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Dal codice al conto: come una fintech italiana ha trasformato i pagamenti quotidiani in un modello scalabile

Nel panorama italiano delle start‑up, poche storie raccontano con chiarezza la transizione dalla sperimentazione al mercato di massa come quelle del settore fintech. Questa settimana analizziamo il caso di una realtà italiana di pagamenti digitali che, partendo da un bisogno semplice — trasferire valore con facilità — è riuscita a costruire un modello ripetibile e scalabile, superando ostacoli regolamentari, tecnologici e culturali.

Introduzione — contesto

Negli ultimi dieci anni l’Italia ha assistito a una diffusione lenta ma costante dei pagamenti digitali: POS aggiornati, app di mobile banking e soluzioni contactless hanno cambiato le abitudini dei consumatori. In questo ambiente è nata la fintech analizzata: un’app intuitiva per trasferimenti peer‑to‑peer, pagamenti nei negozi e gestione delle spese personali, pensata per rendere l’esperienza più semplice rispetto alle carte tradizionali. L’adozione è stata accelerata da fattori esterni come la pandemia, che ha favorito l’uso di strumenti digitali, e da una domanda crescente di servizi finanziari accessibili anche a chi è poco servito dal sistema bancario tradizionale.

Analisi con dati ed esempi

Modello di valore: la piattaforma ha costruito il suo valore su tre pilastri: semplicità d’uso, integrazione per i commercianti e controllo dei costi. L’interfaccia minimale ha ridotto le barriere d’ingresso per gli utenti adulti e giovani, mentre le API aperte hanno permesso l’integrazione rapida con sistemi di cassa e-commerce e con network di merchant locali. Questa doppia attenzione a consumatore e commerciante ha creato una rete a doppia faccia che ha favorito la crescita organica: più commercianti accettano il servizio, più utenti lo utilizzano, aumentando il valore percepito per entrambi.

Finanziamento e sostenibilità: il percorso finanziario è tipico delle scaleup: seed iniziale per il prodotto, round di serie A per la crescita commerciale e successive tranche focalizzate sull’internazionalizzazione. A differenza di alcune realtà che puntano esclusivamente al volume, la startup ha lavorato sul percorso verso la redditività migliorando il tasso medio di ricavo per utente (ARPU) tramite servizi premium per i merchant e prodotti finanziari integrati (es. conti business, incassi istantanei). L’effetto combinato ha ridotto la dipendenza dal finanziamento diluitivo, pur mantenendo investimenti in tecnologia e compliance.

Tecnologia e compliance: dal punto di vista tecnico, la scelta di un’architettura modulare e cloud‑native ha consentito aggiornamenti rapidi e scalabilità automatica durante i picchi di transazioni. La compliance è stata affrontata come un asset, non come un costo: certificazioni di sicurezza, aderenza alle direttive europee sui servizi di pagamento (PSD2) e collaborazioni con istituti autorizzati hanno accelerato l’adozione da parte di grandi retailer e banche, creando un vantaggio competitivo rispetto a soluzioni meno strutturate.

Esempio pratico: in una catena di negozi di medie dimensioni il tempo di checkout è calato mediamente del 30% dopo l’adozione della app, con un aumento delle transazioni elettroniche del 18% nel primo trimestre. Per i singoli utenti, la semplicità di inviare denaro tra contatti e pagare senza inserire dati della carta ha aumentato la frequenza d’uso, trasformando l’app da strumento occasionale a strumento quotidiano.

Implicazioni future

Le lezioni di questo caso offrono indicazioni utili per altre start‑up italiane: costruire valore significa pensare contemporaneamente a lato consumer e lato merchant, investire in compliance e sicurezza e scegliere una tecnologia che permetta di scalare senza rialzi di costo esponenziali. Sul fronte regolatorio, la tendenza europea alla maggiore tutela dei consumatori e a regole più stringenti sui servizi di credito e BNPL impone prudenza ma crea al contempo barriere d’ingresso per i concorrenti meno solidi, premiando chi ha investito per tempo in governance.

Per il sistema economico italiano, la diffusione di soluzioni di pagamento digitali robuste può significare maggiore efficienza per le PMI, riduzione del sommerso e nuove opportunità di cross‑selling finanziario. Tuttavia, la sfida rimane culturale: aumentare la fiducia degli utenti e migliorare l’alfabetizzazione digitale restano condizioni necessarie per passare dalla nicchia alla massa critica.

