Category Archives: Scoperte

L’uso dell’AI mette a rischio l’attendibilità di sondaggi e ricerche online

L’Intelligenza artificiale mette seriamente a rischio l’affidabilità delle ricerche basate su survey. Poiché l’AI è sempre più capace di simulare il comportamento umano alcuni studi indicano che una quota non trascurabile delle risposte ai sondaggi condotti online, variabile dal 4% al 90% in alcune popolazioni, può essere falsa o fraudolenta. 
È quanto sostengono tre ricercatori dell’IMT School for Advanced Studies Lucca e dell’Università di Cambridge in un commento pubblicato sulla rivista Nature.

L’uso crescente di agenti di AI in grado di compilare questionari con poca o nessuna supervisione umana rappresenta infatti un cambiamento strutturale nel problema delle frodi nei sondaggi.
Soprattutto di quelli a tema politico, centrali nelle scienze sociali e nei processi democratici.

Dati potenzialmente contaminati dai sistemi automatici

“I problemi sono cambiati di scala”, scrivono gli autori, sottolineando come gli strumenti tradizionali per distinguere tra risposte umane e non umane non siano più efficaci.
Anche percentuali molto più basse di risposte falsate possono infatti avere effetti rilevanti. In presenza di effetti statistici piccoli, una contaminazione dei dati pari al 3%–7% può invalidare le conclusioni di una ricerca.

“Non possiamo più dire se chi risponde sia una persona o no, e il risultato è che tutti i dati sono potenzialmente contaminati”, spiega Folco Panizza, ricercatore dell’IMT School for Advanced Studies Lucca e tra gli autori del commento.
Piattaforme ampiamente utilizzate per la raccolta di dati, come Amazon Mechanical Turk, Prolific e Lucid, consentono da anni di ottenere rapidamente grandi quantità di risposte a basso costo, ma sono oggi particolarmente vulnerabili alla manipolazione da parte di sistemi automatici.

Modelli avanzati riescono a produrre risposte fluide, coerenti e contestualizzate

I tradizionali strumenti di controllo, come i CAPTCHA o le domande di attenzione inserite nei questionari, risultano sempre meno efficaci di fronte a modelli avanzati capaci di produrre risposte fluide, coerenti e contestualizzate, spesso migliori di quelle umane.

Gli autori propongono quindi un cambio di strategia su più livelli. Da un lato suggeriscono di analizzare i cosiddetti ‘paradata’, come la velocità di digitazione, l’uso del copia-incolla e altri pattern comportamentali, per individuare risposte statisticamente improbabili per un essere umano. Dall’altro indicano necessità di fare maggiore affidamento su panel di ricerca basati su campioni probabilistici o partecipanti con identità verificate.

…e continuano ad adattarsi ai tentativi di rilevazione

La proposta più radicale consiste però nel ribaltare la logica della rilevazione delle frodi, progettando test che sfruttino i limiti del ragionamento umano piuttosto che le debolezze dell’AI.

Ma nessuna soluzione singola sarà sufficiente, riferisce AGI, poiché i sistemi di AI continuano ad adattarsi ai tentativi di rilevazione.
Per proteggere la credibilità della ricerca nelle scienze sociali, ricercatori, piattaforme e finanziatori sono quindi chiamati a ripensare con urgenza gli standard di integrità dei dati, combinando campioni di maggiore qualità, strumenti di controllo più sofisticati e maggiore trasparenza.

Italia più calda e soggetta a eventi estremi: il clima che verrà

La fine del secolo ci sembra un appuntamento lontanissimo. Eppure è molto più vicina di quanto si possa pensare e, soprattutto, porterà uno stravolgimento del clima se non sapremo correre ai ripari. I segnali del cambiamento climatico sono già sotto i nostri occhi.

Secondo uno studio dell’ENEA, entro il 2100 l’Italia e l’intero Mediterraneo saranno più caldi e, in media, più secchi. Le piogge saranno meno frequenti, ma al contempo aumenteranno frequenza e violenza degli eventi estremi. Una combinazione che racconta un clima meno prevedibile e più difficile da gestire.

