Author Archives: Gerardo Tartaglia

Gli italiani passano quasi 2 ore al giorno sui social

L’Italia è un paese connesso, e con un trend di adozione in crescita per quanto riguarda Internet, le piattaforme social, e le nuove tecnologie. Sono infatti quasi 50 milioni le persone online in Italia su base regolare, e 35 milioni quelle presenti e attive sui canali social, sui cui si contano circa otto (7,8) account per ogni italiano. Ma non è solo la quantità di persone presenti e attive sul web a crescere. Aumenta anche il tempo passato online. Ogni giorno passiamo infatti 6 ore connessi a internet, e 1 ora e 57 minuti sulle piattaforme social. Una quantità di tempo in aumento rispetto al dato rilevato nel 2019, fermo a 1 ora e 51 minuti.

Quasi otto account a testa, fra Youtube, le app di Facebook e le altre piattaforme

Da quanto emerge dal rapporto di We Are Social, che analizza lo scenario social e digital a livello locale e globale, il 98% degli utenti social si connette da dispositivi mobili, riporta Adnkronos. Tra le piattaforme preferite dagli italiani si confermano come l’anno scorso Youtube e le app di Facebook, nell’ordine di preferenza, WhatsApp, Facebook, Instagram e Messenger, saldamente collocate nella top 5 della classifica dei social più usati. Ed è Instagram la piattaforma che registra la crescita più evidente, passata dal 55% del 2019 al 64% di oggi.

Crescono anche Snapchat, Twitter, WeChat, Reddit e TikTok

Buona performance anche di Pinterest, che vede un salto dal 24% al 29% anche in Italia, in parallelo a una crescita globale anche in virtù di una serie di miglioramenti della piattaforma self-service per le sponsorizzazioni, e ad alcune iniziative nell’ambito del Social Self Care. Crescono di un paio di punti percentuali ognuno anche Snapchat, Twitter, WeChat, Reddit. e TikTok, che alla prima rilevazione in Italia è stata adottata già dall’11% degli utenti.

Verso nuovi formati di fruizione e nuove tecnologie

“In linea con i Paesi occidentali, anche gli italiani stanno sviluppando grande attenzione per temi importanti legati alla loro vita online, come il controllo della propria privacy e la scelta di fonti di informazione affidabili”.In ogni caso, ci stiamo orientando verso nuovi formati nello scenario social. “In particolare siamo in una fase di ‘Stories-ficazione’ della comunicazione – commentano Gabriele Cucinella, Stefano Maggi e Ottavio Nava, Ceo di We Are Social – le Stories stanno facendo registrare su tutte le piattaforme un incremento continuo del loro tasso di engagement e penetrazione”, crescendo 15 volte più velocemente dei contenuti su feed, riporta Il Sole 24 Ore.

Ma non è tutto. “Crescono i comportamenti legati a nuovi formati di fruizione e a tecnologie relativamente nuove – precisano i Ceo di We Are Social – come le ricerche vocali, l’interazione con intelligenza artificiale, l’e-gaming e le sue varie declinazioni”.

Shopping, nel 2020 sarà sempre più digitale e personalizzato

Siamo alle soglie di un’ulteriore evoluzione dello shopping, ovviamente, grazie alla tecnologia, agli algoritmi e allo scambio di dati personali. Dalla tendenza alla personalizzazione dei prodotti a quella di decidere di vendere in prima persona i propri dati Euromonitor International nel nuovo report globale Top 10 Global Consumer Trends risponde alla domanda: come sarà lo shopping nel 2020? Dopo le casse smart anche sushi e sashimi saranno cucinati con i nostri ingredienti preferiti, ma sarà possibile anche ritornare in modalità “off”, cioè anonimi. E si potrà arrivare anche a “uno scambio commerciale in cui gli aggregatori di dati e le aziende potrebbero pagare i consumatori per accedere alle parti delle loro banche dati e ai profili personali”, spiega Michelle Evans, senior industry manager – digital consumer di Euromonitor.

Sushi “su misura” preparato dalla stampante 3D

Intanto a Tokyo si attende l’apertura del primo e più futuristico ristorante al mondo, il Sushi Singularity, progetto di Open Meals company specializzata nella produzione di cibo digitalizzato. In nome di un servizio altamente personalizzato, una piattaforma digitale analizzerà i campioni biologici dei clienti per valutare le loro esigenze nutrizionali. Questi dati biometrici saranno usati per informare anche quali sostanze nutritive sono comprese nelle singole porzioni di sushi che verrà servito. Le pietanze saranno stampate con stampante 3D in grado di dosare i singoli ingredienti scelti e sfornare bocconcini esteticamente perfetti.

