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Pandemia: come ha trasformato il mondo del lavoro?

Prima o poi il Covid-19 resterà un terribile ricordo, ma il mondo del lavoro non tornerà quello di prima.
“Il Covid-19 ha imposto svariati cambi di passo alle aziende, e di certo la gestione delle risorse umane non fa eccezioni – spiega Carola Adami, fondatrice di Adami & Associati -. Anzi, è forse proprio nella gestione e nella selezione dei talenti che il mondo del lavoro è cambiato maggiormente con l’emergenza sanitaria”.
Quando si pensa alle rivoluzioni portate o accelerate dal Covid-19 però si pensa immediatamente allo smart working.
“Il lavoro agile è qualcosa che era già pronto a diffondersi, ma con la pandemia ha conosciuto un’enorme accelerazione”, continua Adami. E oggi si allarga il fronte dei lavoratori desiderosi di mantenere il lavoro da remoto.

Smart working e benessere dei lavoratori

“La maggior parte dei candidati punta a uno o due giorni di lavoro in agilità alla settimana, per meglio equilibrare sfera professionale e personale”, sottolinea Adami. Non si parla però solo di smart working: la pandemia ha cambiato in modo diretto e indiretto anche altri aspetti del mondo del lavoro.
Da una parte il Covid-19 ha portato le aziende a cercare qualcosa di diverso nei nuovi assunti, soprattutto agilità e flessibilità mentale, dall’altra ha portato i dipendenti a focalizzarsi maggiormente sull’importanza del proprio benessere fisico e psicologico. “In generale, le persone sono meno disposte a fare compromessi su questi aspetti, e il significativo aumento di dimissioni volontarie che hanno avuto luogo anche in Italia lo dimostra”, aggiunge Adami.

Great Resignation, non solo un fenomeno americano

A dimostrare che la Great Resignation non è un fenomeno unicamente americano, un’indagine Aidp, Associazione italiana per la direzione del personale, effettuata su 850 rispondenti tra direttori del personale e aziende, attesta che il 75% delle aziende italiane ha già avuto a che fare con un aumento delle dimissioni volontarie. In particolare, per quanto riguarda le aree informatica, marketing e produzione. “L’aumento delle dimissioni è in linea con la volontà via via più forte dei dipendenti di avere un lavoro quanto più possibile ideale – commenta l’head hunter -: si mira a posti in cui sia possibile fare davvero la differenza, in cui ci si possa sentire un elemento integrante e indispensabile”.

I giovani e i valori aziendali

Nel caso dei lavoratori più giovani sono ulteriori gli aspetti da prendere in considerazione: “per i Millennial è particolarmente importante il tema della formazione continua in azienda, con la possibilità di crescere, di imparare e di fare carriera, che finisce per superare per importanza il fattore stipendio”, dichiara Adami. Non va poi sottovalutato il fatto che i giovani sono sempre meno disposti a lavorare per realtà che non rispecchiano i loro valori: “anche questo punto deve essere tenuto in grande considerazione – puntualizza Adami – per non vedere calare inesorabilmente le candidature in risposta ai propri annunci di lavoro”.

Il Made in Italy del beauty cresce: bene export ed ecommerce

Il 2021 si preannuncia un anno positivo per il settore della cosmetica in Italia e vede una sostanziale crescita degli indicatori economici che sottolineano la realtà di un comparto pronto a raccogliere le sfide dei nuovi mercati e delle nuove abitudini d’acquisto. Infatti, i dati previsionali di chiusura esercizio segnano una crescita del 10,4% dei fatturati, che superano, nelle stime, gli 11.700 milioni di euro, agevolati dalla componente interna della domanda, +8,1%, ma soprattutto dalla ripresa delle esportazioni, +14%, segnale importante in chiave di continuità, ricordando che già alla fine del 2019 i mercati esteri avevano ridotto la domanda di prodotti cosmetici dall’Italia. Le stime sono il frutto dell’indagine congiunturale presentata dal Centro studi di Cosmetica Italia, l’associazione nazionale delle imprese del comparto, che proietta nella seconda parte del 2022 il raggiungimento dei valori pre-crisi.

