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Sharing mobility, resiste anche ai tempi del Covid: monopattino superstar

Durante un anno difficile e con tante limitazioni come è stato il 2020 non stupisce che anche le varie forme di mobilità condiviosa abbiamo subìto una decisa battuta d’arresto. Le percorrenze dei mezzi di questo specifico comparto hanno infatti registrato un calo complessivo del 30,6%. Meglio, in ogni caso, rispetto ai trasporti tradizionali: nell’anno del Covid il servizio ferroviario regionale, ad alta velocità e il servizio di trasporto aereo sono calati rispettivamente del 38%, 66% e 69%. Questi dati emergono dall’Osservatorio Nazionale sulla sharing mobility, promosso dal Ministero della Transizione Ecologica, dal Ministero delle Infrastrutture e Mobilità sostenibili e dalla Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile, e composto dagli operatori di sharing, dalle amministrazioni cittadine e dai centri di ricerca, che ha anticipato anche alcuni dati del 2021 in sei città. Dai dati emerge che l’uso di tutti i servizi di sharing è cresciuto sensibilmente nel 2021 ritrovando nelle prime due settimane di giugno i valori medi prepandemia (media 2019) e lo scootersharing è il servizio che ha recuperato terreno più velocemente, seguito dal bike sharing e, ultimo, dal car sharing.

Il debutto dei monopattini è stato un successo 

L’insieme dei servizi di sharing mobility ha sperimentato un calo annuale complessivo delle percorrenze solo del -30,6%, inferiore rispetto ad altri servizi di mobilità, che dimostra come la sharing mobility sia fortemente consolidata nelle città italiane. Questo calo tutto sommato contenuto si deve anche al debutto nei maggiori centri italiani del servizio di monopattini in sharing, i quali, pur apparendo in un contesto così critico, hanno dimostrato una grande espansione d’offerta in termini di veicoli, operatori e città servite e un forte gradimento da parte degli utenti, tanto che oggi un veicolo condiviso su 3 è un monopattino. Arrivati in Italia sul finire del 2019, i servizi di monopattino in sharing realizzano numeri senza precedenti nell’anno della pandemia, diventando in 12 mesi il servizio più diffuso in Italia, quello più presente nelle città del Sud, quello con più veicoli operativi sulle strade, nonché quello che realizza il maggior numero di noleggi nel 2020. Nel 2020 sono stati compiuti 7,4 milioni di noleggi in monopattino e percorsi 14,4 milioni di chilometri. Rispetto al 2019, nel 2020 aumenta la durata (12,1 minuti) e la distanza dei noleggi (1,8 km) effettuati con questo nuovo tipo di veicolo. 

Calano invece carsharing e bikesharing

Performance diverse per il carsharing, il settore che ovviamente ha risentito di più delle limitazioni alla mobilità. Come le chiusure e il lockdown, sono venuti meno alcuni segmenti di domanda tipici di questo servizio. Soffre un po’ pure il bikesharing – anche se sta cambiando volto con l’arrivo sempre più consistente nelle flotte di e-bike – sia per la concorrenza dei monopattini per la micromobilità sia perché sono mancate larghissime fasce di fruitori, come i pendolari o gli studenti.

Il 64% della spesa delle famiglie italiane è destinata a casa e cibo

Il 64,3% degli 824,2 miliardi di spese annue delle famiglie italiane, pari a 528,7 miliardi di euro, se ne va per casa, cibo, vestiario: è quanto rileva l’analisi realizzata dal Centro studi di Unimpresa, La spesa degli italiani e il peso delle tasse. Secondo lo studio, le quote maggiori della spesa dei 25,6 nuclei familiari residenti nel nostro Paese sono quelle per l’abitazione (274 miliardi di euro, comprese le utenze, il 33% del totale) e per il cibo (141 miliardi, il 17%). In pratica oltre il 50% dei consumi, cioè 415 miliardi, si riferisce alle voci relative alla casa e alla spesa alimentare.