Alexa sarà una voce più frequente nel prossimo anno

Assistenti virtuali, dispositivi intelligenti, chatbot e applicazioni basate sull’AI stanno penetrando nelle attività aziendali, nella logistica della catena di approvvigionamento e nella vita dei consumatori. Le aziende si stanno muovendo oltre le capacità umane, creando opportunità di crescita sostenibile con la tecnologia. Stiamo iniziando ad accettare che determinati compiti possano essere eseguiti con l’aiuto di robot e che lo shopping sia accompagnato da assistenti virtuali che facilitino le scelte, piuttosto che da fare soli.

Sebbene la completa fiducia e l’accesso universale a questi sistemi richiederanno più tempo, stiamo abbracciando l’idea di usare la tecnologia per il nostro benessere, convenienza, comfort e controllo personale. Insomma, saranno questi i grandi temi del 2020, riporta Ansa.

Occhiali da sole per l’invisibilità digitale e il cappellino per gli speakers

Non a tutti però piace condividere pezzetti di vita con robot e algoritmi. E in nome di una condivisione consapevole e di un maggiore controllo personale nascono progetti e start-up per creare sistemi di protezione dai nuovi sistemi di tracciabilità. Come gli occhiali da sole che garantiscono l’invisibilità digitale, in grado di proteggere il viso dalla tecnologia per il riconoscimento facciale.

Li hanno progettati i ricercatori americani di Reflectacles, e sono dotati di lenti che bloccano gli infrarossi per fermare le misurazioni delle fotocamere. In Danimarca è nato invece una sorta di cappellino tecnologico (Alias) da posizionare sulle casse smart. Il berretto, calzato sugli speakers, blocca l’ascolto, e qualora percepisca l’attivazione degli altoparlanti a nostra insaputa, lancia l’allarme.

Brexit, per quattro imprese italiane su dieci “non avrà conseguenze negative”

La famigerata Brexit, cioè l’uscita del Regno Unito dall’orbita Ue, è ormai sempre più vicina. Però gli imprenditori italiani non sembrano eccessivamente preoccupati: per quattro imprese che operano con l’estero su dieci questo passaggio non avrà conseguenze. In particolare il 21% delle imprese che ha rapporti internazionali non crede che avrà alcuna conseguenza sul business e il 17% ritiene che saranno pochissime. Si aspetta qualche conseguenza negativa il 24%, conseguenze abbastanza negative per l’8%. Lo 0,9% si aspetta invece molte conseguenze negative con un peso importante sul business dell’azienda. I dati sono il frutto di un’indagine di Promos Italia, l’agenzia nazionale del Sistema camerale per l’internazionalizzazione, insieme alla Camera di commercio di Milano Monza Brianza Lodi su oltre duecento imprese già attive o interessate a espandersi sui mercati esteri realizzata a dicembre 2019.

I rapporti con il Regno Unito sono importanti

Per le imprese sono importanti i rapporti con il Regno Unito e vorrebbero ulteriormente espandere il proprio business in Europa, con il Regno Unito che attrae l’interesse del 15%. Già in rapporti commerciali con il Regno Unito è il 21% degli intervistati. “Secondo le aziende che hanno risposto al nostro questionario, gli ultimi sviluppi sulla Brexit non hanno impattato significativamente sul loro business in UK, anche se qualche conseguenza è attesa – commenta Giovanni Da Pozzo, Presidente di Promos Italia -. Le reali ripercussioni di quanto sta avvenendo nel Regno Unito e in Europa saranno comunque più chiare tra qualche mese, solo a quel punto sapremo quali saranno le effettive ricadute in termini economici e commerciali per le aziende italiane”.