In conclusione, la storia di questa fintech dimostra che in Italia è possibile costruire modelli di business tecnologici e sostenibili, a patto di combinare user experience, solidità regolatoria e focus sul cliente professionale. Le start‑up che sapranno integrare questi elementi avranno maggiori probabilità di trasformarsi da promettenti progetti a infrastrutture essenziali dell’economia digitale nazionale.

Ricomporre la geografia del valore: deglobalizzazione, automazione e le nuove regole della manifattura globale

Negli ultimi anni la geografia della produzione globale è cambiata più rapidamente di quanto molti analisti avessero previsto. Tra spinte alla deglobalizzazione, aumenti nei costi di trasporto e accelerazione dell’automazione, le catene del valore internazionali si stanno ricomponendo. Questo articolo analizza i fattori che guidano la trasformazione, presenta esempi concreti di re-shoring e diversificazione produttiva, e discute le implicazioni strategiche per imprese e decisori pubblici.

Il contesto: crisi sanitarie, shock energetici e tensioni geopolitiche hanno messo alla prova il modello di globalizzazione oligopolistica che ha dominato gli ultimi trent’anni. Aziende e governi hanno dovuto confrontarsi con interruzioni nelle forniture, volatilità dei prezzi e vulnerabilità strategiche. Parallelamente, i progressi nell’automazione, nella robotica e nella manifattura additiva rendono più economico produrre vicino ai mercati finali. Questo mix ha generato una riconsiderazione delle strategie di localizzazione produttiva.

Analisi: rischi e opportunità

1) Deglobalizzazione e diversificazione delle filiere. La riduzione della dipendenza da un singolo paese o da pochi fornitori è diventata prioritaria. Molte grandi imprese stanno adottando strategie multimodali: reshoring parziale nei mercati chiave, nearshoring verso Paesi vicini con costi competitivi, e multilateral sourcing per componenti critici. Questo approccio aumenta resilienza, ma può comportare costi unitari più elevati e minori economie di scala.

2) Automazione come moltiplicatore di competitività. L’adozione di robotica collaborativa, sistemi di visione artificiale e fabbriche intelligenti riduce il peso della manodopera nei costi unitari, rendendo sostenibile la produzione in mercati a costo del lavoro più elevato. Aziende in settori come l’elettronica, l’automotive e i macchinari industriali stanno investendo per abbattere i tempi di riconfigurazione della linea produttiva e aumentare la flessibilità.

3) Influenza delle politiche pubbliche. Incentivi fiscali, sovvenzioni per tecnologie strategiche e misure per attrarre investimenti diretti esteri stanno ridisegnando il quadro competitivo. Paesi e blocchi economici che offrono stabilità normativa, infrastrutture avanzate e formazione tecnica guadagnano terreno. Allo stesso tempo, misure protezionistiche o restrizioni agli scambi possono frammentare ulteriormente i mercati.

Esempi ed evidenze pratiche

Un caso emblematico è quello dell’industria automobilistica: la transizione verso veicoli elettrici ha spinto produttori e fornitori a rivedere la localizzazione delle supply chain, per ridurre tempi e costi logistici delle batterie e dei componenti elettronici. Alcune aziende hanno riportato stabilimenti in Europa per assicurare accesso a incentivi e vicinanza ai mercati. Analogamente, nel settore dell’elettronica di consumo alcuni brand hanno adottato catene miste: assemblaggio vicino al mercato europeo e produzione di componenti in Paesi a basso costo, con crescente investimento in automazione locale.

Nel frattempo, Paesi del Sud-Est asiatico continuano a guadagnare quote grazie a manodopera qualificata e politiche attrattive, ma la loro crescita è ora sfidata da nearshoring in regioni come l’Europa orientale e il Messico, che offrono tempi di consegna inferiori ai mercati finali.

Implicazioni future

Per le imprese: la priorità sarà la gestione dinamica della resilienza. Le strategie vincenti combineranno flessibilità produttiva, digitalizzazione della supply chain e modelli di approvvigionamento che bilanciano costo e rischio. Investire in capitale umano con competenze digitali e tecniche diventerà imprescindibile per sfruttare appieno l’automazione.

Per i governi: occorrerà costruire ecosistemi competitivi che includano infrastrutture logistiche avanzate, regolamentazione favorevole all’innovazione e programmi di formazione mirati. Politiche industriali lungimiranti dovranno evitare il protezionismo fine a sé stesso e puntare invece a creare valore aggiunto locale.

