio dopo aver consultato i loro profili online. I social rappresentano quindi la classica arma a doppio taglio.

Il focus sui profili dei candidati viene effettuato non soltanto in fase preliminare, ma spesso anche dopo un colloquio di selezione. E in questo caso 55 volte su 100 il profilo social fa cambiare idea al responsabile della selezione. E il candidato viene escluso.

Segno meno per la fiducia dei consumatori: in maggio l’indice tocca il suo valore più basso

Il clima di fiducia dei consumatori italiani è in netto peggioramento, e a maggio 2018 da 116,9 l’indice scende a 113,7. Ma secondo gli ultimi dati Istat anche l’indice composito che riguarda le imprese è in flessione, anche se di lieve entità, passando da 105,0 a 104,7.

“Il marcato calo dell’indice del clima di fiducia dei consumatori a maggio – commenta l’Istat – interrompe la sostanziale tenuta registrata nei primi 4 mesi del 2018”. A maggio infatti la fiducia dei consumatori raggiunge il valore più basso dallo scorso settembre: ad agosto era pari a 111,3.

Al calo dell’indice hanno contribuito i giudizi, e soprattutto le attese, sulla situazione economica, anch’esse fortemente peggiorate.

Differenti intensità di flessione

L’evoluzione negativa dell’indicatore di fiducia dei consumatori riflette dinamiche sfavorevoli di tutte le componenti, ma con differenti intensità. Il clima personale e quello corrente passano infatti rispettivamente da 108,0 a 107,7, e da 114,0 a 112,4, mentre il clima economico diminuisce da 141,8 a 132,6, e quello futuro passa da 121,1 a 116,5, mostrando quindi flessioni più marcate, riporta una notizia Askanews.

Con riferimento al mondo delle imprese, il clima di fiducia diminuisce nel settore delle costruzioni (da 135,2 a 134,1), e in quello dei servizi (da 106,4 a 106,0), ma rimane stabile nella manifattura (a quota 107,7). Nel commercio al dettaglio, invece, si stima un aumento dell’indicatore, che passa da 97,6 a 99,8.

Il settore manifatturiero e quello delle costruzioni

A livello settoriale nel comparto manifatturiero migliorano i giudizi sugli ordini, mentre le attese sulla produzione sono in calo, e il saldo dei giudizi sulle scorte di magazzino registra un leggero aumento. Nel settore delle costruzioni si stima un diffuso miglioramento dei giudizi sugli ordini, a cui però si uniscono stime in calo per le aspettative sull’occupazione.

Per quanto riguarda i servizi, l’evoluzione negativa riflette un peggioramento sia dei giudizi sia delle attese sugli ordini. I giudizi sull’andamento degli affari sono invece in miglioramento, e per il settore del commercio al dettaglio, se i giudizi sulle vendite sono in peggioramento, si stima un aumento delle aspettative sulle vendite future.

“Un andamento prevedibile, strettamente connesso alla situazione di instabilità”

Secondo Federconsumatori, riferisce la Repubblica, si tratta di “un andamento ampiamente prevedibile, strettamente connesso alla situazione di instabilitàpolitica, che si riflette sull’andamento economico, causando allarmanti ripercussioni. È inevitabile, in tale contesto, l’apprensione di famiglie e imprese, fattore che di certo peserà sull’andamento economico dei prossimi mesi”.

Vendere online all’estero? Solo il 22% degli e-shop italiani lo fa

Ancora troppo poco internazionali rispetto ai concorrenti stranieri, gli e-shop italiani vendono poco all’estero. Nonostante l’era digitale, appena il 22% dei negozi online vende all’estero, solo l’8% si presenta in doppia lingua, e la percentuale che propone pagamenti in una valuta differente dall’euro si limita al 4%.

Ad accendere un faro sul cosiddetto “cross border trade”, ovvero la possibilità di vendere online anche all’estero, è uno studio di Idealo, portale di acquisti online che anticipa all’Adnkronos dati e cifre del fenomeno.

Esiste una forma di preclusione nei confronti di ciò che va oltre i confini nazionali

Nonostante l’e-commerce offra “una piattaforma che elimina ogni barriera geografica mettendoci di fronte a una platea internazionale”, sottolinea Fabio Plebani, Country Manager per l’Italia di Idealo.it, i dati che emergono dallo studio evidenziano come ci sia una forma di preclusione nei confronti di ciò che va oltre i confini nazionali. E lo dimostra il fatto che la stragrande maggioranza dei digital store nostrani sia esclusivamente in lingua italiana, o che accetti solo l’euro come valuta di pagamento. O, ancora, che non sia preparata alle spedizioni fuori dal territorio nazionale.