Cosa accade sul territorio

Per la prima volta, uno studio simile ha seguito un metodo innovativo. I ricercatori hanno utilizzato proiezioni climatiche regionali ad altissima risoluzione, capaci di scendere fino a cinque chilometri. In pratica, una lente che permette di osservare il clima quasi quartiere per quartiere.

Maria Vittoria Struglia, ricercatrice ENEA e coordinatrice del lavoro, spiega che questo livello di dettaglio è fondamentale per capire cosa può davvero accadere a livello locale e per costruire strategie di adattamento che non siano uguali per tutti.

Dal clima che conosciamo a quello del 2100

Per arrivare alle proiezioni future, il team ha confrontato il clima recente, dal 1980 al 2014, con quello atteso fino alla fine del secolo. Le simulazioni tengono conto di tre diversi scenari: da quelli più attenti alla sostenibilità ambientale a quelli in cui la riduzione delle emissioni resta sullo sfondo.

Il risultato è una mappa dettagliata degli effetti possibili su temperature e precipitazioni lungo tutta la Penisola.

Le aree montuose più a rischio

Le aree montuose sono tra le più esposte al cambiamento climatico. Nello scenario più severo, le temperature estive potrebbero aumentare fino a 4,5 gradi, con rialzi importanti anche in autunno.

Un cambiamento netto, che i modelli climatici globali tendono a smussare, ma che a livello locale può tradursi in meno neve, ghiacciai in sofferenza e risorse idriche sempre più incerte.

Meno pioggia, ma molto più violenta

Nel complesso, il clima italiano tenderà a diventare più secco, soprattutto in estate. Ma il dato forse più critico riguarda le piogge estreme. Nei due scenari più critici aumenteranno frequenza e intensità degli eventi violenti, in particolare al Nord e sulle Alpi.

L’autunno rischia di diventare la stagione delle alluvioni improvvise, mentre inverno e primavera mostrano differenze marcate tra Alpi occidentali e orientali. Un mosaico complesso, che cambia da zona a zona.

Prepararsi al domani

Secondo ENEA, le simulazioni regionali ad alta risoluzione sono uno strumento decisivo per prepararsi al futuro. Il Mediterraneo è un’area fragile, con territori molto diversi tra loro e una forte esposizione agli eventi estremi.
Capire dove e come colpiranno permette di agire prima, non dopo. Perché il clima che verrà non è una teoria: è una realtà che si sta già realizzando.

Space Economy: i numeri di un settore da 2 miliardi di valore aggiunto

Secondo i risultati emersi dal Conto tematico sull’economia dello spazio riferiti all’anno 2021 presentati dall’Istat, nel 2021 le imprese dell’economia dello spazio hanno generato una produzione pari a 8,0 miliardi di euro, impiegando poco più di 23mila addetti. Il valore aggiunto complessivo ammonta a 2,0 miliardi di euro, lo 0,1% del Pil.

Le unità incluse nel settore non-market che operano nell’economia dello spazio hanno generato un valore aggiunto di 0,4 miliardi di euro, impiegando 2,2mila addetti, con investimenti in R&S poco inferiori a 0,2 miliardi.
Il settore ha espresso flussi commerciali con l’estero per 2,1 miliardi di esportazioni e 1,6 miliardi di importazioni.
Gli investimenti fissi lordi in beni materiali sono circa 0,7 miliardi, mentre quelli in R&S ammontano a 0,6 miliardi.

La produzione delle attività “core” vale 4,1 miliardi

La componente upstream, che include le attività core del settore, impiega poco più di 14mila addetti, con un valore della produzione pari a 4,1 miliardi (1,3 miliardi valore aggiunto). Queste imprese attivano esportazioni per 1,8 miliardi e generano importazioni per 1,2 miliardi.

Nel complesso, le imprese operanti nella manifattura generano un valore aggiunto di circa 1 miliardo, lo 0,4% dell’ammontare complessivo del comparto, impiegando poco meno di 10,5 mila addetti (0,3% del totale).
Il valore aggiunto “space” generato nei servizi è di 955 milioni, con circa 12,6mila addetti, mentre le imprese appartenenti a gruppi multinazionali generano il 90% del valore aggiunto (1,8 miliardi, 20,5mila addetti).