Fanalino di coda, l’istruzione, con 7 miliardi (0,9%)

Per il tempo libero e la cultura, le famiglie italiane sborsano invece 41,3 miliardi (5,0%), più di quanto sia necessario per pagare i 38,8 miliardi di cure sanitarie (4,7%). L’abbigliamento (vestiario e calzature) comporta uscite per 36,9 miliardi (4,5%), poco di più di quanto si spenda per alberghi e ristoranti (36,3 miliardi, 4,4%). Per mobili ed elettrodomestici, poi, si spendono 35,3 miliardi (4,3%), mentre le rate dei mutui comportano esborsi per 26,9 miliardi (3,3%). Per le comunicazioni, comprese le utenze per la telefonia, fissa e mobile, si spendono 20,7 miliardi (2,5%), mentre alcolici e tabacchi costano 13,9 miliardi (1,7%). Fanalino di coda la voce “istruzione” con 7,1 miliardi (0,9%). 

“Il regime della tassazione dei consumi è estremamente complesso e articolato”

“Il regime della tassazione dei consumi è estremamente complesso e articolato, sarà cruciale, nel momento in cui si metterà mano, nell’ambito della riforma fiscale, anche all’Iva, prestare la massima attenzione ai comportamenti delle famiglie e alle loro esigenze. Nessuno dovrà essere penalizzato dalle nuove norme tributarie – commenta il presidente di Unimpresa, Giovanna Ferrara -.
“La determinazione delle aliquote Iva, e non solo quelle, viene considerata spesso una scelta squisitamente tecnica, ma è, in realtà, una decisione dall’alto peso politico: ne consegue che il governo e il Parlamento, in sede di definizione di eventuali, nuovi livelli di tassazione, dovranno essere consapevoli del significativo impatto sociale delle misure”.

L’Iva sui consumi delle famiglie garantisce un gettito annuo di 62,8 miliardi

Quanto agli aspetti fiscali, riporta Agi, l’Iva sui consumi di 25 milioni e 667mila famiglie garantisce allo Stato un gettito annuo di 62,8 miliardi di euro. Rispetto alla spesa di 824,2 miliardi complessivi, l’imponibile è pari a 429,7 miliardi, mentre la spesa esente da tassazione si attesta a 330,9 miliardi. Le due aliquote agevolate (al 4% e al 10%) assicurano incassi erariali, rispettivamente, per 2,8 miliardi e 16 miliardi, mentre l’aliquota ordinaria (22%) pesa per 44,1 miliardi. L’aliquota media calcolata, considerando base imponibile e gettito complessivo, si attesta al 14,6%, e la spesa totale al netto dell’Iva è pari a 760,6 miliardi.

Sei italiani su 10 sono pronti a usare il car sharing regolarmente

Il car sharing viene usato sempre di più per gli spostamenti degli italiani, che ne apprezzano i benefici in termini di risparmio di tempo, denaro e minor impatto sull’ambientale. Ma non è solo l’interesse per il car sharing a crescere, anche le altre forme di mobilità condivisa, come il bike e lo scooter sharing, vengono maggiormente utilizzati, soprattutto nelle grandi città. Insomma, anche se non ancora diffusa in maniera capillare, la mobilità condivisa non spaventa più, e 6 italiani su 10 sono pronti a utilizzare il car sharing regolarmente. Lo ha rilevato una ricerca Bva-Doxa per l’Osservatorio Change Lab, “Italia 2030”, realizzato da Groupama Assicurazioni, la filiale del Gruppo francese Groupama e tra i principali player del settore assicurativo in Italia.