Come crescere a livello internazionale?

Ma come crescere a livello internazionale? Plebani non ha dubbi: “Il primo passo è quello di dare il via ad un cambiamento di mentalità”.

Secondo l’analisi, il cross border trade rappresenta infatti un’opportunità per tutti gli attori coinvolti nella digital economy, dai consumatori agli stessi e-shop. “Ci è dispiaciuto riscontrare come l’e-commerce nostrano non abbia colto nel corso degli anni l’occasione offerta dal cross border, e ci preme segnalarlo non per mettere in luce una mancanza, ma per evidenziare che si può ancora rimediare – aggiunge Plebani -. Siamo convinti che aprirsi al commercio transfrontaliero possa solo portare un valore aggiunto e per tutti gli attori coinvolti, sia per i consumatori che per gli e-shop”.

L’ultimo report di Eurostat parla chiaro: l’e-commerce in Europa gode di ottima salute

Se si guarda al commercio online, l’ultimo report di Eurostat mette in luce come l’e-commerce in Europa goda di ottima salute. Nel Regno Unito, ad esempio, l’86% degli utenti internet utilizza il canale online per fare acquisti, in Svezia la percentuale è dell’84% ed in Germania dell’82%.

Considerando che in Italia la percentuale si attesta attorno al 43%, contro una media europea del 68%, secondo Plebani “risulta chiaro il vantaggio di un e-shop nostrano che decida di vendere anche all’estero”.

Disintossicarsi da Facebook riduce lo stress e giova alla salute

Prendersi una vacanza da Facebook, o addirittura dirgli addio, per disintossicarsi dallo stress da like. Perché no, visto che la lontananza dal social potrebbe avere anche un effetto benefico sulla salute. Smettere con i social riduce infatti i livelli di cortisolo, un ormone chiave collegato allo stress. Questo, almeno, è quanto emerge da uno studio dell’Australian Catholic University e dell’University of Queensland in Australia pubblicato sul Journal of Social Psychology. Ma siamo davvero in grado di abbandonare per sempre la nostra vita virtuale sul social network?

Lo studio ha coinvolto 138 persone, e lo stop da Facebook è durato 5 giorni

Le dimensioni dello studio, comunque, sono piuttosto ridotte: il team ha coinvolto 138 persone e lo stop è stato solo di 5 giorni. Quindi, generalizzare i risultati per gli oltre 1 miliardo di utenti del social è piuttosto azzardato. In ogni caso la misurazione del cortisolo nella saliva dei volontari ha mostrato l’effetto sull’ormone di chi ha continuato a usare il social e di chi invece ha smesso di connettersi. Il gruppo infatti è stato diviso in due, di cui una metà ha rinunciato a Facebook per il periodo stabilito, e una metà ha continuato a utilizzarlo.

Meglio uno stop temporaneo o definitivo?

Secondo la ricerca, però, rinunciare a Facebook sembra avere ridotto anche il senso di benessere delle “cavie umane” che si sono sottoposte “all’esperimento”. Tanto che, dopo il periodo di test dei 5 giorni, la maggioranza dei volontari è stata felice di riattivare il profilo, si legge appunto sul Journal of Social Psychology.

“Se i partecipanti hanno mostrato un miglioramento nello stress fisiologico con la pausa, hanno però anche riferito una riduzione dei sentimenti di benessere”, riferisce lo psicologo Eric Vanman dell’University of Queensland. Senza poter controllare e aggiornare il proprio profilo “le persone si sentivano più insoddisfatte della propria vita – continua Vanmam – tanto che volevano riprendere la loro attività su Facebook”.

Non possiamo vivere con Facebook, ma neanche senza

Alla luce di questi risultati, i ricercatori pensano perciò che per la salute generale gli stop temporanei siano più utili di complete interruzioni con il social network. Insomma, una breve vacanza da Facebook migliora lo stress degli utenti. Forse non possiamo vivere con Facebook, ma neanche senza. Allora come fare? Il suggerimento dei ricercatori è quello di prendersi qualche vacanza dal social network, dei mini-stop disintossicanti per tornare al social quando ne sentiamo di nuovo il bisogno.

I pagamenti digitali sono più veloci e sicuri. Anche per gli esercenti

I pagamenti effettuati con le transazioni digitali sono più sicuri, veloci e anche più economici. E non solo per i consumatori, ma anche per gli esercenti italiani, che non devono più preoccuparsi dei costi, poiché le commissioni sul pagamento elettronico sono state tagliate, così come già accade in altri Paesi europei. Ora per i pagamenti con bancomat e prepagata la commissione interbancaria per ogni operazione di pagamento non potrà superare lo 0,2% del valore dell’operazione stessa, mentre per quelli con carta di credito la commissione non deve superare lo 0,3%.