Imprese Upstream votate all’export

Le imprese operanti nelle attività della componente upstream ricorrono in misura maggiore ai mercati esteri. Il loro grado di apertura internazionale, misurato come rapporto fra la somma di importazioni ed esportazioni e la produzione, è del 77% superiore a quello del resto dell’economia.

Questa maggiore internazionalizzazione è principalmente spiegata dalle esportazioni. Infatti mentre il grado di dipendenza dalle importazioni riscontrato per le imprese upstream (27%) è simile a quanto registrato per il resto dell’economia (29%), la propensione alle esportazioni (33%) è più che doppia (15%).
Le imprese upstream mostrano anche una maggiore diversificazione geografica dei mercati di destinazione (11,6 Paesi contro 7,5) e una più articolata differenziazione merceologica (13,1 prodotti esportati contro 9).

Gli ambiti di investimento, dai beni materiali alla R&S

Le imprese upstream sono caratterizzate da una propensione agli investimenti fissi lordi in beni materiali leggermente inferiore alle altre unità produttive, con un tasso di investimento pari a 16,4% contro 16,9%.
Un differenziale analogo (11,8% contro 12,1%), si osserva anche per il tasso di investimento depurato dalla componente fabbricati e macchinari, dove l’indicatore per le imprese upstream è pari a 8,1% contro l’8,4%.

Diversamente, la componente upstream mostra una maggiore tendenza alla produzione di R&S rispetto al resto del sistema (6,1% rispetto al 2,6%).
Una situazione simile si registra anche per la propensione all’investimento in R&S rispetto al resto del sistema produttivo, dove il rapporto fra investimenti in R&S e valore aggiunto è 11,9% contro 7,2%.

Gli orari dell’eCommerce: quando gli italiani fanno acquisti online?

Una recente analisi condotta da Human Highway su oltre 90.000 transazioni digitali ha messo in luce abitudini e orari precisi nel comportamento d’acquisto degli italiani.
Lo studio, realizzato con il supporto del sistema di analisi LogLine, ha monitorato l’intero primo semestre del 2025 e mostra che il tempo – inteso come giorno e ora della settimana – gioca un ruolo decisivo nelle scelte di consumo online.

Prodotti e servizi: due ritmi diversi

La ricerca evidenzia una netta differenza tra chi compra prodotti fisici e chi preferisce servizi digitali. Nel caso dei servizi, come prenotazioni di viaggi, biglietti o abbonamenti, il weekend – e in particolare il sabato – risulta il momento più attivo. È il periodo in cui gli utenti hanno più tempo libero per organizzare spostamenti o attività di svago.

Al contrario, gli acquisti di prodotti seguono un andamento più regolare ma in calo progressivo nel corso della settimana. Dopo un lunedì ancora vivace, l’interesse scende gradualmente fino al giovedì, per poi risalire leggermente il venerdì, forse in vista delle spese pre-weekend o di promozioni speciali.

Le ore più calde dello shopping online

Osservando le 24 ore, emergono abitudini abbastanza simili tra prodotti e servizi, ma con sfumature interessanti. Le fasce pomeridiane, tra le 12 e le 19, sono le più intense per entrambi i segmenti. Tuttavia, mentre chi acquista prodotti mantiene un ritmo costante durante tutto il pomeriggio (con un rallentamento solo nell’ora di pranzo), chi compra servizi mostra un picco deciso proprio verso le 13.

Questa differenza suggerisce che molti utenti sfruttano la pausa pranzo per gestire prenotazioni o pianificare attività future, un comportamento ormai consolidato nell’economia digitale.

Dati che raccontano uno stile di vita

Più che numeri, questi risultati offrono uno spaccato fedele dello stile di vita degli italiani attivi online: la gestione del tempo, la distinzione tra lavoro e tempo libero, la tendenza a rimandare certi acquisti a momenti di relax.