Il 29% ha utilizzato almeno una volta il servizio di car sharing

La ricerca ha indagato i principali trend cambieranno le abitudini di vita degli italiani entro il 2030. E attualmente, secondo i dati dell’Osservatorio Groupama, solo 3 italiani su 10, il 29%, hanno utilizzato almeno una volta il servizio di car sharing, 4 su 10 se si considerano i giovani under 35. Meno adoperati dagli italiani sono invece lo scooter sharing e il bike sharing, con una percentuale rispettivamente del 12% e del 21% del campione. Quest’ultimo dato sale al 28% solo nelle grandi città.

Risparmio di tempo, di denaro e minor impatto ambientale

Quanto alla soddisfazione del servizio, la quasi totalità degli intervistati, il 94%, risulta pienamente soddisfatta del car sharing, e ne apprezza soprattutto il risparmio di tempo (54%), il risparmio di denaro (47%) e il minor impatto ambientale (34%). Se lo scooter sharing riporta valori del tutto simili per livelli e motivi di soddisfazione, per quanto riguarda invece il bike sharing, il livello di soddisfazione è leggermente più basso (86%). In generale, 1 utente su 2 ne apprezza il basso impatto ambientale, mentre tra i motivi di insoddisfazione vengono citati l’inefficienza del servizio (38%), la scomodità (31%), la carenza di punti di utilizzo (31%) e i costi (31%).

Nei prossimi 10 anni sarà sicuramente più utilizzato

Secondo i dati dell’Osservatorio, il servizio di car sharing in Italia sarà molto più utilizzato nei prossimi 10 anni. Il 62% del campione intervistato è infatti convinto che ne farà un uso maggiore. Anche il bike sharing dovrebbe registrare un’impennata degli utenti, dato che circa 1 italiano su 2 immagina di poter utilizzare questo servizio. Quanto allo scooter sharing in futuro sarà scelto, invece, da 3 su 10 italiani. E se i giovani tra i 18 e i 34 anni si dichiarano i più propensi a far ricorso alla mobilità condivisa, riporta Adnkronos, gli uomini rispondono positivamente in maggior numero rispetto alle donne.

Lavoro, il gap tra domanda e offerta si può superare?

Da tempo in Italia si parla della mancanza di figure professionali di area tecnologica rispetto a quanto richiesto dal mercato del lavoro. Le aziende infatti sono alla continua ricerca di figure IT, ingegneri, chimici e altri profili che il mercato non riesce a offrire. D’altronde, sono sempre di più le persone alla ricerca di lavoro che non riescono a superare il processo di selezione del personale. Insomma, esiste un gap tra domanda e offerta “certamente aumentato nell’ultimo decennio – spiega Carola Adami, CEO di Adami & Associati – anche in seguito alla crisi economica internazionale”. In conseguenza alla crisi dovuta alla pandemia il gap si stia allargando ulteriormente. Ma quali sono i fattori che determinano il gap?

Le aziende faticano a trovare i profili di cui hanno bisogno

“I motivi che possono rendere difficile l’individuazione del talento ricercato sono vari – continua l’head hunter – ma in generale le aziende lamentano la presenza di bassi livelli di specializzazione, di conoscenza insufficiente delle principali metodologie di lavoro, nonché di competenze scolastiche troppo generiche, scarsamente applicabili sul mondo del lavoro”.

Non di rado le aziende puntano il dito anche su quelle che non sono hard skills, come ad esempio la scarsa capacità di ascolto, il ridotto senso di responsabilità e l’insufficiente attitudine al problem solving. Ad ampliare ulteriormente il gap sono poi anche le esigenze e le aspettative delle persone alla ricerca di lavoro. “L’asimmetria è formata dal mancato incontro tra le esigenze di entrambi gli attori in gioco”, sottolinea Adami.

Scarseggiano le opportunità stimolanti in linea con il proprio curriculum vitae

“Spesso le persone qualificate lamentano la scarsità di opportunità lavorative stimolanti in linea con il proprio curriculum vitae, oppure l’assenza di reali prospettive di carriera – aggiunge l’head hunter -. In un contesto in cui i tassi di disoccupazione e di inoccupazione risultano alti, poi, scoraggia il fatto di trovarsi spesso di fronte a un numero importante di partecipanti per ogni singolo processo di selezione. Per non parlare della frustrazione che può generare il fatto di confrontarsi quotidianamente con portali di annunci di lavoro gestiti in modo non del tutto efficiente o trasparente”.