Le performance dell’online…

Se in generale tutti i canali di vendita sono positivi, è quello online a registrare le migliori performance. Le vendite sul web ribadiscono il radicamento nelle abitudini di acquisto di cosmetici maturate durante i lockdown. I primi sei mesi del 2021 hanno confermato le importanti dinamiche di sviluppo dell’ecommerce che portano ad una proiezione di fine anno a oltre 900 milioni di euro di consumi e un incremento del 29,7 sull’anno precedente. Infatti, il futuro è sempre più omnicanale, cioè un modello che sfrutta l’integrazione armoniosa di processi e sistemi retail per offrire customer experience personalizzate.

… e dell’export 

Per quanto concerne il primo semestre del 2021, l’export del settore cosmetico cresce di oltre 19 punti percentuali, portando a una proiezione di fine anno prossima al +14%. Le difficoltà degli scambi commerciali hanno impattato sulle destinazioni: la diversificazione dei mercati esteri è stata parzialmente compensata da un rafforzamento dei principali partner europei, oltre che gli storici Stati Uniti e Hong Kong. Infatti, le prime dieci destinazioni per valore dell’export cosmetico italiano registrano ritmi sostenuti di crescita, ad eccezione del Regno Unito che soffre gli effetti commerciali della Brexit. Nello specifico, si registra al primo posto la Francia (262 milioni di euro e +6,6%), segue la Germania (232 milioni di euro e +11,4%), gli Stati Uniti, prima destinazione extra europea (229 milioni di euro e +15,9%) e Regno Unito (121 milioni di euro e -0,1%). Di rilevanza al sesto posto Hong Kong che, con una crescita di oltre il 44%, porta ad un valore dell’export cosmetico italiano a 155 milioni di euro e gli Emirati Arabi Uniti, nona destinazione con un +62,1% rispetto al semestre precedente, che registrano un valore dell’export prossimo ai 73 milioni di euro.

L’algoritmo Mum potenzia le ricerche su Google. Grazie all’AI

“Oggi ci sono più informazioni accessibili rispetto al passato e i progressi nell’Intelligenza Artificiale trasformeranno radicalmente il modo in cui utilizziamo tali informazioni”, spiega Prabhakar Raghavan, Senior Vice President di Google in occasione dell’evento annuale in streaming Search On. Google vuole potenziare ulteriormente il suo motore di ricerca, e spinge l’acceleratore sull’Intelligenza Artificiale. Questa volta la parola chiave è Mum, acronimo di Multitask Unified Model, un nuovo algoritmo in grado di fornire risultati anche alle richieste più complesse in termini di contenuti, video e immagini.

Novità per l’app Lens anche per i video

Le novità presentate da Google durante Search On arriveranno nei prossimi mesi per tutti gli utenti del motore di ricerca. La prima riguarda la ricerca per immagini attraverso Lens, l’app lanciata nel 2017. Più in particolare, basterà toccare l’icona dell’app per inquadrare la foto di ciò che stiamo cercando, come ad esempio una bici o una maglietta, per chiedere a Lens di trovare qualcosa simile o di averne una descrizione dettagliata. Si tratta di una modalità di ricerca ‘inquadra-e-chiedi’, che potrà rendere più facile anche trovare il punto esatto all’interno di un video che ci interessa. Quanto ai video, il nuovo algortimo Mum consentirà di trovare argomenti correlati all’interno di un filmato, anche quelli che non sono esplicitamente menzionati. Questo è possibile “in base alla comprensione avanzata delle informazioni nel video”, dichiara Google.

Arriva la funzionalità ‘Cose da sapere’

La prima versione di questa funzione verrà lanciata nelle prossime settimane, “con ulteriori miglioramenti visivi in arrivo nei prossimi mesi”, spiega Google. I progressi nell’Intelligenza Artificiale, porteranno poi anche a una pagina di Ricerca rinnovata e più visiva, che comprenderà la funzionalità ‘Cose da sapere’, per approfondire nuovi argomenti, anche personalizzandoli a seconda dell’utente. D’altronde, lo slogan scelto per promuovere l’appuntamento annuale dedicato alle novità quest’anno è: ‘Ogni risposta porta a una nuova domanda’.

