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La stabilità finanziaria delle aziende europee è a rischio

Dopo anni di sostanziale stabilità, in Europa occidentale aumentano i casi d’insolvenza da parte delle aziende. E si prevede che il 2019 chiuderà con un incremento delle insolvenze al 2,7%, un trend di crescita che dovrebbe confermarsi anche nel 2020. Il rallentamento della crescita economica globale, il protrarsi della guerra commerciale tra Cina e Stati Uniti, nonché l’incertezza relativa ai futuri rapporti tra Regno Unito e Unione Europea sono considerati i fattori principali alla base di questo aumento. Secondo quanto emerge dall’edizione 2019 del Barometro Atradius sui comportamenti di pagamento a livello internazionale, e in particolare, in Europa Occidentale, le transazioni commerciali tra aziende vedono un più frequente ricorso alla concessione di credito commerciale rispetto allo scorso anno. Questo, per sostenere la crescita della domanda interna e rimanere competitive sui mercati esteri.

Il 60,4% del valore totale delle transazioni commerciali tra aziende è stato effettuato a credito

In media, nel 2019 il 60,4% del valore totale delle transazioni commerciali tra aziende in Europa occidentale è stato effettuato a credito, mentre lo scorso anno il dato si attestava al 41,4%. Questo dato raggiunge il 67,2% in Europa orientale e il 50,9% nelle Americhe. Nel dettaglio, le aziende danesi sono le più propense a concedere credito ai propri clienti (75,5% di vendite a credito) e quelle francesi le meno convinte (44,6%). Nel mezzo il dato relativo alle vendite a credito degli intervistati italiani, pari al 52,9% del totale delle vendite tra aziende, al di sotto della media europea del 60,4%.

Le dilazioni di pagamento medie concesse dalle aziende italiane

Restano sostanzialmente stabili le tempistiche medie concesse dai fornitori ai clienti per saldare le fatture. Non sorprende il fatto che la continua incertezza sulle relazioni future tra il Regno Unito e l’Unione Europea abbia sensibilmente acuito la percezione del rischio di credito da parte delle aziende britanniche, con dilazioni di pagamento medie concesse pari a 20 giorni, rispetto ai 24 giorni dello scorso anno, e dell’Irlanda (28 giorni, rispetto ai 31 giorni di un anno fa). Restano, invece, superiori alla media per l’Europa occidentale (pari a 34 giorni) le dilazioni di pagamento medie concesse dalle aziende italiane, che si attestano a 51 giorni dalla data di emissione della fattura.

In Italia 31,3% di crediti insoluti

Per quanto riguarda i crediti insoluti, circa il 30% del valore totale delle fatture B2B emesse dagli intervistati nell’ultimo anno è rimasto non pagato alla scadenza. In Italia il dato si attesta al 31,3%. La valutazione della solvibilità degli acquirenti, unitamente all’invio di solleciti di pagamento, sono le attività di gestione del credito commerciale più frequentemente utilizzate in Europa occidentale. L’Italia si posiziona al 42%, contro una media del 35% per l’Europa occidentale. Il previsto aumento delle insolvenze per il 2019 in Italia sale al 4%. Questo indica la necessità per le aziende del nostro Paese “di valutare con attenzione il merito di credito delle proprie controparti commerciali – commenta Massimo Mancini, Country Manager di Atradius per l’Italia – e di attivare strumenti assicurativi di gestione dei crediti in grado di tutelare il flusso di cassa generato dalle proprie attività”.

Cresce l’interesse per il temporary work fra i lavoratori italiani

Fra i lavoratori italiani aumenta l’interesse per il lavoro temporaneo. Nel lavoro temporaneo il rapporto di lavoro è definito a tempo determinato, ovvero prevede che il rapporto abbia un termine e una durata prestabilita. In Italia questo tipo di somministrazione del lavoro viene denominata lavoro interinale, ed è stata introdotta nel 1997 dal cosiddetto Pacchetto Treu (legge 196/1997).

Se alla sua introduzione il lavoro temporaneo è stato l’emblema della flessibilizzazione, portando benefici soprattutto alle imprese, in un mercato del lavoro in continuo mutamento anche i lavoratori oggi sembrano apprezzare le opportunità che comporta. Tanto che il 68% dei lavoratori italiani considera il lavoro ad interim un’opportunità.