Un’asimmetria ormai fisiologica

Di certo, in un panorama simile, non sta al singolo trovare la soluzione per colmare il gap tra domanda e offerta di lavoro. L’asimmetria ormai fisiologica presente in Italia deve essere ridotta attraverso cambiamenti forti nelle politiche del lavoro e nel mondo della formazione.

“Ciononostante – sottolinea Adami – chi è alla ricerca di lavoro può muoversi in modo da ridurre al minimo gli effetti di questo fenomeno. È necessario mantenere aggiornato il proprio curriculum vitae e ottimizzarlo al meglio, pensando anche alle esigenze degli algoritmi usati dalle agenzie di selezione del personale”.

Gli italiani risparmiano su trasporti pubblici e vestiti, ma non su cibo e digitale

Nel “next normal” a pagare il prezzo più alto della pandemia, soprattutto a causa della paura del contagio e delle nuove abitudini, saranno i trasporti pubblici. È questo l’ambito in cui nel 2021 gli italiani pensano di ridurre maggiormente le spese rispetto al 2019. Ma oltre ai trasporti pubblici, pesanti tagli alle spese riguarderanno anche l’abbigliamento, le calzature, gli abbonamenti e la pay tv per timore della riduzione dei redditi. Nella nuova realtà le intenzioni di spesa degli italiani sembrano infatti privilegiare alcune categorie di consumo e penalizzarne altre. Lo rileva la ricerca dal titolo 2021, l’anno che verrà, svolta in collaborazione Coop-Nomisma, insieme all’indagine 2021 Restart.

Casa, domotica e ristrutturazioni

La casa rimane invece uno dei caposaldi nel post-Covid: un italiano su 5 sogna la domotica, quasi 4 su 10 ragionano su ristrutturazioni o efficientamento energetico, e ai primi posti nella lista dei desideri compaiono anche le spese per rinnovare l’arredamento, acquistare i grandi elettrodomestici (lavatrice, lavastoviglie, frigorifero ecc.) e perfino i robot da cucina. Il digital jump poi non si interrompe nell’ambito delle spese domestiche, e trova nuova linfa anche nelle previsioni 2021. Quasi un italiano su 2 investirà su un nuovo smartphone, tablet, pc, smart tv, e anche i pagamenti online, l’e-grocery e il delivery, saranno sempre più frequenti. Gli italiani sembrano quindi sempre più alla ricerca di nuove soluzioni che siano effettivamente smart, riporta Adnkronos.

Il cibo resiste al taglio dei consumi, ma con sobrietà

Ancora una volta il cibo è metafora dell’Italia e degli italiani. Insieme alla salute e alla casa, rimane l’ultimo argine alla riduzione dei consumi rispetto al pre-Covid. Ciò nonostante quello del 2021 sarà per molti un cibo sobrio. Se per il 71% del campione questa voce di spesa rimarrà stabile, un 15% intende risparmiare. Continua poi l’onda lunga dello slow cooking, la nuova strategia degli italiani per spendere meno acquistando più ingredienti di base e meno piatti pronti, e contemporaneamente, difendere qualità e salubrità del proprio cibo, spesso cucinandolo da sé, con il 30% che già ad agosto 2020 prevedeva di dedicare più tempo alla preparazione dei pasti.