Con Address Maker chi non ce l’ha può avere un indirizzo

Arrivano poi su Google Maps anche il dettaglio degli incendi e delle informazioni sul clima, ma anche la possibilità per chi non ce l’ha di avere un proprio indirizzo grazie all’app Address Maker. Il test è già partito in alcune comunità africane, riporta Ansa.  “Con l’Intelligenza artificiale di Google e le informazioni sulla mappatura – aggiunge ancora la società di Mountain View durante l’evento Search On -, le persone e le organizzazioni di tutto il mondo possono accedere a informazioni utili e affidabili, necessarie per fare progressi nell’affrontare sfide globali come il cambiamento climatico”.

I nuovi manager? Devono essere dei remote leader

Lo smart working, entrato prepotentemente nelle nostre vite professionali, pare essere destinato a proseguire anche oltre l’emergenza pandemica. Da necessità, il lavoro da remoto è diventato una nuova modalità. Per fare una fotografia di quello che è accaduto a livello italiano, un recente studio evidenzia che il 72% delle imprese ha introdotto o potenziato il lavoro a distanza per tutti o per una parte dei dipendenti con l’inizio della pandemia, e l’86% di queste ha continuato a operare con questa modalità nel 2021, con i due terzi che proseguiranno anche in futuro. Lo evidenzia l’Hr Trends & Salary Survey 2021, la ricerca condotta da Randstad Professionals – la divisione specializzata nella ricerca e selezione di middle, senior e top management di Randstad – in collaborazione con l’Alta Scuola di Psicologia Agostino Gemelli (Asag) dell’Università Cattolica, che tra l’1 marzo e il 7 giugno 2021 ha intervistato 350 direttori Hr italiani sulle principali tendenze nelle risorse umane.

Le doti dei manager a distanza

Ovviamente il lavoro da remoto ha rivoluzionato anche le doti che oggi vengono richieste ai manager, che devono esprime la loro leadership a distanza. Oltre alla capacità di ascolto e all’empatia, caratteristiche condivise con i manager tradizionali e considerate fondamentali rispettivamente dal 26% e dal 23% dei direttori Hr, ai nuovi ‘remote leader’ sono richieste capacità di comunicare efficacemente (24%) e di coinvolgere i collaboratori (19%), abilità di gestione e pianificazione (17%, +13% rispetto ai leader tradizionali), affidabilità e capacità di costruire legami di fiducia (12%, +7%) e attenzione alla misurazione dei risultati (11%, assente fra i leader tradizionali).

Le sfide del prossimo futuro

“La pandemia e la diffusione dello smart working hanno cambiato anche le priorità sul tavolo dei direttori Hr. La principale sfida che dovranno affrontare nel 2021 è infatti la creazione e il mantenimento di un buon ambiente di lavoro che tenga conto delle specificità del lavoro a distanza o ibrido (52%, +11% rispetto al 2020), seguita dall’impegno per trattenere i migliori talenti già presenti in azienda (46%, +6%) e dall’incremento delle performance e della produttività (46%, stabile rispetto allo scorso anno, quando era in prima posizione)” riporta lo studio di Randstad. Nella fase di selezione dei candidati da inserire in azienda le caratteristiche più ricercate sono competenze professionali specifiche del ruolo (66%), attitudini relazionali e comunicative (59%), capacità di lavorare in team (54%) e esperienza lavorativa nel settore (49%).

Social e percezione del proprio corpo, problemi per 1 ragazza su 3

I social potrebbero non essere proprio i migliori compagni di crescita per le ragazze. Lo rivelano le dirette interessate: una su tre, infatti, ha mostrato disturbi relativi alla percezione del proprio corpo, disturbi collegati direttamente all’utilizzo di Instagram e Facebook. A dirlo è proprio una ricerca interna alla famiglia di social che fa capo a Mark Zukerberg, ricerca svelata attraverso le pagine del Wall Street Journal.

Il prezzo del successo

Il problema riguarda in particolar modo Instagram, la piattaforma che più delle altre si basa sulle immagini e che ha lanciato un’infinità di influencer. Ovvio che l’obiettivo del social sia vincere la “concorrenza” dei competitor, come Snapchat e Tik Tok, e per questo nel corso degli anni tra storie e reel il bombardamento di immagini, video, contenuti sponsorizzati o meno è diventato davvero imponente.Sotto il profilo dell’azienda, un successo: i più giovani adorano Instagram (e anche per questo lasciano Facebook), tanto che la platea è di un miliardo di utenti al mese. Ma, come in tutte le cose, c’è forse un rovescio della medaglia: “La tendenza a condividere solo i momenti migliori, gli scatti più curati, i corpi più perfetti, può creare problemi a chi non è attrezzato per sfuggire a impietosi paragoni” riporta Adnkronos. E secondo diversi gruppi di attivisti i danni sarebbero subito soprattutto da preadolescenti e adolescenti.