L’indice di fiducia nei confronti del mercato del lavoro

Il dato emerge dal Job Confidence Index di PageGroup, la società mondiale nel recruitment con i brand Page Executive, Michael Page e Page Personnel. Lo studio analizza l’indice di fiducia dei lavoratori nei confronti del mercato del lavoro, ed è stato condotto in Italia tramite la somministrazione di 660 questionari ai candidati in cerca di opportunità professionali. E i risultati dello studio mostrano come la soddisfazione per il temporay work sia in crescita, sia fra i manager sia fra coloro che non ricoprono un incarico manageriale.

Per il 47% degli under 30 è un mezzo per incrementare le possibilità di trovare lavoro

L’indagine evidenzia come per il 75% dei lavoratori che non ricoprono un incarico manageriale il temporary work sia una via per arricchire la propria esperienza lavorativa e affinare le proprie abilità. Per il 55% dei manager invece si tratta di un trampolino di lancio per trovare un lavoro più interessante, riferisce Adnkronos. Per la metà degli intervistati, inoltre, un’esperienza lavorativa di questo tipo mette alla prova la flessibilità lavorativa. Tanto che il 47% dei lavoratori under 30 lo considera un mezzo per incrementare le possibilità di trovare lavoro.

“Il profilo personale si arricchisce di competenze trasversali”

Ma quali sono i motivi che rendono il lavoro temporaneo tanto appetibile fra gli intervistati? “La ricerca mostra che il lavoro ad interim viene visto come una grande opportunità dai lavoratori intervistati. La motivazione è molto semplice: entrando in contatto con realtà differenti, un lavoratore deve mettere alla prova il proprio talento perché deve confrontarsi con ambienti completamente diversi – afferma Pamela Bonavita, Senior Executive Director di PageGroup -. Il profilo personale si arricchisce di competenze trasversali rendendo il candidato sempre più competitivo sul mercato del lavoro”.

Immobiliare, alberghi: mercato in crescita, investire conviene

Gli alberghi sono un’asset class sulla quale investire conviene. Anche per l’anno in corso, e gli operatori del settore immobiliare confermano un sentiment positivo soprattutto per l’andamento del comparto alberghiero.  È quanto risulta dall’indagine Sentiment del mercato immobiliare condotta da Claudio Cacciamani, docente dell’Università di Parma. L’indagine, elaborata su base quadrimestrale dal Dipartimento di Scienze Economiche e Aziendali dell’Università di Parma in collaborazione con Sorgente Group e Federimmobiliare, si basa su interviste rivolte a circa duecento operatori del mercato, appartenenti ai settori del trading, development, property management, facility management, progettazione, valutazione, consulenza e finanza immobiliare.

L’hospitality è la destinazione d’investimento più interessante

Dallo studio emerge quindi che risultano rinsaldate le attese di quanti per l’anno scorso avevano previsto un assestamento del mercato. Il 39% del campione, riporta Askanews, è convinto che i prezzi rimarranno stabili, con un lieve aumento soprattutto per il comparto alberghiero. Il 57% degli operatori pensa infatti che il mercato degli alberghi sia in crescita, anche perché gli hotel potrebbero beneficiare di una riduzione nei tempi di acquisto, segnale che il comparto rimarrà vivace. Lo dimostra la risposta degli operatori alla domanda sulla destinazione d’investimento più interessante, che vede privilegiato l’ambito dell’hospitality, anche in relazione ai possibili eventi sportivi invernali dei prossimi anni, e alla crescente attrazione turistica del nostro Paese.

Roma calamita un maggiore interesse per gli hotel più centrali

Sempre per quanto riguarda gli investimenti, rimane forte il presidio delle regioni del Nord Ovest soprattutto per il residenziale e per gli uffici. Tuttavia, la novità è nel potere attrattivo del Centro Italia, in particolare di Roma, che risulta calamitare un interesse maggiore che in passato soprattutto per gli hotel più centrali (47%), hotel in generale (35%), negozi (33%) case (22%), e uffici (11%). Per gli hotel risulta interessante e competitivo anche il Sud Italia (23%).

Un altro segnale positivo nelle aspettative degli operatori immobiliari proviene dalla strategia di business che intendono adottare nella propria attività professionale: cresce la percentuale di quanti prevedono di effettuare nuovi investimenti (46% circa), aumenta la volontà di sviluppare nuove linee di business (34,7%), e nessuno vuole ridurre il personale.