Più acquisti sostenibili e a km zero

Secondo gli executive della filiera alimentare gli acquisti si concentreranno maggiormente sugli alimenti prodotti con materie prime italiane e naturali o sostenibili. Rispettivamente il 53% e il 48% del campione ritiene che queste categorie registreranno le migliori performance rispetto all’anno precedente, mentre gli ingredienti freschi saranno in crescita per il 52% degli intervistati. Proprio il concetto di prodotto sostenibile però si fa più articolato, e al generico rispetto per l’ambiente si affiancano il concetto di produzione locale o legata al territorio, con il 50% che abbina questo tema alla sostenibilità e il 49% a una filiera controllata. Compare poi nell’analisi di Coop-Nomisma anche il principio della giusta remunerazione per i vari attori della filiera.

Catfishing, gli adolescenti e i falsi profili sui social

A oltre 6 ragazzi su 10 è capitato di imbattersi in profili falsi sui social, e quasi la metà confessa di averli creati, soprattutto per divertimento. Si tratta del fenomeno Catfishing, ovvero la pratica di “pescare” immagini e informazioni dagli account dei social media al fine di creare una nuova e finta identità online utilizzando quella di un altro individuo come se fosse la propria. Il Catfishing, inizialmente diffuso fra gli adulti, sta prendendo piede anche tra i giovanissimi. Per questo motivo Kaspersky ha realizzato un’indagine sul fenomeno, condotta insieme al Giffoni Innovation Hub, per sensibilizzare ragazzi e genitori a essere più consapevoli.

Quanto è importante sapere con chi si chatta?

In generale il Catfishing viene visto come qualcosa che coinvolge soprattutto i giovanissimi (72%), anche se il 17% pensa riguardi principalmente il mondo degli adulti, e il 13% solo persone molto deboli e fragili. Alcuni, inoltre, sottovalutano il pericolo e non lo ritengono tale, a meno che non si tramuti in truffa economica, ricatto o minaccia (14%). Se oltre il 65% considera fondamentale informarsi, e l’85% è cosciente della serietà del fenomeno Catfishing, sono in particolare le ragazze le più preparate sul tema (62%), contro il 43% dei maschi. Le ragazze poi sono anche le più sensibili, ritenendo importante sapere con chi si chatta realmente. Il 73% di loro, infatti, dà un voto massimo a questo aspetto, rispetto al 50% dei maschi, riporta Ansa.

Cosa spinge a mentire online?

L’ossessione per i like e la paura del giudizio riferito al proprio orientamento sessuale, al colore della pelle o al proprio corpo, hanno effetti importanti sui giovanissimi. Tra le motivazioni che spingono a inventare profili falsi per il 22% c’è proprio la vergogna per il proprio aspetto fisico, convinzione che appartiene in ugual misura a maschi (23%) e femmine (21%). Dall’indagine emerge poi che il 44% dei giovani intervistati ha utilizzato almeno una volta profili falsi sui social, sostenendo di averlo fatto soprattutto per divertimento (27%), ma anche per sentirsi “libero” di commentare e postare contenuti che con la propria identità non avrebbe avuto il coraggio di condividere (14%).

A scuola se ne parla poco

L’8% confessa invece di averlo fatto per timidezza, il 5% per aumentare like e commenti, e il 2% ammette di averlo creato per fare l’hater in rete. Un altro elemento che emerge dalla ricerca è che la scuola sembra non essere un luogo in cui si discute di questo argomento. Solo il 29% dichiara di averne parlato con i propri insegnanti, e anche in questo caso, sono le ragazze a preoccuparsene maggiormente (32%) rispetto ai ragazzi (25%).

“È fondamentale tenere presente che gli adolescenti sono naturalmente i più esposti alle minacce della rete – commenta Morten Lehn, General Manager Italy di Kaspersky -. Per questo motivo è importante creare progetti e iniziative per una vita digitale sicura e per informare i ragazzi sui pericoli del mondo online”.