Human Highway, grazie al metodo LogLine, mostra come dietro ogni click ci sia una scelta dettata non solo dal bisogno, ma anche dal contesto e dal tran tran quotidiano. In estrema sintesi, il tempo non è soltanto un dato di misurazione, ma uno dei fattori più determinanti nell’evoluzione dell’eCommerce.

Retail, i consumatori premiano le realtà attente alla sostenibilità

Il settore retail in Italia sta attraversando un periodo di profondo cambiamento. Secondo uno studio condotto da Ipsos, i consumatori attribuiscono sempre maggiore importanza alla condivisione dei valori con i brand, mentre il legame con le insegne della distribuzione si sta progressivamente indebolendo. Questo fenomeno sembra derivare da un’offerta che non risponde più pienamente alle aspettative dei clienti e da programmi di fidelizzazione che non riescono a creare un’esperienza distintiva e personalizzata.

Ci sono però anche notizie positive: i retailer che investono in iniziative legate alla sostenibilità ambientale, sociale e alla governance (ESG) ricevono un riscontro migliore dai consumatori. Inoltre, il canale online è la leva per rafforzare il rapporto con il cliente, permettendo alle insegne di comunicare i propri valori in modo più diretto ed efficace.

Il Convegno Pianeta Distribuzione 2025: un momento di confronto

Durante il Convegno Pianeta Distribuzione 2025, organizzato da Largo Consumo presso gli IBM Studios di Milano, è stata presentata la ricerca “Migliore Insegna 2025” che ha riunito 200 top manager provenienti da più di 150 aziende leader della distribuzione e dell’industria.

L’analisi ha coinvolto oltre 120 insegne, suddivise in 29 categorie merceologiche, basandosi su più di 7.500 interviste realizzate sia nei punti vendita fisici sia online. Sono state valutate più di 22.500 esperienze d’acquisto nei negozi e 11.500 esperienze digitali, fornendo un quadro dettagliato dell’evoluzione del rapporto tra consumatori e retailer.

Le sfide del settore: assortimento, fedeltà e multicanalità

Lo studio evidenzia diverse criticità. Una delle principali riguarda la percezione dell’offerta commerciale. Il 35% dei clienti dichiara di non essere soddisfatto dell’assortimento dei prodotti, percentuale che sale al 41% tra i consumatori della Gen Z. Anche la qualità dei prodotti, un tempo considerata un punto di forza della distribuzione italiana, viene percepita in calo.

Allo steso tempo, si regista una perdita di appeal dei programmi fedeltà: il 38% dei clienti non è soddisfatto, con un picco di insoddisfazione tra i boomers (44%). Solo il settore dell’abbigliamento per bambini sembra registrare una leggera ripresa in questo ambito.

L’esperienza di acquisto online, invece, continua a essere apprezzata. Il 73% dei clienti ritiene che l’e-commerce offra offerte più vantaggiose rispetto ai negozi tradizionali. Inoltre, i retailer che offrono un servizio di vendita assistita in negozio riescono a mantenere una connessione più forte con i clienti anche nel mondo digitale.

L’importanza della tecnologia e del personale di vendita

L’innovazione tecnologica rappresenta una grande opportunità per migliorare l’esperienza di acquisto. Soluzioni digitali come chioschi interattivi, realtà aumentata e sistemi di pagamento innovativi possono semplificare i processi e aumentare il coinvolgimento del cliente. In ogni caso, resta prioritario il ruolo del personale di vendita: i consumatori continuano a considerare fondamentale l’assistenza in negozio.

Le nuove generazioni hanno poi un diverso approccio ai metodi di pagamento. Sono diffusi strumenti come il Buy Now, Pay Later (BNPL), con il 28% dei clienti che utilizza questa formula, percentuale che sale al 38% tra la Gen Z.

Un’esperienza integrata tra fisico e digitale

Il retail sta evolvendo verso un modello sempre più omnicanale. Il 21% dei consumatori vive un’esperienza d’acquisto che integra negozio fisico ed e-commerce, con la Gen Z che raggiunge una quota del 29%. Farmacie, profumerie e librerie sono tra i settori che registrano la maggiore interazione tra online e offline.