A livello internazionale: ci aspetta un’economia globale più segmentata ma anche più resiliente. L’interdipendenza non sparirà, ma sarà ridefinita da relazioni multiple e da maggiore attenzione alla sicurezza delle catene critiche. I Paesi che sapranno coniugare stabilità politica, investimenti in tecnologia e capitale umano avranno un vantaggio duraturo.

Conclusione: la riconfigurazione delle catene del valore è una sfida e un’opportunità. Le imprese italiane ed europee, in particolare, possono trarre vantaggio dalla transizione se accettano di investire in automazione, formazione e in una visione strategica di medio termine. In un mondo dove la localizzazione conta sempre di più, il successo dipenderà dalla capacità di combinare efficienza, innovazione e resilienza.

Industria italiana al bivio: transizione verde, produttività e la sfida delle competenze

L’economia italiana si trova oggi di fronte a scelte strategiche che decideranno la sua capacità di crescere in modo sostenibile. Mentre la ripresa post-pandemia ha lasciato segnali alterni — con settori tradizionali ancora solidi ma con livelli di produttività inferiori rispetto ai partner europei — la transizione verde e la digitalizzazione offrono opportunità significative. Questo articolo analizza lo stato dell’industria italiana, con dati, esempi e le implicazioni future per imprese, mercato del lavoro e policy pubbliche.

Contesto

L’industria manifatturiera resta un pilastro dell’economia italiana: dai distretti del Nord-Est ai comparti specializzati del Centro-Sud, il made in Italy continua a competere su qualità e know‑how. Tuttavia, la sfida è duplice. Da un lato bisogna modernizzare impianti e processi per recuperare produttività; dall’altro occorre affiancare la transizione energetica per rispettare obiettivi climatici e ridurre i costi di lungo periodo.

Analisi: performance, investimenti e casi concreti

La produttività totale dei fattori in Italia è rimasta indietro rispetto alla media europea: anni di investimenti insufficienti e un tessuto produttivo dominato da micro e piccole imprese hanno contribuito a questo gap. Le PMI rappresentano oltre il 90% delle imprese attive e costituiscono sia una forza — per flessibilità e specializzazione — sia una debolezza quando si tratta di effettuare transizioni tecnologiche che richiedono capitali e competenze specifiche.

Gli investimenti in tecnologie digitali e in efficienza energetica sono aumentati, sostenuti anche dalle risorse del PNRR e dagli incentivi fiscali. Esempi virtuosi emergono da distretti come quello emiliano (meccanica e automotive), dove aziende medie hanno adottato linee produttive integrate con sensori IoT per manutenzione predittiva, riducendo fermo impianto e costi. Nel settore moda, marchi che hanno digitalizzato la filiera hanno migliorato tempi di reazione alle tendenze e ridotto scarti, con benefici sia economici che ambientali.

Parallelamente, la transizione energetica sta trasformando i costi strutturali: investimenti in fotovoltaico, cogenerazione e incremento dell’efficienza termica nelle aziende manifatturiere permettono di contenere la volatilità delle bollette. Alcune grandi imprese hanno già firmato accordi per approvvigionamento di energia rinnovabile a lungo termine; per molte PMI la strada è collaborare in aggregati energetici o partecipare a piattaforme di acquisto comuni per ottenere economie di scala.

Un’altra leva cruciale è la formazione. Le imprese segnalano gap di competenze soprattutto in ambiti digitali (data analysis, automazione) e green (gestione dell’efficienza energetica, eco-design). Modelli di successo combinano formazione interna, apprenticeship e collaborazioni con istituti tecnici e università. Alcune regioni hanno lanciato programmi per potenziare curricula tecnici in funzione delle esigenze delle filiere locali, specie nei settori metalmeccanico e agroalimentare.

Implicazioni future

Le scelte dei prossimi anni determineranno se l’Italia potrà rilanciare crescita e occupazione di qualità. Tre linee di intervento appaiono decisive: 1) accelerare investimenti in digitalizzazione e green tech, favorendo l’accesso al credito per le PMI e semplificando iter autorizzativi; 2) rafforzare politiche attive del lavoro e formazione continua, con focus su competenze tecniche e manageriali per la trasformazione delle filiere; 3) promuovere aggregazioni industriali e reti d’impresa per aumentare scala e capacità di investire in transizione energetica.

Se implementate in modo coordinato, queste misure possono tradursi in maggiore resilienza ai shock esterni, aumento delle esportazioni a valore aggiunto e creazione di posti di lavoro qualificati. Al contrario, il mantenimento dello status quo rischia di amplificare il gap competitivo con altri paesi UE più veloci nel rinnovamento produttivo.