Facebook, su Rooms le dirette anche per 50 persone

Non solo Zoom, ma anche Rooms. Sono sempre di più le piattaforme dedicate alle videochiamate, che ci hanno salvato dall’isolamento sociale, professionale, educativo quando eravamo tutti chiusi in casa. E ora la funzione di Facebook, lanciata proprio durante le settimane del lockdown, si evolve e diventa uno strumento per le dirette con gli amici e i colleghi. Con Messanger Rooms, le ‘stanze’ virtuali del social network si possono trasformare in uno spazio per live destinati a gruppi fino a 50 persone. “La funzione – precisa una nota di Facebook – viene gradualmente introdotta in alcuni paesi su Facebook e Messenger versione web e presto verrà estesa a tutti i paesi in cui è disponibile Messenger Rooms, nonché all’app mobile Facebook e Messenger e alla versione desktop di Messenger”. Questa funzione risponde anche a un’evidenza: a giugno 2020 le dirette della Pagine sono raddoppiate rispetto all’analogo periodo dell’anno scorso.

Liberi di aggiungersi o uscire

Le Messenger Rooms sono videochiamate di gruppo a cui ci si può aggiungere. Nel caso del ‘live’, il creatore della Stanza controlla la diretta, chi può vedere il Live e chi è invitato a partecipare. Inoltre, può aggiungere o rimuovere i partecipanti dalla diretta in qualsiasi momento e anche chi partecipa può lasciare la live in qualsiasi momento. Ancora, il creatore può invitare anche chi non ha un account Facebook. Per garantire la massima sicurezza, specifica Facebook, “Gli spettatori sono incoraggiati a segnalare qualsiasi video in diretta che ritengano violi gli standard della comunità di Facebook”.

Come funziona

Per trasmettere in diretta su Messenger Rooms occorre essere il creatore della stanza e usare il browser web Google Chrome. Da Messangers Rooms bisogna poi cliccare sull’icona “Live” in basso a destra. A questo punto, occorre scegliere dove si vuole vuoi trasmettere il video in diretta (sul diario, su una Pagina gestita o su un gruppo) e selezionare il pubblico. Tutti i partecipanti alla videochat riceveranno una notifica che li invita a partecipare alla trasmissione in diretta e dovranno scegliere di partecipare o di lasciare la stanza prima che diventi attiva. Una volta che i partecipanti confermano la loro presenza nella stanza (o decidono di lasciarla), si può iniziare la diretta. Il creatore della stanza può rimuovere i partecipanti che non rispondono e può anche decidere di bloccare o sbloccare una “Room” durante la diretta. Per terminare la trasmissione, è sufficiente cliccare su Fine.

Facebook rimuove 2,5 milioni di contenuti commerciali relativi al Covid

Più di 2,5 milioni di contenuti relativi alla vendita di mascherine, disinfettanti per le mani e kit di test per il coronavirus. È quanto Facebook ha rimosso dalla piattaforma  partire dal primo marzo 2020. E ad aprile il social network ha apposto un’etichetta di avvertimento per gli utenti su circa 50 milioni di contenuti a tema Covid-19. Il tutto è frutto dell’analisi di 7.500 articoli da parte dei fact checker partner. Si tratta di alcuni dati del Community Standards Enforcement Report pubblicato periodicamente dalla società di Mark Zuckerberg, che dà conto delle azioni messe in campo da Facebook in alcune aree sensibili, compresi anche linguaggio d’odio e bullismo.

Eliminati centinaia di migliaia di contenuti di disinformazione

Insomma, Facebook intende continuare a fare “pulizia” sulla propria piattaforma, impiegando una gran mole di risorse per scovare ed eliminare fake news e contenuti fuorvianti sul coronavirus.

“A oggi – sottolinea il social network – abbiamo indirizzato oltre 2 miliardi di persone verso le fonti messe a disposizione dalle autorità sanitarie attraverso il nostro Centro Informazioni sul Covid-19 e i pop-up su Facebook e Instagram”. In questo modo sono stati rimossi centinaia di migliaia di contenuti di disinformazione che potrebbero portare a danni fisici imminenti.