Commissioni di importo ridotto anche per cifre molto basse

Confermato anche il divieto di surcharge, ossia il divieto di applicare un sovrapprezzo per l’utilizzo di un determinato strumento di pagamento. Per quanto riguarda, invece, le commissioni interbancarie per le operazioni nazionali tramite carte di pagamento, i prestatori di servizi di pagamento saranno tenuti ad applicare per tutti i tipi di carte commissioni di importo ridotto per i pagamenti fino a 5 euro, rispetto a quelle applicate alle operazioni di importo pari o superiore, così da promuovere l’utilizzo delle carte anche per cifre molto basse, riporta Adnkronos. E tra le misure previste dal regolamento spicca anche la riduzione della franchigia massima a carico degli utenti in caso di pagamenti non autorizzati, che passa da 150 a 50 euro.

Agevolare i clienti stranieri e i clienti dei taxi

I pagamenti elettronici sono ben visti anche dagli esercenti che hanno un maggiore contatto con gli stranieri. “Sono molti gli stranieri che chiedono di pagare con la carta – racconta Carlo, tassista di professione  -. Anche per tratte brevi, non importa, le commissioni non esistono per i pagamenti sotto i 10 euro e il guadagno è comunque assicurato. Pagare il taxi con la carta, inoltre, è richiesto almeno dal 50% dei clienti italiani e per questo il settore si sta sempre di più attrezzando: ormai il pos a bordo è diventata una consuetudine”.

Non dover maneggiare denaro contante è una sicurezza in più

Stesso discorso per le edicole. “Giornali, biglietti per autobus o ticket parcheggi mi vengono sempre di più pagati con la carta qui all’edicola – assicura Marco, edicolante -. È anche una questione di sicurezza non armeggiare con la cassa o addirittura con il portafoglio, la connessione è molto più tranquilla e sicura, senza avere il pensiero di andare in giro a cambiare le famose carte da 20 o anche da 50 euro”.

Caffeblabla.it, il primo (vero) portale dedicato al caffè

Che il caffè sia un elemento omni-presente nella vita dell’italiano medio crediamo sia fuori discussione: di quanti altri alimenti, abitudini o attività possiamo dire lo stesso? Del latte? Delle patatine? Della sigaretta? No, il caffè è il caffè, e che sia un espresso al bar prima di entrare in ufficio, alla macchinetta in pausa o dalla classica moka comodamente seduti sul divano leggendo un giornale, poco cambia.

E allora perchè non dedicare un intero sito web al mondo del caffè? Direte voi, già ne esistono… ah sì? E quali? Non ne abbiamo trovati che offrissero contenuti freschi, originali, piacevoli, in un contesto grafico moderno ed accattivante, ma solo mini portali direttamente legati a qualche brand e pieni di banner pubblicitari… oppure con contenuti anche validi, ma oggettivamente bruttini.

Ecco allora il nostro consiglio di oggi: http://www.caffeblabla.it, il primo (vero) portale dedicato interamente al mondo del caffè in tutte le sue forme. Curiosità, storia, tendenze, ricette, benessere e chi più ne ha più ne metta… Un progetto nato dalla passione per il caffè, finalizzato a diffondere ogni aspetto legato a questo importante, imprescindibile componente della vita quotidiana di tutti noi. Notizie attuali, fresche, ben scritte… e a breve anche quiz, giochi ed altri elementi interattivi.

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Meccanica made in Italy, quella lombarda fa volare le esportazioni in Germania

La Lombardia si conferma la regina italiana della meccanica. Milano è prima in regione per interscambio (5,2 miliardi di euro), Brescia per export con 1,7 miliardi di euro in 9 mesi. Sono 34mila le imprese lombarde attive nella meccanica e 390mila gli addetti. In Brianza circa 3mila le imprese e oltre 26mila gli addetti. Di tutto rispetto il valore dell’export brianzolo verso la Germania, che ammonta a più di 459 milioni di euro, in crescita del 7,2% tra 2016 e 2017.