Un interscambio che vale 6 miliardi di euro

È di oltre 6 miliardi in nove mesi l’interscambio lombardo con il Regno Unito. In crescita l’export, +1,8%, in flessione l’import, -11,6%. La Lombardia è la prima regione italiana nei rapporti commerciali con un quarto del totale nazionale (24,3%), su un interscambio italiano di 26,5 miliardi, in aumento del 3,6% grazie soprattutto all’export (+6,3%). Dopo la Lombardia vengono Emilia Romagna con 4,4 miliardi, Veneto e Toscana con oltre 3 miliardi, Piemonte con 2,5 miliardi. Emerge da un’elaborazione della Camera di commercio di Milano Monza Brianza Lodi e di Promos Italia, la struttura del sistema camerale a supporto dell’internazionalizzazione su dati Istat a settembre 2019 e 2018.

Milano al primo posto per scambi Milano è al primo posto per scambi, con 2,5 miliardi circa e un export in crescita del 13,7%. Seguono a livello nazionale Roma e Torino che superano il miliardo, Bologna con 927 milioni, Modena, Vicenza e Livorno con oltre 800 milioni. Tra le prime lombarde dopo Milano ci sono Bergamo con 747 milioni, Brescia con 693 e Varese con 645 milioni. La Lombardia esporta nel Regno Unito soprattutto macchinari (15,9% del totale) e moda (12,1%) e importa prodotti chimici (14,9%). A livello nazionale sono invece i mezzi di trasporto i prodotti più importati (21%) ed esportati (15,9%), seguiti dai macchinari nell’import (10,4%) e dai prodotti tessili e di abbigliamento nell’export (13,8%)

Incidenti sul lavoro in Italia: già 500mila nei primi 10 mesi del 201

Nell’ultimo anno sono aumentati gli incidenti sul lavoro. Il triste dato arriva dall’Inail che, sulla base delle denunce presentate, sottolinea come nei primi 10 mesi del 2019 gli infortuni sul lavoro siano stati 534.314, cioè 240 in più rispetto ai 534.074 dei primi 10 mesi del 2018 (+0,04%). Però, è questa è un dato che va sottolineato, crescono di numero solo i casi avvenuti “in itinere”, ovvero nel tragitto di andata e ritorno tra l’abitazione e il luogo di lavoro, che sono passati da 80.534 a 82.535 (+2,5%), mentre quelli “in occasione di lavoro” registrano un calo dello 0,4% (da 453.540 a 451.779). E, anche se le denunce per incidenti mortali sono diminuite rispetto all’analogo periodo del 2018, con un calo del 5,2%, i pareri no sono positivi. “La flessione non è rassicurante, in quanto legata soprattutto agli ‘incidenti plurimi’, con cui si indicano gli eventi che causano la morte di almeno due lavoratori, che per loro natura ed entità possono influenzare l’andamento del fenomeno – spiega l’Inail, come riporta Italpress -. È proprio quello che è accaduto tra gennaio e ottobre dello scorso anno, quando gli incidenti plurimi sono stati 21 e hanno causato 76 vittime, più del doppio dei 34 lavoratori che hanno perso la vita nei 16 incidenti plurimi avvenuti nei primi 10 mesi di quest’anno”.

Agosto nero
“Il raffronto appare quindi poco significativo, se si considera che la metà dei 76 decessi in incidenti plurimi dei primi 10 mesi del 2018 è avvenuta nel solo mese di agosto, funestato soprattutto dai due incidenti stradali occorsi in Puglia, a Lesina e Foggia, in cui hanno perso la vita 16 braccianti, e dal crollo del ponte Morandi a Genova, con 15 casi mortali denunciati all’Inail. Nel mese di agosto di quest’anno, invece, non sono stati registrati eventi di uguale drammaticità”, aggiunge l’Istituto.

Nel Nord Ovest meno incidenti 
La mappa degli infortuni sul lavoro non è però omogenea a livello nazionale. L’analisi territoriale mostra una diminuzione delle denunce di incidenti mortali nel Nord-Ovest (da 260 a 232), nel Nord-Est (da 235 a 209) e al Sud (da 203 a 190), e un aumento nel Centro (da 174 a 185) e nelle Isole (da 73 a 80). I cali più significativi si sono registrati in Liguria e Veneto (rispettivamente 24 e 18 decessi in meno), mentre gli incrementi si sono visti nel Lazio (+11), nelle Marche e in Sicilia (+10). Sono in calo le denunce di infortunio sul lavoro nel Nord-Ovest (-0,1%), nel Nord-Est (-0,4%) e al Sud (-0,6%), mentre nel Centro e nelle Isole l’aumento è stato pari, rispettivamente, all’1,2% e allo 0,8%.