Grazie ai sistemi di AI è migliorato anche il rilevamento proattivo

Il Community Standards Enforcement Report ha messo in chiaro anche le altre aree di azione della piattaforma sui contenuti dannosi. In sei mesi, ad esempio, ha rimosso 6,3 milioni di contenuti relativi a organizzazioni che diffondono odio, 2,8 miliardi di account fake, e 4,8 miliardi di contenuti spam. Grazie ai sistemi di Intelligenza Artificiale, spiega ancora la piattaforma, è migliorato anche il rilevamento proattivo, ovvero quello che consente di rilevare questo genere di post prima che vengano segnalati dagli utenti.

Quasi il 90% di hate speech rilevato

In particolare, per quanto riguarda l’hate speech, Facebook ora è “in grado di rilevare quasi il 90% dei contenuti”. Su Instagram, invece, oltre a lanciare nuovi strumenti anti-bullismo la società sottolinea di aver apportato miglioramenti alla tecnologia di corrispondenza di testo e immagini per scovare un maggior numero di contenuti relativi a suicidio e autolesionismo.

In questo modo, riferisce Ansa, la quantità di contenuti su cui la società ha preso provvedimenti è aumentata del 40%, e la percentuale di rilevamento proattivo è cresciuta del 12%. Riguardo il bullismo, invece, in sei mesi la piattaforma è intervenuta su 1,5 milioni di contenuti.

Gli italiani passano quasi 2 ore al giorno sui social

L’Italia è un paese connesso, e con un trend di adozione in crescita per quanto riguarda Internet, le piattaforme social, e le nuove tecnologie. Sono infatti quasi 50 milioni le persone online in Italia su base regolare, e 35 milioni quelle presenti e attive sui canali social, sui cui si contano circa otto (7,8) account per ogni italiano. Ma non è solo la quantità di persone presenti e attive sul web a crescere. Aumenta anche il tempo passato online. Ogni giorno passiamo infatti 6 ore connessi a internet, e 1 ora e 57 minuti sulle piattaforme social. Una quantità di tempo in aumento rispetto al dato rilevato nel 2019, fermo a 1 ora e 51 minuti.

Quasi otto account a testa, fra Youtube, le app di Facebook e le altre piattaforme

Da quanto emerge dal rapporto di We Are Social, che analizza lo scenario social e digital a livello locale e globale, il 98% degli utenti social si connette da dispositivi mobili, riporta Adnkronos. Tra le piattaforme preferite dagli italiani si confermano come l’anno scorso Youtube e le app di Facebook, nell’ordine di preferenza, WhatsApp, Facebook, Instagram e Messenger, saldamente collocate nella top 5 della classifica dei social più usati. Ed è Instagram la piattaforma che registra la crescita più evidente, passata dal 55% del 2019 al 64% di oggi.

Crescono anche Snapchat, Twitter, WeChat, Reddit e TikTok

Buona performance anche di Pinterest, che vede un salto dal 24% al 29% anche in Italia, in parallelo a una crescita globale anche in virtù di una serie di miglioramenti della piattaforma self-service per le sponsorizzazioni, e ad alcune iniziative nell’ambito del Social Self Care. Crescono di un paio di punti percentuali ognuno anche Snapchat, Twitter, WeChat, Reddit. e TikTok, che alla prima rilevazione in Italia è stata adottata già dall’11% degli utenti.

Verso nuovi formati di fruizione e nuove tecnologie

“In linea con i Paesi occidentali, anche gli italiani stanno sviluppando grande attenzione per temi importanti legati alla loro vita online, come il controllo della propria privacy e la scelta di fonti di informazione affidabili”.In ogni caso, ci stiamo orientando verso nuovi formati nello scenario social. “In particolare siamo in una fase di ‘Stories-ficazione’ della comunicazione – commentano Gabriele Cucinella, Stefano Maggi e Ottavio Nava, Ceo di We Are Social – le Stories stanno facendo registrare su tutte le piattaforme un incremento continuo del loro tasso di engagement e penetrazione”, crescendo 15 volte più velocemente dei contenuti su feed, riporta Il Sole 24 Ore.