Startup innovative: al Nord più giovani, al Sud più femminili

La geografia delle startup innovative in Italia nel 2024 emersa dall’analisi del Centro Studi Tagliacarne e Unioncamere restituisce un’Italia a doppia frequenza. Se al Nord gli under 35 conducono il 17,2% delle startup innovative dell’area, la mappa si ‘capovolge’ se si guarda alla quota delle startup innovative guidate da donne.
Nel Mezzogiorno, infatti, le startup femminili pesano di più: il 15,8% (con punte del 27,5% in Molise), rispetto a Centro (15,1%) e Nord (11,8%). 

Al Nord però giovani e donne startupper sono più numerosi. Nel Settentrione risiede più della metà (52%) delle startup innovative under 35 del Paese (1.084 su 2.049), e oltre un terzo di quelle femminili, 745 su 1.648.
Ma se il Nord-Ovest fa da traino all’area, il Nord-Est frena, presentando l’incidenza più bassa sia per startupper under 35 sia femminili.

A Milano più startupper che altrove

Nel complesso, le startup innovative presentano un’incidenza dei giovani quasi doppia rispetto a quella del totale delle imprese italiane (16,9% vs 8,4%) e una quota di imprese femminili pari a circa la metà (13,6% vs 22,7%).

A livello regionale, la metà delle le startup innovative si trova in Lombardia (568 giovanili, equivalenti al 27,7% del totale nazionale e 382 femminili, il 23,2%), seguita da Campania (242 under 35, 11,8% e 232 ‘rosa’, 14,1%) e Lazio (231, 11,3% e 224, 13,6%).
Non sorprende trovare nelle prime tre posizioni della classifica provinciale Milano, con 408 startup innovative giovanili (il 19,9% di quelle nazionali) e 281 startup innovative femminili (17,1%), Roma (206, 10,1% e 200, 12,1%,) e Napoli (139, 6,8% e 121, 7,3%). 

Al Mezzogiorno corrono più veloci  

Tra il 2016 e il 2024 le startup innovative under 35 sono cresciute del 66,5%, ma al Meridione hanno allungato maggiormente il passo (+69,1%). Seguono il Nord (+67,5%), rallentato dall’andamento del Nord-Est (+12,7%), e il Centro (+60,2%).
Il Mezzogiorno avanza più speditamente anche sul fronte delle startup innovative femminili, con incrementi del +175,5% a fronte del +106,3% al Centro e del +99,7% al Nord.

Boom di crescita si registrano a livello regionale in Molise (+533,3%), Campania (+337,7%) e Puglia (+203,7%). Sul piano provinciale, spiccano Avellino (da 2 a 22, +1000,0%), Brindisi (+900,0%) e Como (+700,0%).

Nel Triveneto meno di una startup su 10 è donna. Abruzzo la regione meno “giovanile”

Il Molise è la prima regione dove il peso relativo le startup femminili sul totale di queste realtà locali si presenta maggiore (27,5%), seguito da Basilicata (20,6%) e Calabria (18,4%).

Sul fronte opposto, Friuli-Venezia Giulia (9,4%), Trentino-Alto Adige (10,0%) e Liguria (10,5%).
E se è il Piemonte ad accaparrarsi l’etichetta della regione più giovanile, vantando quasi una startup innovativa giovanile su quattro (23,2%), la meno giovanile è l’Abruzzo, con ‘solo’ l’11,4% di queste realtà.

Quantum Computing e Communication: in Italia i primi fondi di venture capital

Emerge dalla ricerca dell’Osservatorio Quantum Computing & Communication del Politecnico di Milano: la filiera delle tecnologie quantistiche è ancora emergente, ma in crescita, anche in Italia.

Nel nostro Paese, l’eccellenza nella ricerca, alimentata dai fondi pubblici stanziati dal PNRR, ha favorito la nascita di startup e spin-off universitari promettenti, che nel 2023-2024 hanno raccolto 12 milioni di euro, i primi fondi di venture capital nel Paese.
Ancora pochi, tuttavia, rispetto, a quelli raccolti nello stesso periodo, ad esempio, dalla Francia (255 milioni).