La stabilità finanziaria delle aziende europee è a rischio

Dopo anni di sostanziale stabilità, in Europa occidentale aumentano i casi d’insolvenza da parte delle aziende. E si prevede che il 2019 chiuderà con un incremento delle insolvenze al 2,7%, un trend di crescita che dovrebbe confermarsi anche nel 2020. Il rallentamento della crescita economica globale, il protrarsi della guerra commerciale tra Cina e Stati Uniti, nonché l’incertezza relativa ai futuri rapporti tra Regno Unito e Unione Europea sono considerati i fattori principali alla base di questo aumento. Secondo quanto emerge dall’edizione 2019 del Barometro Atradius sui comportamenti di pagamento a livello internazionale, e in particolare, in Europa Occidentale, le transazioni commerciali tra aziende vedono un più frequente ricorso alla concessione di credito commerciale rispetto allo scorso anno. Questo, per sostenere la crescita della domanda interna e rimanere competitive sui mercati esteri.

Il 60,4% del valore totale delle transazioni commerciali tra aziende è stato effettuato a credito

In media, nel 2019 il 60,4% del valore totale delle transazioni commerciali tra aziende in Europa occidentale è stato effettuato a credito, mentre lo scorso anno il dato si attestava al 41,4%. Questo dato raggiunge il 67,2% in Europa orientale e il 50,9% nelle Americhe. Nel dettaglio, le aziende danesi sono le più propense a concedere credito ai propri clienti (75,5% di vendite a credito) e quelle francesi le meno convinte (44,6%). Nel mezzo il dato relativo alle vendite a credito degli intervistati italiani, pari al 52,9% del totale delle vendite tra aziende, al di sotto della media europea del 60,4%.

Le dilazioni di pagamento medie concesse dalle aziende italiane

Restano sostanzialmente stabili le tempistiche medie concesse dai fornitori ai clienti per saldare le fatture. Non sorprende il fatto che la continua incertezza sulle relazioni future tra il Regno Unito e l’Unione Europea abbia sensibilmente acuito la percezione del rischio di credito da parte delle aziende britanniche, con dilazioni di pagamento medie concesse pari a 20 giorni, rispetto ai 24 giorni dello scorso anno, e dell’Irlanda (28 giorni, rispetto ai 31 giorni di un anno fa). Restano, invece, superiori alla media per l’Europa occidentale (pari a 34 giorni) le dilazioni di pagamento medie concesse dalle aziende italiane, che si attestano a 51 giorni dalla data di emissione della fattura.

In Italia 31,3% di crediti insoluti

Per quanto riguarda i crediti insoluti, circa il 30% del valore totale delle fatture B2B emesse dagli intervistati nell’ultimo anno è rimasto non pagato alla scadenza. In Italia il dato si attesta al 31,3%. La valutazione della solvibilità degli acquirenti, unitamente all’invio di solleciti di pagamento, sono le attività di gestione del credito commerciale più frequentemente utilizzate in Europa occidentale. L’Italia si posiziona al 42%, contro una media del 35% per l’Europa occidentale. Il previsto aumento delle insolvenze per il 2019 in Italia sale al 4%. Questo indica la necessità per le aziende del nostro Paese “di valutare con attenzione il merito di credito delle proprie controparti commerciali – commenta Massimo Mancini, Country Manager di Atradius per l’Italia – e di attivare strumenti assicurativi di gestione dei crediti in grado di tutelare il flusso di cassa generato dalle proprie attività”.

Pet economy, sempre più simile al mondo baby-care

La Pet Economy diventa sempre più simile al mercato baby care. I prodotti somigliano sempre di più a quelli per i bambini e il veterinario è quasi un pediatra. Proprio come per il mercato del baby care il destinatario del prodotto non parla, e chi compra non è colui che utilizza i prodotti e fruisce dei servizi. Ma se il mercato è in evoluzione il vero cambiamento è sociale. Il pet entra a pieno diritto nelle case italiane come componente della famiglia, condizionandone i comportamenti e guidandone i consumi. E le aziende seguono con interesse questa tendenza perché il mercato del pet è in crescita, e “muove” fatturato.