Lombardia-Germania, un interscambio da 15 miliardi in 9 mesi

L’interscambio lombardo con la Germania del comparto meccanica ammonta a quasi 15 miliardi di euro nei primi 9 mesi del 2017, e registra una crescita dell’8,7% rispetto allo stesso periodo del 2016. Prime in regione per interscambio commerciale sono Milano (5,2 miliardi di euro) e Brescia (2,3 miliardi). Seguono Bergamo e Pavia (oltre 1 miliardo di euro per entrambe), Lecco ( 976 milioni) e Monza Brianza (737 milioni). Prima per export è Brescia con oltre 1,7 miliardi di merci esportate in Germania dei settori legati alla meccanica. Emerge da un’elaborazione della Camera di commercio di Milano, Monza Brianza e Lodi su dati Istat a settembre 2017 e 2016.

“La Germania si conferma un importante e storico partner commerciale per le imprese lombarde, con un  interscambio che nei soli primi nove mesi del 2017 ha superato i 14 miliardi di Euro, con variazioni positive sia dell’import (+7,5%) che dell’export (+10,2%). Prevedere a Monza focus tematici specifici sull’esportazione in Germania nell’ambito della meccanica, e in Europa per quanto riguarda l’alimentare significa mettere in campo  opportunità concrete per sostenere i processi di internazionalizzazione delle imprese” ha dichiarato Carlo Edoardo Valli, Presidente Promos e Vice Presidente della Camera di commercio di Milano Monza Brianza Lodi.

Quale vale l’export lombardo per settore

Le esportazioni lombarde verso la Germania del settore meccanica ammontano a oltre 6,3 miliardi di euro tra gennaio e settembre 2017, in crescita del +10,2% in un anno. Il business dell’automotive pesa circa il 17% del totale, si tratta di circa 400 milioni di euro di export di automobili a cui si aggiungono oltre 700 milioni di euro nel settore carrozzerie per autoveicoli, motori e accessori. Segue l’export di macchine di impiego generale (oltre 1 miliardo) e quello di altri prodotti in metallo (953 milioni di euro).

Meccanica in Lombardia

Si tratta complessivamente di circa 34mila imprese attive nel 2017, in tutta la regione che danno lavoro a poco meno di 390mila addetti. A Milano le imprese attive nei settori della meccanica sono 9.134 (117.464 addetti), Brescia al secondo posto conta 6.750 imprese (quasi 84mila addetti), Bergamo al terzo con 4.160 imprese (53.912 addetti). Seguono Varese e Monza e Brianza (entrambe contano circa 3mila imprese attive).

Germania chiama Brianza

Le esportazioni Made in Brianza della meccanica verso la Germania ammontano a 459 milioni di euro nei primi 9 mesi del 2017, in crescita del 7,2% rispetto allo stesso periodo dello scorso anno. I volumi maggiori di esportazioni si registrano nel comparto altri prodotti in metallo (203 milioni di euro), nel comparto macchine di impiego generale (circa 70 milioni di euro), altre macchine per impieghi speciali (34milioni di euro) e nel settore dell’ automotive (autoveicoli, carrozzerie per autoveicoli, rimorchi e semirimorchi, parti e accessori per autoveicoli e motori) con circa 25 milioni di merci esportate nei primi 9 mesi del 2017. Le imprese attive in Brianza nel comparto della meccanica sono 2.883 (-1,9%) e danno lavoro a oltre 26mila addetti. Nel dettaglio, le imprese della fabbricazione di prodotti in metallo sono 1.987 ( 13.688 addetti), 716 imprese di fabbricazione di macchinari ed apparecchiature (8.973), 40 imprese di fabbricazione di autoveicoli rimorchi e semirimorchi (742 addetti) e 59 imprese di fabbricazione di altri mezzi di trasporto (1.042 addetti).

Il lavoro di domani? L’esperto di cybersicurezza

I punti deboli della rete e le possibilità, sempre più frequenti e concrete, di essere sottoposti ad attacchi criminosi saranno i fil rouge delle professioni prossime future. In generale, chi vorrà trovare un lavoro nei prossimi anni (o mesi) dovrà concentrarsi con forza e altissima specializzazione proprio sul mondo digitale. E poco importa se alcune mansioni saranno svolte da robot: il cervello umano sarà sempre fondamentale.

Jobs of the Future, la ricerca individua i professionisti del futuro

Le indicazioni sui mestieri che verranno sono il frutto dell’indagine ‘Jobs of The Future’, realizzata dal gruppo internazionale di ricerca di personale, Hays, su un campione di 300 professionisti italiani, chiamati ad esprimere la propria opinione sull’evoluzione dell’information technology entro il 2025. In generale, le risposte degli intervistati vanno tute in una direzione: serviranno figure professionali nuove e capaci di affrontare le sfide della digitalizzazione. Qualche esempio di professionista richiesto nei prossimi sette anni? I programmatori di ‘intelligenze artificiali’, capaci di analizzare e gestire grandi quantità di dati; i ‘Robotic engineer’, studiosi della robotica applicata in ambito industriale, e i ‘Guardiani della privacy online’, cioè gli esperti di cybersicurezza.