A livello globale, invece, dei 458 player attualmente attivi nel settore del Quantum Computing e Communication il 78% è ‘quantum-native’, ovvero, con un modello di business incentrato su questo ambito. Negli ultimi due anni, queste aziende hanno raccolto 2,4 miliardi di dollari. 

Risorse della Cina stimate a circa 15 miliardi di dollari

Il primo motore della rivoluzione quantistica sono i governi, che stanno investendo miliardi di dollari in ricerca pubblica con orizzonti di lungo termine, consapevoli dell’enorme impatto sulla competitività economica e sulla sicurezza nazionale.

L’Osservatorio ha esaminato i fondi stanziati a livello globale dedicati alle tecnologie quantistiche, evidenziando investimenti pari a 23,8 miliardi di dollari tra il 2012 e il 2024, con ulteriori 17,7 miliardi annunciati tra il 2025 e il 2035. L‘Asia guida gli investimenti governativi (53%), trainata dagli ingenti fondi della Cina, stimati intorno a 15 miliardi di dollari.

Seguono l’Europa (31%) e l’America (14%), che adotta un approccio di investimento annuale, in contrasto con la logica pluriennale seguita dagli altri Paesi.

Nel 2024 il primo computer quantistico criogenico costruito in Italia

In Europa, l’investimento appare frammentato: 1 miliardo di euro (11% del totale identificato nell’Unione Europea su iniziative dedicate) proviene da fondi comunitari, mentre il resto è stanziato dai singoli Paesi. 

“Nel 2024, il panorama del Quantum Computing si è configurato come un autentico territorio di frontiera, dove convergono ricerca accademica, investimenti industriali e strategie geopolitiche – spiega Paolo Cremonesi, Responsabile Scientifico dell’Osservatorio -. È stato un anno cruciale per la tecnologia italiana, con risultati significativi, come il primo computer quantistico criogenico costruito in Italia, sviluppato dall’Università Federico II di Napoli, che ha raggiunto la capacità di 24 qubit, la prima piattaforma fotonica italiana”.

Il ruolo fondamentale del PNRR nella creazione dell’ecosistema italiano

“Nel corso degli ultimi due anni, i fondi del PNRR hanno svolto un ruolo fondamentale per la creazione di un ecosistema italiano sulle tecnologie quantistiche, promuovendo la sinergia tra università e imprese – aggiunge conclude Marina Natalucci, Direttore dell’Osservatorio -. Nelle istituzioni italiane ed europee si sta diffondendo una sempre maggiore consapevolezza sul ruolo critico di questo settore per la competitività futura dell’Europa in campo tecnologico. Per accompagnare questo comparto emergente dalla fase di ricerca e sviluppo attuale, a quella industriale del futuro, è importante investire oggi creando una rete pubblico-privata coesa che lavori in modo coordinato a livello europeo, e che si relazioni in modo strategico con gli ecosistemi esteri per accelerare l’innovazione”.

Nel 2035 la tecnologia sarà intelligente e generativa

La prima edizione dell’Osservatorio FUTURES | Sense Making by System Thinking della School of Management del Politecnico di Milano, presentata nel corso del convegno dal titolo ‘Imaging Distant Futures: Human Wellbeing in the era of Intelligent Technologies (2035)’, ha provato a immaginare ‘i futuri distanti’ negli ambiti Purposeful Nest, Meaningful Production e Relational Proximity.

Oltre all’Intelligenza artificiale generativa, altre tecnologie emergenti potenzieranno infatti molte esperienze della quotidianità. E nel 2035 la maggior parte delle tecnologie sarà intelligente e generativa, in grado di rendere più efficienti le attività e migliorare il benessere delle persone, dalla cura personale all’alimentazione, dall’intrattenimento alla socialità.