La spesa per gli animali è quasi 3 volte superiore a quella per i bambini

Secondo il Rapporto Assalco – Zoomark 2019 la spesa delle famiglie per gli animali è quasi 3 volte superiore a quella per i bambini. Le linee di prodotti pet diventano sempre più premium, personalizzate e di qualità e nasce l’esigenza da parte dei consumatori di avere etichette chiare per leggere gli ingredienti e conoscere la produzione di ciò che scelgono. Al contempo emerge una nuova figura di veterinario, che un po’ come il pediatra diventa fondamentale per la crescita del cucciolo. Il veterinario deve offrire servizi e consulenza sulla salute a 360°, dai vaccini all’alimentazione, dal benessere all’igiene dell’amico a quattro zampe.

Un mercato in piena espansione

Il mercato del pet è in piena espansione, riporta Ansa, ma non è ancora maturo. Sia gli e-commerce sia gli store fisici dovranno essere sempre più personalizzati e aperti alle esigenze del cliente. Il negozio non chiuderà finché ci saranno persone capaci di ascoltare, consigliare e offrire un’esperienza di shopping originale e unica. In pratica la pet economy deve strutturarsi per conoscere meglio il consumatore, e creare valore fra aziende e store, condividendo strategie, valori e senso comune.

Quando il cane incontra la blockchain

Sul mercato del pet si affaccia per la prima volta anche la blockchain. Uno strumento che può garantire alla filiera, la tracciabilità e l’autenticità dei dati, aiutare la medicina, e contrastare il fenomeno dell’abbandono. I dati infatti sono inamovibili con possibilità di creare relazioni fra albero genealogico, malattie, vaccini, informazioni cliniche, e pedigree. E il primo pet al mondo a “entrare” in blackchain è Pinta, il cane di Irene Sofia, influencer e business developer di FattorePet, l’agenzia di digital marketing specializzata nel settore Pet.

Cresce l’interesse per il temporary work fra i lavoratori italiani

Fra i lavoratori italiani aumenta l’interesse per il lavoro temporaneo. Nel lavoro temporaneo il rapporto di lavoro è definito a tempo determinato, ovvero prevede che il rapporto abbia un termine e una durata prestabilita. In Italia questo tipo di somministrazione del lavoro viene denominata lavoro interinale, ed è stata introdotta nel 1997 dal cosiddetto Pacchetto Treu (legge 196/1997).

Se alla sua introduzione il lavoro temporaneo è stato l’emblema della flessibilizzazione, portando benefici soprattutto alle imprese, in un mercato del lavoro in continuo mutamento anche i lavoratori oggi sembrano apprezzare le opportunità che comporta. Tanto che il 68% dei lavoratori italiani considera il lavoro ad interim un’opportunità.

L’indice di fiducia nei confronti del mercato del lavoro

Il dato emerge dal Job Confidence Index di PageGroup, la società mondiale nel recruitment con i brand Page Executive, Michael Page e Page Personnel. Lo studio analizza l’indice di fiducia dei lavoratori nei confronti del mercato del lavoro, ed è stato condotto in Italia tramite la somministrazione di 660 questionari ai candidati in cerca di opportunità professionali. E i risultati dello studio mostrano come la soddisfazione per il temporay work sia in crescita, sia fra i manager sia fra coloro che non ricoprono un incarico manageriale.

Per il 47% degli under 30 è un mezzo per incrementare le possibilità di trovare lavoro

L’indagine evidenzia come per il 75% dei lavoratori che non ricoprono un incarico manageriale il temporary work sia una via per arricchire la propria esperienza lavorativa e affinare le proprie abilità. Per il 55% dei manager invece si tratta di un trampolino di lancio per trovare un lavoro più interessante, riferisce Adnkronos. Per la metà degli intervistati, inoltre, un’esperienza lavorativa di questo tipo mette alla prova la flessibilità lavorativa. Tanto che il 47% dei lavoratori under 30 lo considera un mezzo per incrementare le possibilità di trovare lavoro.

“Il profilo personale si arricchisce di competenze trasversali”

Ma quali sono i motivi che rendono il lavoro temporaneo tanto appetibile fra gli intervistati? “La ricerca mostra che il lavoro ad interim viene visto come una grande opportunità dai lavoratori intervistati. La motivazione è molto semplice: entrando in contatto con realtà differenti, un lavoratore deve mettere alla prova il proprio talento perché deve confrontarsi con ambienti completamente diversi – afferma Pamela Bonavita, Senior Executive Director di PageGroup -. Il profilo personale si arricchisce di competenze trasversali rendendo il candidato sempre più competitivo sul mercato del lavoro”.