Aspettative positive per il futuro del settore immobiliare

Rimane quindi positiva l’aspettativa per il futuro del settore immobiliare secondo il 24% circa degli intervistati, a fronte del 70% che ne prevede la stabilità. Si è sostanzialmente ridotta invece la quota di coloro che ritengono che avverrà un peggioramento (5%o contro 14% di otto mesi fa), e annullata la percentuale dei pessimisti. Per quanto riguarda l’indice Fiups, che sintetizza il Sentiment, il 2018 si è rivelato un anno di tendenziale crescita, poiché si è passati da 19.51 (primo quadrimestre) a 18.59 (secondo) e a 19.11 (terzo).

In 5 anni più alberi, ma meno aree agricole

Italia sempre più verde. Aumenta il numero di alberi sul suolo del nostro Paese, +4,7% dal 2012 al 2017, per un’estensione arrivata a circa 14 milioni di ettari. Un fenomeno che si concentra nelle zone marginali e trascura le città, dove a salire sono i valori di copertura artificiale. Nello stesso periodo, però, l’Italia ha ridotto del 4% le aree con vegetazione erbacea agricola o adibite a pascolo, trasformandole in centri urbanizzati o aree boschive.

Secondo il primo rapporto Territorio. Processi e trasformazioni in Italia di Ispra, l’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale, le Regioni con la maggiore percentuale di alberi sono Liguria (80,7%), Calabria (67%) e Toscana (60,8).

Scompare l’eterogeneità del paesaggio

La perdita dell’area agricola, che un tempo divideva nettamente le città dai boschi, si accompagna spesso alla scomparsa dell’eterogeneità del paesaggio, all’ingresso delle specie aliene, la riduzione della biodiversità, e della sicurezza alimentare. “Accanto ad aree ormai sovrasfruttate – sottolinea Ispra – se ne trovano altre totalmente trascurate, soggette a fenomeni di spopolamento e di abbandono delle colture e del territorio”,

La riduzione dei terreni coltivati dovuta all’espansione urbana avviene prevalentemente nelle zone pianeggianti, mentre la ricolonizzazione forestale si verifica soprattutto nelle aree interne, nelle zone collinari e lungo l’arco alpino e appenninico alle quote più elevate.

Aumentano le pratiche di intensificazione agricola

Parallelamente all’abbandono delle zone marginali, anche le pratiche di intensificazione agricola (meccanizzazione e utilizzo di tecniche di coltivazione, di irrigazione, di fertilizzazione e di difesa fitosanitaria) concentrate nelle aree di pianura determinano profondi mutamenti nel loro assetto. Questo, riporta Adnkronos, contribuisce al degrado della qualità del suolo stesso, rendendo il territorio ancora più vulnerabile ai cambiamenti climatici.

La dinamica delle trasformazioni degli ultimi decenni resta comunque dominata dalla crescita delle aree artificiali per far fronte a nuove infrastrutture di trasporto, a nuove costruzioni o ad altre coperture non naturali, che con una crescita di oltre il 180% rispetto agli anni ’50, rappresenta l’evoluzione di maggiore entità.

Il bosco ricolonizza le aree abbandonate

Allo stesso tempo, lo stato di abbandono delle aree agricole favorisce nel corso degli anni la ricolonizzazione da parte del bosco, che oggi interessa il 40% del territorio, in particolare nelle zone montane, dove gli alberi arrivano a coprire complessivamente il 65% del territorio.

Rispetto al passato, quando la ricolonizzazione interessava in modo particolare i pascoli, oggi si osserva l’espansione del bosco a carico degli arbusteti, che di fatto rappresentano una tappa intermedia verso gli ecosistemi forestali.

A livello comunale è Reggio Calabria (54,5%) a detenere la maggiore percentuale di territorio ricoperto da alberi, seguita da Genova (54%) e Messina (49,9%). La Capitale si attesta al 21,7%, mentre Milano e Palermo rispettivamente al 10,7% e al 33,4%.

In Italia il lavoro si cerca su Facebook

In Italia il lavoro si cerca su Facebook. Il 35% degli italiani in cerca di un’occupazione utilizza il social network per trovare nuove opportunità di carriera e mettersi in contatto con le aziende che sono alla ricerca di personale. Secondo l’Osservatorio di e-work, agenzia per il lavoro, di questi il 53% sono uomini e il 47% donne. La maggior parte sono residenti al Nord (62%), e tra questi il 28% a Milano. Gli stranieri rappresentano il 16% del totale, e la fascia di età che più utilizza Facebook per cercare lavoro è quella tra i 26 e 45 anni (37%), seguita a ruota dagli utenti con età compresa tra i 18 e i 25 anni (35%) e da quella degli over-45 (28%).