I pericoli per le più giovani

E’ stato lo stesso gruppo di Facebook ha condurre delle ricerche su questi temi e ora i dati, frutto di tre anni di raccolta, sono stati condivisi dal Wall Street Journal. In effetti, le analisi fatte in casa dal social hanno evidenziato i potenziali pericoli di Instagram per la salute mentale delle ragazze adolescenti. Secondo le ricerche, almeno una ragazza su tre ha rivelato di aver sviluppato disturbi della percezione del proprio corpo collegati all’uso di Instagram, e in molti hanno ammesso che l’uso del social provocava angoscia e un aumento di tendenze depressive. Come è emerso da presentazioni aziendali a uso interno “Il 32% delle adolescenti hanno dichiarato che nel momento in cui si sentivano insicure riguardo al loro corpo, Instagram le ha fatte sentire peggio” e ancora “Abbiamo peggiorato l’immagine di sé di una ragazza su tre”

“Modificare quella parte della cultura di Instagram troppo focalizzata sull’esteriorità”

Anche il paragone con i competitor è impietoso: come scrive Adnkronos, sui report si legge che  “Il confronto è peggiore su Instagram”, che TikTok è “collegato alla performance” e Snapchat è “protetto dall’uso di filtri giocosi”. Karina Newton, a capo dei rapporti con il pubblico di Instagram, ha spiegato in un post che sono allo studio nuovi sistemi per spingere gli utenti a non cadere in fissazioni malsane: “Stiamo esplorando dei modi per invogliare gli utenti a esplorare diversi argomenti, proponendo contenuti che siano di ispirazione e conforto, e siamo ottimisti che questo possa aiutare a modificare quella parte della cultura di Instagram troppo focalizzata sull’esteriorità”. 

Twitter, con Super Follows i creatori guadagnano con gli abbonamenti

Twitter lancia ufficialmente la funzione Super Follows, che consente ai creatori di vendere abbonamenti per l’accesso a contenuti speciali.
Personaggi famosi, musicisti, attori, influencer, giornalisti, esperti ora potranno offrire contenuti ai propri abbonati a una tariffa compresa tra i tre e i 10 dollari al mese. La piattaforma non percepirà più del 3% degli abbonamenti come commissione di transazione fino a quando un creatore non raccoglierà 50.000 dollari, a quel punto la quota di Twitter salirà al 20%.  L’esperimento parte da Usa e Canada, ed è al momento valido per l’app Twitter su piattaforma iOs. In seguito sarà disponibile anche sugli smartphone dotati di software Android, riporta Ansa

Creare un livello extra di conversazione

Insomma, Super Follows è un nuovo modo di guadagnare entrate mensili condividendo contenuti riservati agli abbonati con i loro follower su Twitter. “Con Super Follows, le persone possono creare un livello extra di conversazione su Twitter condividendo Tweet bonus, e altro ancora, per interagire in modo autentico con i follower più coinvolti. Il tutto guadagnando denaro”, spiega in un post di Twitter Esther Crawford, product manager della piattaforma.
La creazione di contenuti Super Follows è per chiunque intenda guidare la conversazione pubblica su Twitter, inclusi attivisti, giornalisti, musicisti, scrittori, giocatori, appassionati di astrologia, esperti di bellezza, comici, e tanti altri.

Interagire con i Super Follower cercando il badge Super Follower

Attraverso Super Follows, le persone possono impostare un abbonamento mensile di 2,99, 4,99 o 9,99 dollari al mese per monetizzare bonus, e contenuti ‘dietro le quinte’ per i loro follower più coinvolti. E i follower ottengono un accesso extra speciale ai loro pensieri non filtrati, anteprime anticipate e conversazioni riservate agli abbonati dai loro account preferiti.
“I creatori possono trovare e interagire con i loro Super Follower cercando il badge Super Follower. Questi badge pubblici verranno evidenziati sotto il nome dei Super Follower ogni volta che rispondono al Tweet di un creator”, aggiunge Crawford.