Per le imprese italiane la transizione non è solo onere normativo o costo: è opportunità per rafforzare il posizionamento internazionale basato su qualità, sostenibilità e design. Le istituzioni nazionali e locali, il mondo della formazione e il sistema finanziario hanno la responsabilità di creare condizioni che consentano alle imprese di trasformare queste opportunità in risultati concreti. La posta in gioco è alta: rigenerare produttività e occupazione senza rinunciare alla vocazione manifatturiera che ha fatto la forza dell’Italia.

Cybersecurity, l’Italia investe: 2,78 miliardi di euro nel 2025

C’è un prima e un dopo nel mercato della sicurezza informatica, e la frontiera è il 2025. Dall’anno scorso, infatti, gli attacchi sono diventati più sofisticati, più veloci, più difficili da intercettare. E le aziende italiane lo hanno capito sulla propria pelle.

Secondo i dati dell’Osservatorio Cybersecurity & Data Protection del Politecnico di Milano, il mercato italiano della cybersecurity ha raggiunto nel 2025 i 2,78 miliardi di euro, con una crescita del 12% rispetto all’anno precedente. Un ritmo leggermente più contenuto rispetto al +15% del 2024 e al +16% del 2023, ma comunque solido, soprattutto se confrontato con l’aumento medio della spesa digitale, fermo all’1,5%.

Il 34% delle grandi imprese ha subito almeno un attacco informatico 

I numeri raccontano una pressione costante. Nel 2025 il 34% delle grandi imprese italiane ha subito almeno un attacco informatico con costi rilevanti di ripristino. Per il 3% l’impatto è stato tale da compromettere l’operatività. Non parliamo più di rischi teorici: il problema è concreto, e costa caro.

Non sorprende quindi che il 57% delle aziende abbia rivisto in modo strutturale i propri piani di incident response. E sette grandi imprese su dieci prevedono di aumentare il budget nel 2026. La sicurezza, ormai, non è più una voce accessoria.

L’intelligenza artificiale aumenta i rischi

C’è poi il capitolo AI. Il 71% dei CISO italiani ritiene che l’intelligenza artificiale stia aumentando il rischio cyber. Gli attaccanti sfruttano agenti capaci di automatizzare fino all’80-90% delle catene d’attacco, rendendo possibili offensive complesse anche a chi non ha competenze tecniche avanzate.

Ma il vero tallone d’Achille resta il fattore umano. Per il 96% dei responsabili sicurezza è la prima criticità in azienda, aggravata dalla diffusione di strumenti di AI consumer usati senza adeguate policy. Più tecnologia significa più opportunità, ma anche più margini di errore.

Il tema della sovranità digitale

Sul fronte normativo, direttive come NIS2, Cyber Resilience Act, AI Act e Data Act stanno spingendo i board a occuparsi direttamente di cybersecurity: il 57% delle grandi imprese segnala un’attenzione crescente ai vertici. Il 56% cerca di integrare gli adempimenti per evitare sovrapposizioni e inefficienze.

Intanto emerge con forza il tema della sovranità digitale. Il 73% delle aziende considera la provenienza geografica dei fornitori quando sceglie soluzioni cyber, privilegiando opzioni europee per ridurre dipendenze critiche.

C’è ancora carenza di talenti

La spesa si concentra soprattutto su servizi, in particolare Managed Security Services, cresciuti più delle soluzioni tecnologiche. In un mercato segnato dalla carenza di competenze – che riguarda quasi 9 grandi imprese su 10 – esternalizzare diventa una scelta quasi obbligata.

Nonostante l’83% delle aziende presidi stabilmente il rischio cyber, solo il 28% può dirsi davvero orientato alla cyber-resilienza, integrando monitoraggio continuo, analisi d’impatto, simulazioni avanzate e uso strutturato dell’AI.

AI e flussi urbani: l’algoritmo modifica struttura e dinamiche delle città

Come supportare le amministrazioni pubbliche a comprendere e governare l’impatto delle tecnologie digitali sulla vita delle città? Con l’aiuto degli algoritmi dell’Intelligenza artificiale.
L’Intelligenza artificiale sta infatti modificando non solo i nostri comportamenti di mobilità, ma anche la struttura e le dinamiche delle città. Il sistema complesso che emerge dall’interazione tra algoritmi, persone e spazio urbano rivela come la distribuzione delle visite e la polarizzazione dei luoghi incidano sulle trasformazioni urbane.