“I social network rappresentano un ottimo strumento per chi cerca un’occupazione online”

“Insieme ai siti, ai portali e alle App dedicate al mondo del lavoro, i social network rappresentano un ottimo strumento per chi cerca un’occupazione online”, spiega Paolo Ferrario, presidente e amministratore delegato dell’agenzia per il lavoro e-work.

Se Linkedin resta ancora il punto di riferimento principale per trovare lavoro, Facebook sta diventando uno strumento sempre più importante. E nei prossimi anni si prevede che, come già accade all’estero, a questo scopo verranno utilizzati sempre di più anche Youtube e Twitter, riporta Adnkronos.

I social media hanno una funzionalità circolare

I candidati che in Italia utilizzano Facebook per cercare lavoro nella maggior parte dei casi si occupano di marketing e comunicazione (32%), IT (24%), risorse umane (15%) e amministrazione (12%).

“Il miglior consiglio per chi cerca lavoro in rete è quello di puntare a una politica di trasparenza. I social media hanno una funzionalità circolare. Per chi cerca lavoro rappresentano una chiave per entrare in contatto con il mondo dei recruiter – aggiunge Ferrario -. A noi professionisti, i social vengono in soccorso per avviare la scelta del miglior profilo, ma servono anche per selezionare e quindi tagliare le candidature”.

55 volte su 100 il profilo social fa cambiare idea al selezionatore

A volte i selezionatori decidono infatti di escludere potenziali candidati proprio dopo aver consultato i loro profili online. I social rappresentano quindi la classica arma a doppio taglio.

Il focus sui profili dei candidati viene effettuato non soltanto in fase preliminare, ma spesso anche dopo un colloquio di selezione. E in questo caso 55 volte su 100 il profilo social fa cambiare idea al responsabile della selezione. E il candidato viene escluso.

Segno meno per la fiducia dei consumatori: in maggio l’indice tocca il suo valore più basso

Il clima di fiducia dei consumatori italiani è in netto peggioramento, e a maggio 2018 da 116,9 l’indice scende a 113,7. Ma secondo gli ultimi dati Istat anche l’indice composito che riguarda le imprese è in flessione, anche se di lieve entità, passando da 105,0 a 104,7.

“Il marcato calo dell’indice del clima di fiducia dei consumatori a maggio – commenta l’Istat – interrompe la sostanziale tenuta registrata nei primi 4 mesi del 2018”. A maggio infatti la fiducia dei consumatori raggiunge il valore più basso dallo scorso settembre: ad agosto era pari a 111,3.

Al calo dell’indice hanno contribuito i giudizi, e soprattutto le attese, sulla situazione economica, anch’esse fortemente peggiorate.

Differenti intensità di flessione

L’evoluzione negativa dell’indicatore di fiducia dei consumatori riflette dinamiche sfavorevoli di tutte le componenti, ma con differenti intensità. Il clima personale e quello corrente passano infatti rispettivamente da 108,0 a 107,7, e da 114,0 a 112,4, mentre il clima economico diminuisce da 141,8 a 132,6, e quello futuro passa da 121,1 a 116,5, mostrando quindi flessioni più marcate, riporta una notizia Askanews.

Con riferimento al mondo delle imprese, il clima di fiducia diminuisce nel settore delle costruzioni (da 135,2 a 134,1), e in quello dei servizi (da 106,4 a 106,0), ma rimane stabile nella manifattura (a quota 107,7). Nel commercio al dettaglio, invece, si stima un aumento dell’indicatore, che passa da 97,6 a 99,8.

Il settore manifatturiero e quello delle costruzioni

A livello settoriale nel comparto manifatturiero migliorano i giudizi sugli ordini, mentre le attese sulla produzione sono in calo, e il saldo dei giudizi sulle scorte di magazzino registra un leggero aumento. Nel settore delle costruzioni si stima un diffuso miglioramento dei giudizi sugli ordini, a cui però si uniscono stime in calo per le aspettative sull’occupazione.