L’hashtag compie 12 anni: ecco come crearne uno “perfetto”

Buon compleanno hashtag: il cancelletto messo davanti a una parola per identificare un argomento e ricercarlo sui social è nato infatti il 23 agosto 2007 su Twitter. Da allora, molta acqua è passata sotto i ponti e oggi si utilizzano circa cento milioni di hashtag al giorno. Che dire, il simbolico è diventato molto, molto grande. La parola, frutto della combinazione fra “hash”, cancelletto, e “tag”, etichetta, nel 2014 è entrata a far parte del vocabolario con l’ingresso nel dizionario inglese Oxford.   

I consigli di Twitter per le cose da fare…

Ovviamente, anche il simbolo del cancelletto ha il suo #HashtagDay, che ricorre proprio nel giorno della sua nascita. Per l’occasione, Twitter ha diffuso una nota con tutte le cose da fare (e da non fare) per creare l’hashtag perfetto per una campagna di comunicazione vincente. La prima dritta è quella di realizzare hashtag brevi e facili da ricordare: occhio anche agli errori di battitura, altrimenti i tweet o i post sarebbero impossibili da trovare.

In seconda battuta, è opportuno fare delle ricerche per controllare se “l’etichetta” che si vuole utilizzare è già stata usata da altri e verificare quali sono gli hashtag associati al proprio brand. Twitter consiglia poi di pensare in grande: ovvero, è utile poter declinare l’hashtag anche in altri contesti, per unificare il messaggio e lavorare in coerenza su tutti i canali di comunicazione compresi, ad esempio, i cartelloni pubblicitari o gli altri social. Infine, bisogna dare agli utenti una buona ragione per utilizzare a loro volta quel preciso hashtag: in questo caso, può bastare un retweet.

… e quelle da non fare

Ci sono poi tutta una serie di indicazioni sulle cose da non fare, a cominciare da evitare l’abuso di hashtag. Per Twitter, uno o due hashtag possono essere sufficienti. Ancora, non serve forzare la mano: “l’hashtag è pensato per essere inclusivo, condivisibile e facilmente rilevabile. Se non si adatta in modo naturale a un Tweet, sembrerà forzato e l’effetto sarà controproducente” spiegano dal social con l’uccellino. Non utilizzare solo lettere maiuscole: si rischia uno sgradevole effetto “urlo”.

Gli hashtag più usati del 2019

Su Twitter, nei primi sette mesi del 2019 gli hashtag più di successo sono riferiti a trasmissioni televisive –  come #Amici18, #TemptationIsland, #GameOfThrones e #Gf16. Per quanto riguarda la musica, #Sanremo2019 è stato il più condiviso. Decisamente vivace anche la politica, con hashtag come #Salvini, #M5S, #PD, #Lega, #dimaio e #conte tra i più popolari. In tema sport, vince il calcio con gli hashtag#juventus, #milan, #inter, #asroma, #juve, #seriea, #calciomercato e #sarri tra i più condivisi.

Specialisti nel rilevamento delle perdite d’acqua!

VI.RO è una azienda specializzata nel settore della ricerca perdite acqua ed offre molteplici servizi annessi, la massima esperienza e la migliore tecnologia esistente per aziende, complessi alberghieri, scuole, nonché tutti i tipi di edifici pubblici e privati. L’obiettivo di questa realtà del settore termoidraulico con sede a Casatenovo (LC), è quello di risolvere questo tipo di emergenza nel minore tempo possibile e con la massima efficacia, in modo da consentire rapidamente il ripristino della fruibilità degli impianti e degli spazi.

L’azienda si occupa per questo di individuare le perdite d’acqua in modo rapido ed efficiente adoperando le migliori tecnologie del settore, perché conosce bene questa problematica e sa che le perdite causano umidità ed altri problemi sia nelle pareti che nelle superfici, per non parlare dei problemi che eventuali perdite possono causare a coloro i quali vivono negli appartamenti limitrofi a quello in cui si è verificata la perdita. Hai intenzione di lasciare che questi problemi diventino qualcosa di più complicato, quando puoi invece chiamare ed usufruire di un servizio che ti offre la soluzione ideale in meno tempo di quanto ti aspetti?