Figure ibride con competenze It

“Se diversi lavori verranno svolti dai robot o dalle intelligenze artificiali, nei prossimi anni l’innovazione tecnologica creerà comunque interessanti opportunità e nuovi posti di lavoro”, afferma l’indagine ripresa dall’agenzia Ansa. Sempre in base ai dati della ricerca, quasi due intervistati su tre sono convinti che i lavori tradizionali non spariranno completamente ma si assisterà alla nascita di figure professionali ‘ibride’ con forti competenze in ambito It. Per cui, ad esempio, un fabbro in futuro potrebbe diventare un informatico con approfondite competenze in tecnologia e domotica.

La top five dei profili più richiesti nel 2025

Nella classifica dei profili professionali più richiesti dai cacciatori di teste entro il 2025 compaiono delle nuove figure. Al primo posto sei piazzano i ‘Big data expert’, con il 54,62% delle preferenze, seguiti dagli ‘It security specialist (44,58%) e dagli ‘App developer’ (26,10%). Cambia del tutto anche la tipologia dei contratti. Ad esempio, il mito del poto fisso sembrerebbe sparire completamente: secondo il 69,3% del campione, entro il 2025 le aziende dei settori It si rivolgeranno maggiormente a professionisti freelance e disposti a fornire le loro prestazioni su singoli progetti. Sarà poi sempre più diffusa la cosiddetta gig economy, caratterizzata dal lavoro ‘on demand’, che si attiva solo quando c’è richiesta per i propri servizi, prodotti o competenze.

Lombardia, una Regione che si tiene in forma: il fitness genera un giro d’affari di 4 miliardi l’anno

La Lombardia è una Regione decisamente in forma. Specie dopo il lungo periodo di feste, con l’inevitabile eccesso di pranzi, cene e aperitivi. Nel territorio lombardo, nel 2017, si sono infatti registrate oltre 11 mila imprese attive nel settore del benessere e fitness: si tratta di una crescita del 3,3% in un anno. Il giro di affari del comparto si attesta a ben 4 miliardi di euro all’anno. Quelle della Regione pesano quasi un sesto di tutte le imprese attive in Italia nel comparto (68 mila con un business di oltre 8 miliardi) grazie anche alla presenza tra le prime dieci province italiane di tre lombarde: Milano con 3.693 imprese, il 5,4% nazionale, al secondo posto per attività dopo Roma (7,8%) ma prima per giro d’affari, 2 miliardi di euro, Brescia sesta con 1.485 imprese e Bergamo settima con 1.304.

Lombardia, che business per le palestre e i centri benessere

La Lombardia pesa soprattutto nel settore delle palestre, concentrando il 21% delle attività italiane, nei centri benessere (30%) e nei servizi di manicure e pedicure (22,7%) e di bellezza (18%). Forte anche la presenza di imprese lombarde nel settore del commercio di prodotti macrobiotici e dietetici (183 sedi di impresa su 1.054 in Italia, il 17,4% del totale). Emerge da un’elaborazione della Camera di commercio di Milano su dati registro imprese al 2017 e 2016.

La mappa delle lombarde più in “forma”

Nel settore del benessere e del fitness, Milano è prima in regione con 3.693 imprese, il 32,8% lombardo e una crescita del 4,4% in un anno. Poi, per numero di attività, vengono Brescia (1.485 imprese e +1,8% tra 2016 e 2017), Bergamo (1.304, +3,2%) e Varese (1.004, +2,9%). Monza è quinta (861 imprese, +2,5%). Le crescite maggiori in un anno si registrano a Mantova (+5%) e Sondrio (+4,6%).

Il benessere fa impresa in tutta Italia

Anche se la Lombardia a livello territoriale è un’area particolarmente attiva nel settore, anche nel resto d’Italia il comparto gode di ottima salute. Sono 67.917 le imprese del settore, +1,8% in un anno trainate dalla crescita dei servizi di pedi-manicure, +11,4%. Prima è Roma dove si concentra il 7,8% delle attività italiane legate al fitness e benessere (5.294), specializzata per lo più in istituti di bellezza (2.591). Al secondo posto Milano (3.693), prima per centri benessere (462) e palestre (292), al terzo Napoli (3.001) che tallona Roma nelle attività del commercio specializzato (cosmetica, profumerie ed erboristerie) con 1.241.