Per quanto riguarda i servizi, l’evoluzione negativa riflette un peggioramento sia dei giudizi sia delle attese sugli ordini. I giudizi sull’andamento degli affari sono invece in miglioramento, e per il settore del commercio al dettaglio, se i giudizi sulle vendite sono in peggioramento, si stima un aumento delle aspettative sulle vendite future.

“Un andamento prevedibile, strettamente connesso alla situazione di instabilità”

Secondo Federconsumatori, riferisce la Repubblica, si tratta di “un andamento ampiamente prevedibile, strettamente connesso alla situazione di instabilitàpolitica, che si riflette sull’andamento economico, causando allarmanti ripercussioni. È inevitabile, in tale contesto, l’apprensione di famiglie e imprese, fattore che di certo peserà sull’andamento economico dei prossimi mesi”.

Vendere online all’estero? Solo il 22% degli e-shop italiani lo fa

Ancora troppo poco internazionali rispetto ai concorrenti stranieri, gli e-shop italiani vendono poco all’estero. Nonostante l’era digitale, appena il 22% dei negozi online vende all’estero, solo l’8% si presenta in doppia lingua, e la percentuale che propone pagamenti in una valuta differente dall’euro si limita al 4%.

Ad accendere un faro sul cosiddetto “cross border trade”, ovvero la possibilità di vendere online anche all’estero, è uno studio di Idealo, portale di acquisti online che anticipa all’Adnkronos dati e cifre del fenomeno.

Esiste una forma di preclusione nei confronti di ciò che va oltre i confini nazionali

Nonostante l’e-commerce offra “una piattaforma che elimina ogni barriera geografica mettendoci di fronte a una platea internazionale”, sottolinea Fabio Plebani, Country Manager per l’Italia di Idealo.it, i dati che emergono dallo studio evidenziano come ci sia una forma di preclusione nei confronti di ciò che va oltre i confini nazionali. E lo dimostra il fatto che la stragrande maggioranza dei digital store nostrani sia esclusivamente in lingua italiana, o che accetti solo l’euro come valuta di pagamento. O, ancora, che non sia preparata alle spedizioni fuori dal territorio nazionale.

Come crescere a livello internazionale?

Ma come crescere a livello internazionale? Plebani non ha dubbi: “Il primo passo è quello di dare il via ad un cambiamento di mentalità”.

Secondo l’analisi, il cross border trade rappresenta infatti un’opportunità per tutti gli attori coinvolti nella digital economy, dai consumatori agli stessi e-shop. “Ci è dispiaciuto riscontrare come l’e-commerce nostrano non abbia colto nel corso degli anni l’occasione offerta dal cross border, e ci preme segnalarlo non per mettere in luce una mancanza, ma per evidenziare che si può ancora rimediare – aggiunge Plebani -. Siamo convinti che aprirsi al commercio transfrontaliero possa solo portare un valore aggiunto e per tutti gli attori coinvolti, sia per i consumatori che per gli e-shop”.

L’ultimo report di Eurostat parla chiaro: l’e-commerce in Europa gode di ottima salute

Se si guarda al commercio online, l’ultimo report di Eurostat mette in luce come l’e-commerce in Europa goda di ottima salute. Nel Regno Unito, ad esempio, l’86% degli utenti internet utilizza il canale online per fare acquisti, in Svezia la percentuale è dell’84% ed in Germania dell’82%.

Considerando che in Italia la percentuale si attesta attorno al 43%, contro una media europea del 68%, secondo Plebani “risulta chiaro il vantaggio di un e-shop nostrano che decida di vendere anche all’estero”.

Disintossicarsi da Facebook riduce lo stress e giova alla salute

Prendersi una vacanza da Facebook, o addirittura dirgli addio, per disintossicarsi dallo stress da like. Perché no, visto che la lontananza dal social potrebbe avere anche un effetto benefico sulla salute. Smettere con i social riduce infatti i livelli di cortisolo, un ormone chiave collegato allo stress. Questo, almeno, è quanto emerge da uno studio dell’Australian Catholic University e dell’University of Queensland in Australia pubblicato sul Journal of Social Psychology. Ma siamo davvero in grado di abbandonare per sempre la nostra vita virtuale sul social network?