Chi può impostare un abbonamento? 

“Abbiamo appena iniziato e quindi per ora, un piccolo gruppo negli Stati Uniti che ha presentato domanda può impostare un abbonamento Super Follows – spiega ancora Esther Crawford -. Le persone possono continuare a fare domanda per iscriversi alla lista d’attesa per configurare un abbonamento Super Follows aprendo la barra laterale sulla timeline principale, toccando Monetizzazione, quindi selezionando Super Follows. Per essere idoneo per la lista d’attesa in questo momento, devi avere 10K o più follower, avere almeno 18 anni, aver twittato 25 volte negli ultimi 30 giorni, essere negli Stati Uniti e seguire la nostra politica sui super follower”. 

Twitter sta per lanciare Blue, la sua versione a pagamento

Twitter ha intenzione di monetizzare e si appresta a lanciare Blue, una versione a pagamento. Qualche settimana fa sono apparse le prime indiscrezioni: il social ha infatti iniziato ad aggiornare le informazioni per l’app su iPhone e iPad, elencando appunto in cosa consisterà il nuovo servizio, che però al momento non è attivabile. Il nuovo servizio al momento è inserito nella dicitura degli acquisti ‘in-app’, e il suo costo sarà di 2.99 dollari al mese. Stando sempre alle prime indiscrezioni, Twitter Blue permetterebbe agli utenti paganti di modificare i post inviati tramite la funzione ‘Undo’. Sarebbe questo forse il motivo per cui il suo fondatore, Jack Dorsey, si è sempre rifiutato di inserire l’opzione nell’app per tutti gli utenti. Oltre a questa novità, ci sarebbe poi un’interfaccia dedicata alla lettura delle conversazioni più popolari, Reader Mode, con un design votato alla semplicità di visione.

Personalizzare l’icona: un’opzione simile a quanto fatto da Instagram

Un’altra possibilità che sarà disponibile per gli utenti paganti sarà quella di personalizzare l’icona di Twitter sullo smartphone. Un’opzione simile a quanto avvenuto in occasione del decimo anniversario di Instagram lo scorso ottobre. Più utile invece ai fini della fruizione, sarà la scheda di menu ‘Collections’, dove poter ritrovare velocemente i post salvati, sia personali sia degli altri, a cui ora si accede, ma solo in parte, con i Segnalibri.

Obiettivo, monetizzare alcuni contenuti

Nei giorni scorsi Twitter ha aperto le chat audio di Spaces anche agli utenti via desktop, e rimesso in piedi il processo di richiesta della spunta blu di verifica. Sempre nell’ottica della monetizzazione di alcuni contenuti, Twitter starebbe testando anche un nuovo conteggio di visualizzazione del profilo per il servizio ‘Super Follows’, che fornirebbe una rapida panoramica di quanti abbonati paganti ogni utente ha sulla piattaforma. Il conteggio, come riporta il sito SocialMediaToday, verrebbe mostrato insieme al normale numero di follower.

Non si conosce ancora la data del lancio

Il servizio ‘Super Follows’, che procede parallelo a Twitter Blue, riporta Ansa, consentirà ai creatori di contenuti, sulla scia di piattaforme come TikTok, un altro modo per generare entrate dirette, addebitando una tariffa mensile che consente ai fan l’accesso a una gamma di contenuti aggiuntivi. Anche questa opzione è stata anticipata dalla società a febbraio, durante l’incontro annuale con gli investitori. Al momento però non si conosce ancora una data di lancio, né in quali Paesi Twitter Blue sarà disponibile.

Per 9 medici su 10 la reputazione online è ‘cattiva’ a loro insaputa

La reputazione professionale online danneggia 9 medici su 10, una sorta di ‘virus’ invisibile che a loro insaputa compromette medici e operatori sanitari. La causa è dovuta al meccanismo stesso che regola il web, “un’enorme mole di informazioni immagazzinate su un determinato professionista, nutrite da recensioni degli utenti, da acquisizione di registri pubblici e dati inseriti in maniera più o meno consapevole dai medici stessi”, spiegano i legali Consulcesi, l’azienda di riferimento in ambito legale e formativo per i professionisti sanitari. Di fatto Internet comunica, ma non cancella, ecco perché, molte volte, le informazioni vengono diffuse senza prima essere verificate.