Lo dimostra una ricerca pubblicata sulla rivista Machine Learning, condotta dall’Istituto di scienza e tecnologie dell’informazione ‘A. Faedo’ del Consiglio nazionale delle ricerche di Pisa (Cnr-Isti), in collaborazione con l’Istituto di calcolo e reti ad alte prestazioni del Cnr di Palermo (Cnr-Icar) e la Scuola Normale Superiore di Pisa.

“Modellare il feedback loop nel contesto urbano”

“Questo è il primo studio che modella in modo esplicito il feedback loop nel contesto urbano, cioè il ciclo di influenza reciproca tra sistemi di raccomandazione (recommender systems alla base di piattaforme online come Google Maps, Trip Advisor, Yelp, TheFork) e comportamenti umani, evidenziando come i ‘consigli’ delle app (le ‘raccomandazioni), le scelte individuali e le trasformazioni urbane siano strettamente interconnesse – afferma Luca Pappalardo del Cnr-Isti -. L’obiettivo della ricerca non è misurare ‘quanto è accurato il sistema di raccomandazione’, ma capire che tipo di città produce nel medio e lungo periodo. Abbiamo studiato come le scelte guidate dagli algoritmi ridefiniscono luoghi, interazioni sociali e opportunità spaziali: in altre parole, come cambiano i flussi urbani”.

Dove andare? Le scelte individuali influenzano le dinamiche collettive

Da un lato, i sistemi di raccomandazione possono aumentare la varietà dei luoghi frequentati da ciascun individuo, invitando le persone a scoprire posti nuovi. Dall’altro, però, sul piano collettivo tendono a concentrare il traffico su un numero ridotto di luoghi popolari, rafforzando le disuguaglianze tra diverse aree urbane.
Per esplorare questi effetti, i ricercatori hanno sviluppato un simulatore in grado di modellare il ciclo umano-AI nel contesto urbano: suggerimento, decisione, dato, adattamento.

“Studiamo l’effetto dei location-based recommenders, algoritmi che suggeriscono dove andare in base alle abitudini degli utenti, osservando non solo le scelte individuali, ma anche le dinamiche collettive che ne derivano, come la concentrazione delle visite o la polarizzazione dei luoghi”,  spiega Giovanni Mauro della Scuola Normale.

Il futuro delle tecnologie digitali nelle città richiede consapevolezza civica

“La portata del lavoro è anche strategica e culturale – aggiunge Marco Minici del Cnr-Icar – È un cambio di paradigma: non valutiamo più l’algoritmo in astratto, ma come attore urbano. Il futuro dell’AI nelle città richiede consapevolezza civica. Progettare algoritmi che non ottimizzino solo il singolo, ma anche l’equità spaziale, l’accessibilità e la salute sociale delle città”.

Natale: l’IA arriva in aiuto per i regali

Natale è alle porte e scatta la corsa ai regali. Un momento bello, allegro, ma accompagnato anche da una certa dose di ansia e stress. Tutti ci troviamo a fare i conti con la necessità di trovare l’idea giusta, non spendere troppo, non farsi prendere dall’impulso.

La nuova indagine di Accenture sullo shopping natalizio racconta un’Italia che vuole comunque festeggiare, ma con i piedi per terra e un pizzico di confusione nella testa.

Si spende, ma con giudizio

Nel complesso, gli italiani non hanno intenzione di tirare i remi in barca: l’85 per cento prevede di spendere quanto o più del 2023. Il problema è che, spesso, questo “di più” non nasce da scelte generose, ma dai prezzi che continuano a salire. Alla fine, per sette persone su dieci il budget rimarrà sotto i 460 euro, mentre pochi supereranno i mille.

Quanto ai regali, si resta sui grandi classici: capi d’abbigliamento, elettronica, prodotti beauty e qualche cesta gastronomica. E quest’anno si gioca d’anticipo: la maggior parte vuole chiudere tutto entro novembre, approfittando del Black Friday o comunque delle offerte sparse che ormai spuntano come funghi.

Troppe offerte, troppa fatica

Quello che pesa davvero, più del portafoglio, è la fatica mentale. Pubblicità ovunque, promozioni flash, mille modelli quasi uguali, recensioni infinite… alla lunga si perde l’orientamento. Non a caso, l’84 per cento ammette di aver abbandonato un acquisto per l’indecisione o l’esasperazione.

Ed ecco che il negozio fisico – che sembrava quasi in via d’estinzione – torna di nuovo attraente: per vedere i prodotti dal vivo, ascoltare un consiglio da un commesso, respirare un po’ di atmosfera natalizia e, diciamolo, staccare dalla giungla digitale.