Lo studio ha coinvolto 138 persone, e lo stop da Facebook è durato 5 giorni

Le dimensioni dello studio, comunque, sono piuttosto ridotte: il team ha coinvolto 138 persone e lo stop è stato solo di 5 giorni. Quindi, generalizzare i risultati per gli oltre 1 miliardo di utenti del social è piuttosto azzardato. In ogni caso la misurazione del cortisolo nella saliva dei volontari ha mostrato l’effetto sull’ormone di chi ha continuato a usare il social e di chi invece ha smesso di connettersi. Il gruppo infatti è stato diviso in due, di cui una metà ha rinunciato a Facebook per il periodo stabilito, e una metà ha continuato a utilizzarlo.

Meglio uno stop temporaneo o definitivo?

Secondo la ricerca, però, rinunciare a Facebook sembra avere ridotto anche il senso di benessere delle “cavie umane” che si sono sottoposte “all’esperimento”. Tanto che, dopo il periodo di test dei 5 giorni, la maggioranza dei volontari è stata felice di riattivare il profilo, si legge appunto sul Journal of Social Psychology.

“Se i partecipanti hanno mostrato un miglioramento nello stress fisiologico con la pausa, hanno però anche riferito una riduzione dei sentimenti di benessere”, riferisce lo psicologo Eric Vanman dell’University of Queensland. Senza poter controllare e aggiornare il proprio profilo “le persone si sentivano più insoddisfatte della propria vita – continua Vanmam – tanto che volevano riprendere la loro attività su Facebook”.

Non possiamo vivere con Facebook, ma neanche senza

Alla luce di questi risultati, i ricercatori pensano perciò che per la salute generale gli stop temporanei siano più utili di complete interruzioni con il social network. Insomma, una breve vacanza da Facebook migliora lo stress degli utenti. Forse non possiamo vivere con Facebook, ma neanche senza. Allora come fare? Il suggerimento dei ricercatori è quello di prendersi qualche vacanza dal social network, dei mini-stop disintossicanti per tornare al social quando ne sentiamo di nuovo il bisogno.

I pagamenti digitali sono più veloci e sicuri. Anche per gli esercenti

I pagamenti effettuati con le transazioni digitali sono più sicuri, veloci e anche più economici. E non solo per i consumatori, ma anche per gli esercenti italiani, che non devono più preoccuparsi dei costi, poiché le commissioni sul pagamento elettronico sono state tagliate, così come già accade in altri Paesi europei. Ora per i pagamenti con bancomat e prepagata la commissione interbancaria per ogni operazione di pagamento non potrà superare lo 0,2% del valore dell’operazione stessa, mentre per quelli con carta di credito la commissione non deve superare lo 0,3%.

Commissioni di importo ridotto anche per cifre molto basse

Confermato anche il divieto di surcharge, ossia il divieto di applicare un sovrapprezzo per l’utilizzo di un determinato strumento di pagamento. Per quanto riguarda, invece, le commissioni interbancarie per le operazioni nazionali tramite carte di pagamento, i prestatori di servizi di pagamento saranno tenuti ad applicare per tutti i tipi di carte commissioni di importo ridotto per i pagamenti fino a 5 euro, rispetto a quelle applicate alle operazioni di importo pari o superiore, così da promuovere l’utilizzo delle carte anche per cifre molto basse, riporta Adnkronos. E tra le misure previste dal regolamento spicca anche la riduzione della franchigia massima a carico degli utenti in caso di pagamenti non autorizzati, che passa da 150 a 50 euro.

Agevolare i clienti stranieri e i clienti dei taxi

I pagamenti elettronici sono ben visti anche dagli esercenti che hanno un maggiore contatto con gli stranieri. “Sono molti gli stranieri che chiedono di pagare con la carta – racconta Carlo, tassista di professione  -. Anche per tratte brevi, non importa, le commissioni non esistono per i pagamenti sotto i 10 euro e il guadagno è comunque assicurato. Pagare il taxi con la carta, inoltre, è richiesto almeno dal 50% dei clienti italiani e per questo il settore si sta sempre di più attrezzando: ormai il pos a bordo è diventata una consuetudine”.

Non dover maneggiare denaro contante è una sicurezza in più

Stesso discorso per le edicole. “Giornali, biglietti per autobus o ticket parcheggi mi vengono sempre di più pagati con la carta qui all’edicola – assicura Marco, edicolante -. È anche una questione di sicurezza non armeggiare con la cassa o addirittura con il portafoglio, la connessione è molto più tranquilla e sicura, senza avere il pensiero di andare in giro a cambiare le famose carte da 20 o anche da 50 euro”.