Futuri vicini e futuri distanti

In tali futuri desiderabili, anche la relazione con l’attività lavorativa sarà contraddistinta da maggiore varietà consentendo a ciascun individuo di coltivare diverse occupazioni e quini costruire un’identità poliedrica.

Mentre i futuri vicini prendono spunto da fenomeni attualmente visibili e robusti (ad esempio, trend tecnologici, dinamiche di mercato), i futuri distanti si basano da un lato sull’intelligenza collettiva nel riconoscere segnali deboli e sorprendenti, dall’altro sull’immaginazione morale.
In altre parole, i futuri distanti emergono da un atteggiamento progettuale nei confronti del futuro.

Il benessere umano al centro

“In questa prima edizione dell’Osservatorio ci siamo concentrati sul tema del benessere umano nell’era delle tecnologie intelligenti – spiega Emilio Bellini, direttore dell’Osservatorio  -. Mettere la persona al centro è il primo passo verso una salute e un benessere a misura d’uomo”.

I futuri distanti nell’ambito Purposeful Nest enfatizzano la centralità del benessere personale, la necessità di coltivare un’identità multiforme, impegnandosi in più occupazioni, rifiutando identità ed etichette basate sulla carriera.
Empatia, comunità e connessione umane autentiche diventano elementi fondamentali affinché i contributi individuali abilitino il raggiungimento di obiettivi collettivi. La tecnologia diviene il fattore abilitante per ogni scelta consapevole, utile a bilanciare differenti occupazioni, migliorare la comunicazione e rispettare privacy e legalità.

Lavoro di senso e relazioni personali

I futuri distanti elaborati nell’ambito Meaningful Production prospettano nel 2035 ambienti di lavoro più appaganti, supportati da modelli ibridi e dall’AI. Il futuro delle organizzazioni dipenderà dalla capacità di diventare luoghi di apprendimento permanente, promuovendo un cambiamento culturale basato su valori e merito. Il tempo del lavoro e della vita personale saranno sempre più integrati, senza distinzione rigida. Le aziende dovrebbero creare le condizioni perché le persone possano armonizzarli il più possibile e utilizzare la tecnologia per liberare gli individui da attività senza valore.

Nell’ambito Relational Proximity emerge l’esigenza di un rapporto più equilibrato tra uomo e natura, in cui la tecnologia favorisca da un lato le connessioni fisiche e il benessere personale, e dall’altro un maggiore rispetto dell’ambiente. Si affermerà il concetto di inclusività a tutto tondo, nel promuovere l’innovazione guidata da uno scopo per contribuire allo sviluppo umano.

Biologia versus ingegneria: chi vince fra animali e robot?

Nella robotica moderna, abbondano le macchine che imitano gli animali. Dai cani robot che sorvegliano gli stadi ai robot “esploratori”, una vasta gamma di doppelgänger meccanizzati popola già il nostro mondo. I progressi nell’intelligenza artificiale, nei materiali sintetici e nella stampa 3D hanno amplificato la capacità delle macchine nel muoversi e superare gli ostacoli, spesso nell’ambito della ricerca scientifica o per il pubblico.

Sfida tra animali e robot 

Nonostante i progressi tecnologici e gli ingenti investimenti nell’industria della robotica, le macchine meccaniche presentano (per ora) un ritardo se messe a confronto con gli animali veri. Questa constatazione ha guidato un nuovo studio, pubblicato su Science Robotics da un gruppo interdisciplinare di ricercatori. Analizzando cinque “sottosistemi” associati alla corsa, gli esperti hanno confrontato il comportamento degli animali con quello dei loro omologhi robotici.

La forza della natura 

Gli animali, “fatti” di tessuto biologico complesso (come ogni essere vivente), potrebbero sembrare inferiori alle macchine in termini di componenti individuali. Tuttavia, la loro vera forza risiede nella capacità di controllare in modo complesso e interconnesso i loro corpi, superando così la somma delle singole parti.

Differenze fondamentali fra animali e robot 

Sebbene i robot possano vantare componenti più forti e durevoli, gli animali sono superiori nell’integrare queste parti in un movimento fluido e adattabile. Anche se i robot possono accelerare rapidamente e compiere movimenti acrobatici, gli animali superano nettamente in fluidità e adattabilità.