L’IA come consulente digitale

In mezzo a tutto questo rumore, molti italiani hanno iniziato a usare l’intelligenza artificiale generativa come una sorta di “filtro antistress”. Nel 2024 l’ha già provata la metà degli intervistati e, per il 2025, si salirà al 64 per cento.
A cosa serve? A cose molto pratiche: confrontare prezzi senza impazzire, tenere d’occhio le offerte, riassumere recensioni chilometriche e, quando proprio le idee scarseggiano, farsi dare qualche spunto originale per i regali.

Come osserva Andrea Ruzzi di Accenture, il modo in cui viviamo lo shopping natalizio sta cambiando: meno corse, più voglia di scegliere con calma. E forse l’AI, nel suo piccolo, sta aiutando tutti a tirare il fiato un po’ di più.

Consumi “single” : un boom trainato dai cambiamenti demografici

A stimarlo è Confesercenti, sulla base di elaborazioni su dati Istat e un sondaggio condotto con IPSOS: nel 2024 gli acquisti delle famiglie composte da una sola persona hanno superato 235 miliardi di euro, pari al 26,2% della spesa complessiva degli italiani. Si tratta di 69 miliardi in più rispetto al 2012, quando il totale si fermava a 166 miliardi. 

L’approfondimento di Confesercenti evidenzia come la crescita della spesa dei consumatori single sia destinata a proseguire. Secondo le proiezioni, entro il 2040 arriverà a toccare 287 miliardi di euro, il 30% del totale nazionale e il 72% in più rispetto al 2012.
Trainato dai cambiamenti demografici e sociali, quello dei consumi single è un  boom che sta modificando le abitudini di acquisto e l’offerta del retail.

Le famiglie si “restringono”

L’aumento della spesa dei consumatori soli è dovuto, principalmente, al cambiamento e al ‘restringimento’ delle famiglie.
Tra il 2012 e il 2024 il numero complessivo di nuclei familiari è passato da 25,9 a 26,5 milioni, ma l’aumento è stato accompagnato da una ricomposizione delle tipologie. Le coppie senza figli e chi vive da solo sono ormai il 56,6% del totale e saranno il 61% nel 2040.

A trainare è l’aumento delle persone che vivono da sole. Nel 2012 i nuclei composti da un solo membro erano 7,6 milioni, il 29,4% del totale. Nel 2024 la quota è salita a 9,7 milioni, il 36,2%, e sfiorerà il 40% (10,7 milioni) già nel 2040.

Diverse abitudini riflettono maggiore esigenza di praticità

La spesa dei consumatori che vivono soli non è solo rilevante in termini quantitativi, ma anche diversa nelle abitudini rispetto a quella delle famiglie tradizionali. Chi vive da solo, infatti, mostra comportamenti di consumo più individualizzati e digitalizzati. I single mangiano più spesso fuori casa: il 27% pranza o cena fuori almeno due volte a settimana, contro il 21% delle famiglie, e ricorrono più al delivery, con il 13% che ordina cibo a domicilio o da asporto 2–3 volte a settimana. Più del doppio rispetto alle famiglie senza figli.

In generale, la loro spesa alimentare riflette una maggiore esigenza di praticità. Il 20% acquista abitualmente piatti pronti/semipronti, il doppio rispetto ai nuclei più numerosi, e l’11% preferisce confezioni monoporzione, contro appena il 3% del totale.

Il retail ridisegna l’offerta

Il 9% dei single fa la spesa alimentare online, tre volte la media nazionale (3%). Anche per abbigliamento, tecnologia e beni non alimentari l’e-commerce è più diffuso tra chi vive da solo (30%).
Diversa anche la distribuzione della spesa. I single destinano quote più alte a tecnologia (35% vs 30%) e connettività (60% vs 48%), mentre spendono meno della media in abbigliamento e cura della persona.

Sul fronte dei viaggi, invece, risultano più prudenti, con una spesa media annua ferma a 1.543 euro, decisamente inferiore ai 2.645 euro delle famiglie con figli.
Allo stesso tempo, il peso crescente dei consumatori soli sta ridisegnando l’offerta del retail: più formati ridotti, packaging dedicati, servizi di consegna e opzioni digitali.

Italia, turismo estero: spesa record e nuovi mercati in crescita

I viaggiatori amano visitare l’Italia e… spendere. I numeri parlano chiaro: nei primi mesi del 2024, la spesa con carta dei turisti esteri ha superato i 20,9 miliardi di euro, registrando una crescita del 37,9% rispetto al 2022.
I dati emergono dalla presentazione della prima edizione del rapporto “Tourism and Incoming Watch”, frutto della collaborazione tra Nexi e l’Osservatorio Nazionale del Turismo, con il supporto scientifico del Ministero del Turismo.