Ma non è tutto. “Crescono i comportamenti legati a nuovi formati di fruizione e a tecnologie relativamente nuove – precisano i Ceo di We Are Social – come le ricerche vocali, l’interazione con intelligenza artificiale, l’e-gaming e le sue varie declinazioni”.

Shopping, nel 2020 sarà sempre più digitale e personalizzato

Siamo alle soglie di un’ulteriore evoluzione dello shopping, ovviamente, grazie alla tecnologia, agli algoritmi e allo scambio di dati personali. Dalla tendenza alla personalizzazione dei prodotti a quella di decidere di vendere in prima persona i propri dati Euromonitor International nel nuovo report globale Top 10 Global Consumer Trends risponde alla domanda: come sarà lo shopping nel 2020? Dopo le casse smart anche sushi e sashimi saranno cucinati con i nostri ingredienti preferiti, ma sarà possibile anche ritornare in modalità “off”, cioè anonimi. E si potrà arrivare anche a “uno scambio commerciale in cui gli aggregatori di dati e le aziende potrebbero pagare i consumatori per accedere alle parti delle loro banche dati e ai profili personali”, spiega Michelle Evans, senior industry manager – digital consumer di Euromonitor.

Sushi “su misura” preparato dalla stampante 3D

Intanto a Tokyo si attende l’apertura del primo e più futuristico ristorante al mondo, il Sushi Singularity, progetto di Open Meals company specializzata nella produzione di cibo digitalizzato. In nome di un servizio altamente personalizzato, una piattaforma digitale analizzerà i campioni biologici dei clienti per valutare le loro esigenze nutrizionali. Questi dati biometrici saranno usati per informare anche quali sostanze nutritive sono comprese nelle singole porzioni di sushi che verrà servito. Le pietanze saranno stampate con stampante 3D in grado di dosare i singoli ingredienti scelti e sfornare bocconcini esteticamente perfetti.

Alexa sarà una voce più frequente nel prossimo anno

Assistenti virtuali, dispositivi intelligenti, chatbot e applicazioni basate sull’AI stanno penetrando nelle attività aziendali, nella logistica della catena di approvvigionamento e nella vita dei consumatori. Le aziende si stanno muovendo oltre le capacità umane, creando opportunità di crescita sostenibile con la tecnologia. Stiamo iniziando ad accettare che determinati compiti possano essere eseguiti con l’aiuto di robot e che lo shopping sia accompagnato da assistenti virtuali che facilitino le scelte, piuttosto che da fare soli.

Sebbene la completa fiducia e l’accesso universale a questi sistemi richiederanno più tempo, stiamo abbracciando l’idea di usare la tecnologia per il nostro benessere, convenienza, comfort e controllo personale. Insomma, saranno questi i grandi temi del 2020, riporta Ansa.

Occhiali da sole per l’invisibilità digitale e il cappellino per gli speakers

Non a tutti però piace condividere pezzetti di vita con robot e algoritmi. E in nome di una condivisione consapevole e di un maggiore controllo personale nascono progetti e start-up per creare sistemi di protezione dai nuovi sistemi di tracciabilità. Come gli occhiali da sole che garantiscono l’invisibilità digitale, in grado di proteggere il viso dalla tecnologia per il riconoscimento facciale.

Li hanno progettati i ricercatori americani di Reflectacles, e sono dotati di lenti che bloccano gli infrarossi per fermare le misurazioni delle fotocamere. In Danimarca è nato invece una sorta di cappellino tecnologico (Alias) da posizionare sulle casse smart. Il berretto, calzato sugli speakers, blocca l’ascolto, e qualora percepisca l’attivazione degli altoparlanti a nostra insaputa, lancia l’allarme.