Meccanica made in Italy, quella lombarda fa volare le esportazioni in Germania

La Lombardia si conferma la regina italiana della meccanica. Milano è prima in regione per interscambio (5,2 miliardi di euro), Brescia per export con 1,7 miliardi di euro in 9 mesi. Sono 34mila le imprese lombarde attive nella meccanica e 390mila gli addetti. In Brianza circa 3mila le imprese e oltre 26mila gli addetti. Di tutto rispetto il valore dell’export brianzolo verso la Germania, che ammonta a più di 459 milioni di euro, in crescita del 7,2% tra 2016 e 2017.

Lombardia-Germania, un interscambio da 15 miliardi in 9 mesi

L’interscambio lombardo con la Germania del comparto meccanica ammonta a quasi 15 miliardi di euro nei primi 9 mesi del 2017, e registra una crescita dell’8,7% rispetto allo stesso periodo del 2016. Prime in regione per interscambio commerciale sono Milano (5,2 miliardi di euro) e Brescia (2,3 miliardi). Seguono Bergamo e Pavia (oltre 1 miliardo di euro per entrambe), Lecco ( 976 milioni) e Monza Brianza (737 milioni). Prima per export è Brescia con oltre 1,7 miliardi di merci esportate in Germania dei settori legati alla meccanica. Emerge da un’elaborazione della Camera di commercio di Milano, Monza Brianza e Lodi su dati Istat a settembre 2017 e 2016.

“La Germania si conferma un importante e storico partner commerciale per le imprese lombarde, con un  interscambio che nei soli primi nove mesi del 2017 ha superato i 14 miliardi di Euro, con variazioni positive sia dell’import (+7,5%) che dell’export (+10,2%). Prevedere a Monza focus tematici specifici sull’esportazione in Germania nell’ambito della meccanica, e in Europa per quanto riguarda l’alimentare significa mettere in campo  opportunità concrete per sostenere i processi di internazionalizzazione delle imprese” ha dichiarato Carlo Edoardo Valli, Presidente Promos e Vice Presidente della Camera di commercio di Milano Monza Brianza Lodi.

Quale vale l’export lombardo per settore

Le esportazioni lombarde verso la Germania del settore meccanica ammontano a oltre 6,3 miliardi di euro tra gennaio e settembre 2017, in crescita del +10,2% in un anno. Il business dell’automotive pesa circa il 17% del totale, si tratta di circa 400 milioni di euro di export di automobili a cui si aggiungono oltre 700 milioni di euro nel settore carrozzerie per autoveicoli, motori e accessori. Segue l’export di macchine di impiego generale (oltre 1 miliardo) e quello di altri prodotti in metallo (953 milioni di euro).

Meccanica in Lombardia

Si tratta complessivamente di circa 34mila imprese attive nel 2017, in tutta la regione che danno lavoro a poco meno di 390mila addetti. A Milano le imprese attive nei settori della meccanica sono 9.134 (117.464 addetti), Brescia al secondo posto conta 6.750 imprese (quasi 84mila addetti), Bergamo al terzo con 4.160 imprese (53.912 addetti). Seguono Varese e Monza e Brianza (entrambe contano circa 3mila imprese attive).

Germania chiama Brianza

Le esportazioni Made in Brianza della meccanica verso la Germania ammontano a 459 milioni di euro nei primi 9 mesi del 2017, in crescita del 7,2% rispetto allo stesso periodo dello scorso anno. I volumi maggiori di esportazioni si registrano nel comparto altri prodotti in metallo (203 milioni di euro), nel comparto macchine di impiego generale (circa 70 milioni di euro), altre macchine per impieghi speciali (34milioni di euro) e nel settore dell’ automotive (autoveicoli, carrozzerie per autoveicoli, rimorchi e semirimorchi, parti e accessori per autoveicoli e motori) con circa 25 milioni di merci esportate nei primi 9 mesi del 2017. Le imprese attive in Brianza nel comparto della meccanica sono 2.883 (-1,9%) e danno lavoro a oltre 26mila addetti. Nel dettaglio, le imprese della fabbricazione di prodotti in metallo sono 1.987 ( 13.688 addetti), 716 imprese di fabbricazione di macchinari ed apparecchiature (8.973), 40 imprese di fabbricazione di autoveicoli rimorchi e semirimorchi (742 addetti) e 59 imprese di fabbricazione di altri mezzi di trasporto (1.042 addetti).