Sicuramente no, e per questo fai bene ad affidarti ad un team in grado di individuare rapidamente la natura e l’esatta ubicazione della perdita, grazie all’ausilio di sofisticati strumenti di nuova generazione e non invasivi, consentendoti di risolvere il tutto prima che il problema possa degenerare in qualcosa di più complicato da riparare e sicuramente più invasivo per i locali in cui la perdita è presente. VI.RO si occuperà per te di individuare e risolvere il problema adottando dunque un approccio non distruttivo ed effettuando anzitutto una indagine preventiva, che consenta di individuare la modalità di indagine e di intervento più adeguata con conseguente risparmio di tempo e denaro, dunque proprio la garanzia di affidabilità e sicurezza che fa per te.

Pressione fiscale più alta per gli onesti, colpa del “nero”

La pressione fiscale è data dal rapporto tra le entrate fiscali e il Pil, e nel 2018 si è attestata al 42,1%. Se però dalla ricchezza del Paese (Pil) si sottrae la quota riconducibile al sommerso e alle attività illegali il Pil diminuisce, facendo aumentare il rapporto tra questo e il gettito fiscale. In pratica, la pressione fiscale per i contribuenti onesti sale al 48%, quasi 6 punti in più rispetto al dato ufficiale.

“Sebbene negli ultimi anni il peso complessivo delle tasse risulti leggermente in calo in molti non se ne sono accorti, poiché allo stesso tempo sono cresciute le tariffe della luce, dell’acqua, del gas, i pedaggi autostradali, i servizi postali, i trasporti”, sottolinea il coordinatore dell’Ufficio studi Cgia, Paolo Zabeo. E anche se dal punto di vista contabile queste voci non rientrano nella pressione fiscale hanno effetti negativi sui bilanci di famiglie e imprese.

L’incidenza del “nero” sul Pil non ha subito variazioni dal 2016

Secondo l’Istat, nel 2016 l’economia non osservata ammontava a 209,8 miliardi di euro, pari al 12,4% del Pil. Di questi, 191,8 miliardi erano attribuibili al sommerso economico e altri 17,9 alle attività illegali. L’Ufficio studi della Cgia ipotizza che l’incidenza del “nero” e delle attività illegali sul Pil nel biennio 2017-2018 non abbia subito variazioni rispetto al 2016. Dopo il picco massimo toccato nel biennio 2012-2013 negli anni successivi la pressione fiscale ha segnato una diminuzione, che nel biennio 2017-2018 si è attestata al 42,1%. Secondo la Cgia non è però da escludere che nel 2019 la pressione fiscale torni a salire. Non tanto perché il prelievo complessivo sia destinato ad aumentare, ma perché la crescita del Pil sarà molto contenuta, e nettamente inferiore alla variazione registrata l’anno scorso.

Recuperare almeno 33 miliardi per non far salire i prezzi

“Se da un lato abbiamo recuperato 7,6 miliardi di euro che ci hanno evitato la procedura di infrazione da parte dell’Ue – rileva il segretario Cgia Renato Mason – dall’altro lato dobbiamo trovare entro dicembre 23 miliardi per evitare l’aumento dell’Iva e altri 10-15 miliardi per estendere a tutta la platea dei contribuenti la flat tax”. Insomma, per evitare un forte aumento dei prezzi di beni e servizi e beneficiare di una riduzione del carico fiscale dovremmo recuperare in pochi mesi almeno 33 miliardi, riferisce Adnkronos.

Il rapporto tra fisco e aziende sta cambiando, ma non porta sostanziali benefici

Dopo l’introduzione della fatturazione elettronica, dal 1° luglio è scattato l’obbligo di memorizzazione e di invio telematico dei corrispettivi per le partite Iva con volume d’affari superiore ai 400.000 euro. Da qualche settimana poi piccoli imprenditori, artigiani e commercianti sono alle prese con la dichiarazione dei redditi, che da quest’anno prevede la sostituzione degli studi di settore con gli Isa. Un nuovo strumento che sta mettendo in difficoltà anche gli stessi addetti ai lavori, e che rischia di tradursi in un aumento dei costi legati alla burocrazia fiscale. E che evidenzia come il rapporto tra fisco e aziende stia cambiando rapidamente, senza però portare sostanziali benefici in termine di riduzione delle tasse.