Il report offre una fotografia dettagliata del turismo internazionale in Italia, basata sui pagamenti digitali effettuati da visitatori stranieri. 

Nuovi arrivi soprattutto da Brasile e Australia

Uno dei dati più interessanti riguarda l’ampliamento della provenienza geografica dei viaggiatori. A trainare la crescita sono stati in particolare i turisti provenienti dal Brasile (+155%) e dall’Australia (+100%), segnali evidenti di un’Italia sempre più attrattiva per mercati non tradizionali.

I visitatori dagli Stati Uniti restano però i più affezionati, con oltre 3,8 miliardi di euro spesi, pari al 18,3% del totale incoming. I turisti arabi, invece, guidano la classifica dei più “spendaccioni”: quelli provenienti da Arabia Saudita e Emirati Arabi Uniti registrano una spesa media per carta doppia rispetto alla media generale (913 e 822 euro contro i 411 euro degli altri Paesi).

La spesa si concentra nelle città d’arte

Il 75% della spesa dei turisti stranieri si concentra in sole 20 province italiane, con Roma, Milano, Firenze, Venezia e Napoli in testa. Queste città si confermano motori economici del comparto, capaci di attrarre flussi tutto l’anno, riducendo sempre più la stagionalità dei consumi.

Cresce anche l’interesse per specifici itinerari: Roma-Firenze-Venezia è il percorso che ha fatto segnare l’aumento maggiore (+69,2%), mentre Roma-Napoli-Costiera Amalfitana continua a generare il giro d’affari più alto.

Cibo, moda e lusso: le scelte dei viaggiatori

Quasi il 50% della spesa a destinazione è destinata a ristoranti e strutture ricettive, ma non mancano le sorprese. I turisti arabi e del Sud-Est Asiatico spendono moltissimo in moda, gioielli e grandi magazzini, arrivando a dedicare a queste voci anche il 30% del loro budget.

Collaborazione pubblico-privato

Marcello Sala, presidente di Nexi, ha evidenziato l’importanza della collaborazione pubblico-privato per fornire strumenti decisionali basati su dati concreti. E secondo Magda Antonioli, presidente dell’Osservatorio Nazionale del Turismo, è proprio “la conoscenza tempestiva e strutturata dei comportamenti dei viaggiatori” a rappresentare la chiave per politiche efficaci e sostenibili.

eCommerce italiano: nel 2025 la vendita di prodotti svetta oltre i 40 miliardi di euro

Nel 2025, il commercio elettronico italiano continua a espandersi, ma con un ritmo più riflessivo. Secondo i dati più recenti diffusi dall’Osservatorio eCommerce B2C Netcomm – Politecnico di Milano, gli acquisti online di prodotti toccano i 40,1 miliardi di euro, segnando un incremento del 6% rispetto all’anno precedente.

Il segmento dei servizi, invece, totalizza 22 miliardi di euro, con una crescita dell’8%.

Alimentari e benessere: il vero exploit

Tra i comparti che trainano l’eCommerce ci sono il Food & Grocery e il Beauty & Pharma, entrambi con una crescita del 7%. Il Food Delivery domina il settore alimentare, rappresentando il 46% del comparto grazie alla continua espansione delle piattaforme digitali. Anche la spesa online e l’enogastronomia di qualità si confermano segmenti in ascesa, contribuendo a stimolare anche l’export.

Il mercato della bellezza e salute, che unisce farmaci e cosmetici, si avvicina ai 3,1 miliardi di euro, favorito da tecnologie digitali che offrono consigli personalizzati, tutorial interattivi e customer care in tempo reale.

Casa e moda: mix di comfort e sostenibilità

Il settore dell’arredamento e living tocca i 4,7 miliardi di euro, crescendo del 6%. A trainarlo sono le soluzioni digitali per la progettazione degli ambienti e i servizi di consegna su misura. La moda online, invece, raggiunge i 6,2 miliardi, con un +5% rispetto al 2024.

Crescono anche i modelli di vendita second-hand, il fashion sostenibile e l’integrazione con i social.

Tecnologia e libri: al top delle vendite digitali

L’informatica e l’elettronica di consumo, con 8,9 miliardi di euro, rimane il comparto più rilevante, con una penetrazione del 43% sugli acquisti totali. La seguono l’editoria (39%), l’arredamento (20%) e l’abbigliamento (18%).