“Noi possiamo correggere il modo in cui progettiamo i robot e imparare qualcosa in un robot e scaricarlo in ogni altro robot, mentre la biologia non ha questa possibilità”, ha sottolineato Sam Burden, professore associato presso il Dipartimento di ingegneria elettrica e informatica dell’Università di Washington. “Perciò, quando progettiamo i robot, possiamo muoverci molto più rapidamente di quanto non possiamo fare attraverso l’evoluzione, ma quest’ultima ha un enorme vantaggio”, ha aggiunto Burden.

I vantaggi della vera evoluzione della specie

Gli animali hanno dalla loro parte milioni o addirittura miliardi di anni di evoluzione. Una complessità che conferisce loro un vantaggio significativo rispetto alla robotica. Questo vantaggio temporale ha permesso agli animali di sviluppare resistenza, agilità e robustezza che i robot non possono ancora eguagliare.

Il futuro della robotica

I ricercatori sono ottimisti sul fatto che i robot potranno superare gli animali, ma sottolineano l’importanza di un uso più efficiente delle parti esistenti anziché concentrarsi solo sul miglioramento dei componenti individuali. Queste scoperte potrebbero guidare lo sviluppo futuro dei robot funzionanti, aprendo la strada a una nuova era di integrazione e adattabilità nelle macchine ispirate alla natura.

Google Meet ci fa più belli: arrivano i filtri per le call da PC

Google Meet, il noto servizio di videoconferenza di Google, sta implementando una nuova funzione che farà felici tanti professionisti. Infatti arriverà la possibilità per gli utenti di  migliorare, ma solo leggermente, il proprio aspetto prima di partecipare a una riunione.

Lo scorso anno tale funzione è stata introdotta sui dispositivi mobili; ora è disponibile anche sull’applicazione web di Google Meet, rendendo l’esperienza più facile e accessibile anche per gli utenti che utilizzano il servizio da computer. 

Due opzioni per migliorare

La nuova funzione offre due tipi di filtri: “sottile” e “levigante”. Secondo quanto dichiarato da Google, il filtro sottile apporta lievi miglioramenti alla carnagione, schiarisce le occhiaie e illumina gli occhi, mentre il filtro levigante accentua ulteriormente questi effetti. Insomma,  l’effetto c’è e almeno un po’ si vede.

Ma l’aspetto non cambia drasticamente

A differenza di altre applicazioni come Snapchat, i filtri di Google Meet non modificano drasticamente l’aspetto degli utenti. Dalle immagini fornite, sembra che gli effetti applicati siano piuttosto delicati e quasi impercettibili. L’obiettivo dovrebbe dare l’impressione che l’utente non stia utilizzando alcun filtro.

Queste opzioni di ritocco, riferisce Adnkronos, possono essere facilmente trovate e attivate attraverso le impostazioni di Google Meet, selezionando “Effetti visivi” e poi “Aspetto”. Da qui, è possibile attivare o disattivare il ritocco del ritratto e scegliere il filtro preferito.

Solo con abbonamenti a pagamento 

La funzione di ritocco del ritratto inizia a essere distribuita oggi, ma sarà disponibile solo per gli utenti con un abbonamento a pagamento, inclusi i piani Business Standard, Business Plus, Enterprise Essentials, Enterprise Starter, Enterprise Standard, Enterprise Plus, Education Plus e Teaching & Learning Upgrade. Anche gli abbonati a Google One e Google Workspace Individual avranno accesso ai ritocchi del ritratto.

Migliorare, non stravolgere

Sebbene Google sia arrivata un po’ in ritardo nel campo dei filtri per le videoconferenze rispetto a concorrenti come Zoom e Microsoft Teams, che già consentono di modificare in modo più evidente l’aspetto degli utenti, questa novità potrebbe essere apprezzata da chi cerca soluzioni discrete per presentarsi al meglio nelle videochiamate, senza alterare radicalmente il proprio aspetto naturale.