La difficoltà di mantenere un equilibrio tra privacy e diritto all’informazione

Questo è accaduto anche durante la pandemia, con molti medici che si sono trovati ad avere recensioni negative sul web. In alcuni casi, riportano i legali Consulcesi, molti professionisti della sanità hanno visto addirittura apparire il proprio nome tra le notizie relative a una causa legale in corso, notizie pubblicate dalla stampa prima della sentenza e mai rimosse anche a fronte di una assoluzione. È proprio in virtù della difficoltà di mantenere un equilibrio tra privacy e diritto all’informazione che Consulcesi ha istituito il servizio legale “diritto all’oblio” per la rimozione di contenuti critici, falsi o scorretti che possano compromettere la professionalità dei camici bianchi.

Cos’è il diritto all’oblio?

Ma cos’è il diritto all’oblio? Si tratta del diritto di una persona fisica, e non giuridica, a ottenere la deindicizzazione o la cancellazione di un link relativo alla notizia che la riguarda quando questa non riveste più interesse pubblico, soprattutto a causa del trascorrere del tempo. I dati personali possono essere infatti trattati solo per il tempo necessario a soddisfare lo scopo per il quale sono stati raccolti.

Un diritto riconosciuto dalla Corte di giustizia dell’Unione Europea

Il diritto all’oblio è previsto dall’articolo 17 del Regolamento UE 679/2016 (Gdpr) e nasce come evoluzione del principio sancito dalla sentenza della Corte di Giustizia europea del 13 maggio 2014. Non è un diritto assoluto, ma deve essere bilanciato con altri interessi in gioco, in particolare con il diritto all’informazione. Dopo un’analisi gratuita dei contenuti, scrive Askanews, e una attenta valutazione legale, il team di esperti elimina le notizie false, i commenti ingiuriosi, le informazioni lesive per l’immagine e i dati trattati illecitamente secondo la normativa vigente e il diritto all’oblio riconosciuto dalla Corte di giustizia dell’Unione Europea.

Rinnovare, riqualificare, ricollocare: impatto Covid su digitale e nuove skills

In risposta alla pandemia, il 43% delle aziende italiane sta accelerando l’implementazione di processi di digitalizzazione, mentre solo il 9% li ha temporaneamente sospesi. Al contempo, le prospettive per la forza lavoro in Italia permangono positive, con un numero maggiore di posti di lavoro creati rispetto a quelli eliminati. E l’85% delle aziende che hanno avviato un processo di automazione dichiara di voler aumentare o mantenere il numero dei propri dipendenti. Si tratta di alcune evidenze della ricerca di ManpowerGroup dal titolo Skills Revolution Reboot sull’impatto del Covid-19 sulla digitalizzazione e sulle nuove competenze.

Automatizzare subito o posticipare?

I settori che prima della pandemia avevano rallentato processi di automazione, ora stanno recuperando. Finanza, assicurazioni, immobiliare e servizi alle imprese stanno raddoppiando l’impegno per implementare processi di digitalizzazione come conseguenza della crisi, in particolare per quanto riguarda le mansioni amministrative e a contatto con il pubblico. I settori maggiormente colpiti dalla crisi all’inizio, tra cui quello manufatturiero, l’edilizia e il retail, si dividono tra quelli volti all’automazione e alla digitalizzazione per adattarsi rapidamente e quelli che adottano un approccio da cauti osservatori e sospendono i propri progetti. In Italia il 40% dei datori di lavoro ha in programma di incrementare l’automazione, un dato che a livello globale si attesta invece al 21%.

La ripresa economica è a forma di K

Secondo la ricerca si sta assistendo alla progressiva affermazione di una ripresa economica a forma di K, ovvero con una curva in calo e una in crescita, che corrispondono ai profili più o meno richiesti. Alcuni settori e persone si stanno riprendendo più rapidamente e meglio, nei settori in crescita e con skills fortemente richieste, mentre altri sono a rischio o stanno ulteriormente perdendo terreno. Mentre le aziende si trasformano e implementano processi di digitalizzazione, mutano anche le esigenze in termini di skills. Entro il 2025, le mansioni lavorative saranno suddivise al 50% tra uomini e macchine, mentre 97 milioni di nuove occupazioni saranno richieste nei settori AI, green economy e attività connesse all’assistenza.