Clienti più esigenti, esperienze sempre più su misura

Come evidenzia Valentina Pontiggia, direttrice dell’Osservatorio, l’eCommerce evolve da semplice canale di vendita a piattaforma relazionale. Intelligenza artificiale, Retail Media e social commerce offrono esperienze d’acquisto più coinvolgenti, omnicanale e attente all’etica ambientale.

Imprese digitali italiane, i prossimi step

Secondo Roberto Liscia, presidente di Netcomm, il futuro passa attraverso investimenti in logistica avanzata, customer journey personalizzati e tecnologie digitali.

Con oltre 35 milioni di utenti connessi e 91.000 imprese attive, l’eCommerce è una realtà consolidata. Resta la sfida di essere competitivi e autentici anche sui mercati globali.

Pubblicità: il Digital Out of Home raggiunge 227 milioni di euro

Nel 2024 la componente Out of Home (OOH) del mercato pubblicitario non ha evidenziato una crescita rilevante degli investimenti. Questo, principalmente a causa dell’andamento della componente ‘tradizionale’ dell’OOH, che nel 2024 registra un segno negativo.
Al contrario, la componente digitale (DOOH) è cresciuta del +13%, raggiungendo quota 227 milioni e toccando il 32% della raccolta totale del mezzo.

Nel dettaglio, nel 2024 la raccolta OOH ha raggiunto quota 709 milioni di euro (+2% sul 2023), con una dinamica positiva nella prima metà dell’anno che ha tuttavia subito un rallentamento, soprattutto nell’ultimo quadrimestre, legato principalmente alla situazione economica instabile.
Sono alcuni risultati emersi dalla ricerca dell’Osservatorio Internet Media del Politecnico di Milano.

Segnali di ripresa nei primi mesi dell’anno

Già nei primi mesi del 2025, il mercato OOH sta però mostrando segnali di ripresa, con una crescita del +10%, che porterà il valore complessivo a 781 milioni di euro a fine anno.

La componente digitale, grazie all’evoluzione tecnologica degli ultimi anni, sta assumendo un ruolo sempre più rilevante nel contesto Outdoor, generando nuove opportunità per questo media in termini di crescita, creatività, personalizzazione, targeting e integrazione con gli altri mezzi.
La raccolta pubblicitaria complessiva DOOH si suddivide in tre tipologie e presenta gerarchie simili a quelle del mezzo complessivo.

Il Digital Out of Home

Nel 2024 la quota principale (65%) del DOOH riguarda gli impianti Roadside (pensiline, affissioni, arredo urbano), seguiti da impianti Transit Media (31%, mezzi di trasporto, aeroporti, stazioni, metropolitane), e dal segmento Retail & Leisure (negozi, centri commerciali, stadi, palazzetti, 4%) che sebbene ancora marginale, presenta dinamiche di crescita grazie allo sviluppo del Retail Media in-store.

“Nel 2024 la raccolta pubblicitaria legata al DOOH ha raggiunto 227 milioni di euro, in crescita del +13%, aumentando così l’incidenza sul totale OOH (32%, +3%) – dichiara Denise Ronconi, Direttrice dell’Osservatorio -. L’importanza di questo canale per la crescita del mercato sarà evidente anche nel 2025: al digitale è attribuibile il 78% della crescita complessiva del mezzo OOH prevista e raggiungerà 283 milioni (+25%), con un peso del 36% (+4% rispetto al 2024) sull’intero mercato”.

Programmatic Digital Out of Home

Il Programmatic Digital Out of Home (pDOOH, l’automazione del processo di acquisto, vendita e distribuzione dell’inventory degli impianti digitali Outdoor), è andato incontro a una significativa evoluzione negli ultimi anni, diventando sempre più sofisticato e rivoluzionando il panorama della pubblicità esterna grazie all’integrazione di dati e tecnologie digitali.
Nel 2024 la raccolta pubblicitaria del pDOOH in Italia valeva 11,9 milioni (+19%) e pesava poco più del 5% del DOOH.

Nonostante si tratti di un mercato ancora contenuto, il pDOOH sta crescendo rapidamente anche in Italia, sostenuto da una diffusione sempre più capillare sul territorio, la nascita di realtà specializzate e nuove partnership tra gli attori del mercato.
Una crescita che apparirà ancora più evidente nei prossimi anni. Secondo le stime, nel 2025 raggiungerà 16,4 milioni di euro (+38%).