La Skills Revolution

Questa Skills Revolution, unita alla crisi, accelera la richiesta di skills sia trasversali sia tecniche. Le soft skills, quali la comunicazione, la gestione del tempo e delle priorità, l’adattabilità, il pensiero analitico, l’empatia e la capacità di prendere iniziative, sono più che mai valorizzate e richieste dalle aziende. Le aziende stanno infatti comprendendo che hanno bisogno di persone aperte all’apprendimento, agili rispetto alle nuove mansioni e pronte e resilienti. In Italia circa il 30% delle aziende investe sulle soft skills. Oggi, infatti, il modo di pensare analitico e la capacità comunicativa rappresentano solo alcune delle soft skills utili per creare maggiori opportunità di lavoro e resilienza a lungo termine, mantenendo vivo il desiderio di apprendere e crescere professionalmente.

Moratoria sui crediti per imprese e famiglie

La fase post lockdown ha fatto segnare un deciso recupero delle richieste di credito da parte di famiglie e imprese, tornate sui livelli pre emergenza.

In questo scenario, sicuramente in recupero, ma ancora condizionato dall’incertezza causata dall’emergenza, famiglie e imprese non hanno smesso di richiedere l’accesso alla moratoria varata dal Governo per sospendere il pagamento delle rate sui finanziamenti in essere. E la nuova rilevazione di CRIF (Centrale Rischi Finanziari), relativa alle istruttorie contribuite sul proprio sistema di informazioni creditizie nella prima settimana di agosto, registra una performance positiva, rispettivamente con un +7% per le famiglie e un +15% per le imprese.

Le richieste presentate dalle imprese…

La dinamica registrata da CRIF circa le richieste di moratorie sui finanziamenti rateali fa emergere significative differenze sulla base della dimensione d’impresa. Il 72,6% delle richieste di moratoria ottenute in questi mesi sono riconducibili a società di capitali, il 23,9% a società di persone, e il 2,3% a ditte individuali. Il 47,6% delle sospensione delle rate ottenute dalle imprese si riferisce a mutui di liquidità contro una quota del 25,6% dei contratti di leasing e al 17,4% dei mutui immobiliari. Seguono i prestiti personali (5,2%), e i prestiti finalizzati (4,2%). La rata mensile più elevata è quella relativa ai mutui di liquidità, con 3.645 euro di media, a fronte di un debito residuo pari a 122.754 euro.

…e da parte delle famiglie

Per quanto riguarda le linee di credito per le quali è stata chiesta la sospensione del rimborso delle rate da parte di privati consumatori, i mutui immobiliari rappresentano il 46,6% delle richieste, mentre il 26,6% del totale riguarda prestiti personali, che tipicamente rappresentano le due forme di finanziamento più onerose per le famiglie. A seguire, i mutui di liquidità (12,6%), i prestiti finalizzati (8,6%) i contratti di leasing e altri prodotti rateali (5,6%). I contratti per i quali i consumatori hanno potuto ottenere la sospensione grazie alla moratoria sono in genere più onerosi in termini di rata mensile e debito residuo, consentendo così ai beneficiari di liberarsi in questa delicata fase di un impegno significativo e agevolare la sostenibilità del bilancio familiare.

“Un’efficace misura di sostegno”

“Indubbiamente la moratoria varata dal Governo nei mesi scorsi ha rappresentato un’efficace misura di sostegno alle famiglie e alle imprese che in questi mesi si sono trovate in difficoltà a causa dell’emergenza Covid – commenta Antonio Deledda, Direttore Credit Bureau Services di CRIF -. Posto che le rate oggetto di moratoria sono contribuite nei SIC dagli intermediari finanziari a importo dovuto pari a zero, e che i beneficiari non possono essere segnalati a sofferenza dal momento in cui il provvedimento è stato concesso, la segnalazione della sospensione delle rate darà la possibilità ai soggetti finanziati di referenziarsi adeguatamente nel prossimo futuro, dimostrando che la loro affidabilità è elevata e che la sospensione delle rate è stata richiesta per far fronte a una temporanea difficoltà dovuta agli effetti della pandemia e non per altre ragioni”.