I segreti di un bucato perfetto, economico ed ecosostenibile 

Come fare un bucato perfetto, economico ed ecosostenibile? Risponde l’esperto Patric Richardson, che nel libro La magia del bucato, edito in Italia da Vallardi, svela trucchi, segreti e consigli per un lavaggio più veloce, economico, ed ecologico. Prima di tutto, non usare mai più le lavanderie a secco: i lavaggi a secco danneggiano abiti, salute e ambiente. E poi lavare meno. Sarebbe sufficiente, prima di indossare un capo di nuovo, fargli prendere aria, oppure dargli una passata veloce di vapore con un ferro verticale, o spruzzarlo di vodka per eliminare gli odori. Semplici soluzioni che permettono di avere abiti che sembrano appena puliti senza doverli pulire davvero. Non lavare se non è necessario farà risparmiare acqua, energie e tempo.

No ad ammorbidente, profumatori e candeggina

Terzo consiglio, usare prodotti ecosostenibili. Eliminare l’ammorbidente, i foglietti per asciugatrice, e i profumatori per bucato, perché diffondono sostanze tossiche nell’atmosfera, dannose per l’ambiente e la salute. Anche la candeggina va eliminata, in favore di sapone in scaglie di ottima qualità e di origine vegetale, e per le macchie, meglio usare prodotti casalinghi come alcol al 70% e aceto. Se si usa l’asciugatrice, favorire un’asciugatura rapida con le palline di lana, naturali ed ecologiche, che possono accelerare il processo del 40%. E se si vuole un bucato profumatissimo, basta versare sulle palline qualche goccia di olio essenziale.

Tornare allo stendino

Optare sempre per il ciclo di 30 minuti, e usare la centrifuga al massimo dei giri: questo permetterà di risparmiare acqua ed elettricità, e di ottenere risultati migliori. Se l’acqua nel cestello è di meno si puliscono meglio i vestiti, e per assurdo la centrifuga rapida procura meno strappi e danni rispetto a un ciclo più lento. E poi tornare allo stendino: stendere il bucato all’aria è meglio per i capi stessi. Quasi nessun tessuto resiste a più di cinquanta cicli di asciugatrice e lavatrice, e se si elimina il passaggio in asciugatrice si allunga la vita ai capi e si risparmino un sacco di soldi.

Valutare gli acquisti di capi ed elettrodomestici

Valutare attentamente ogni acquisto: serve davvero l’ennesimo maglione nero a collo alto? Forse no. E se si, sostenere marchi che pagano il giusto i lavoratori, si impegnano per tutelare l’ambiente, riducono o eliminano sprechi e inquinamento, e usano fibre naturali, che sono tutte risorse rinnovabili. Non come i tessuti sintetici, che rilasciano microplastiche negli oceani, inquinandoli. Valutare anche l’idea di riciclare i capi smessi, o regalarli a un’organizzazione no-profit. E se si ha intenzione di comprare una nuova lavatrice o asciugatrice, riporta Ansa, scegliere elettrodomestici ad alta efficienza energetica, che consumano meno acqua ed energia  Ultimo consiglio, lavare tutto in un unico giorno. Stabilire una giornata unica per il bucato significa anche non doverci pensare per tutta la settimana successiva, e questo è davvero un regalo inestimabile.

Per attraversare gli shock globali serve un ‘tocco femminile’

Rincari per i beni energetici, code per l’olio di semi di girasole, attacchi cyber… Pandemia, guerra e crisi globali hanno fortemente impattato sulle nostre economie e sul nostro quotidiano. “In questo contesto una catena di fornitura e approvvigionamenti solida e a prova di interruzioni è un fattore vitale innanzitutto per la normale operatività delle imprese, prima ancora che della loro capacità di competere sul mercato – spiega Fabio Zonta, esperto del settore cpo di Engineering, la tech company italiana -. Per questo, frettolosamente, le aziende stanno modernizzando la direzione acquisti rafforzando i team, non solo in termini numerici, ma soprattutto in termini di qualità e competenze professionali, in un mix uomo/donna necessariamente equilibrato”. 

Le donne hanno migliori abilità nella negoziazione

“Le donne – sostiene Fabio Zonta – hanno la grande capacità di selezionare l’oggetto o il servizio da comprare: non si fermano al primo riscontro e approfondiscono in maniera metodica sondando qualsiasi opportunità che il mercato mette a disposizione, solo dopo decidono cosa acquistare. E poi, per indole, hanno migliori abilità nella negoziazione, riescono a far valere i loro punti di vista nel rispetto delle esigenze e dei diritti altrui senza mai farsi mettere in soggezione dalla contro parte – aggiunge Zonta -. Hanno la capacità di porsi un obiettivo e raggiungerlo senza fermarsi alle prime difficoltà. Nella mia organizzazione il 75% sono donne e in azienda la percentuale è comunque al di sopra della media del settore”.

Il manager si trasforma: da responsabile acquisti a chief procurement officer

“Per le imprese – continua Marina Verderajme, presidente nazionale di Gidp, associazione direttori risorse umane – è diventata fondamentale la valutazione dei rischi esterni per una efficace strategia di impresa, e investire nella formazione di manager con competenze specifiche consente all’azienda di prevenire e indirizzare il proprio business verso la costante crescita anche diversificando le attività. Il manager si trasforma pertanto dall’attuale responsabile acquisti, con una retribuzione tra i 50 e 60 mila euro, a un chief procurement officer (cpo), che nelle grandi imprese raggiunge fino a 500 mila euro”.

Sempre più marcata l’esigenza di una managerialità femminile

In tal senso la figura del cpo deve evolversi significativamente, diventando una figura centrale nelle scelte strategiche aziendali e sviluppando competenze che spaziano dall’AI al risk management, dalle tecniche di negoziazione internazionale alle competenze tecniche, dalla gestione delle risorse umane alla comprensione dei modelli predittivi.
E sebbene tradizionalmente questo ruolo sia stato ricoperto in prevalenza da uomini è sempre più marcata l’esigenza di una managerialità femminile, in una funzione in cui il multi-talento è un plus.

I 5 profili degli italiani alle prese con le pulizie di primavera

Come affrontano gli italiani le pulizie di primavera? E, più in generale, quali sono le loro abitudini in fatto di lavori domestici? C’è chi pulisce con rigore e precisione perché l’igiene fa parte del suo piano per salvare il mondo: è il cosiddetto ‘invincibile’, che con uno schiacciante 34% è il profilo-tipo più rappresentativo emerso dalla survey condotta dall’Osservatorio Polti su 500 #homelovers italiani.
Sono cinque i profili tratteggiati dallo psicologo Daniele Marchesi, del centro DM – Penso dunque sono, coinvolto dall’Osservatorio per tratteggiare un’analisi più corretta: oltre all’invincibile, ‘l’ineccepibile’, ‘l’esteta’, ‘l’audace’ e, ultimo, ‘capitan domani’.
In ogni caso, quella che emerge è una fotografia piuttosto chiara. La maggioranza di chi ha risposto considera le pulizie un impegno serio a cui dedicarsi

Per pulizie ineccepibili servono accuratezza e controllo

E se l’accuratezza sembra essere la cifra distintiva dell’approccio alle faccende domestiche in vista delle pulizie di primavera, non stupisce che sul secondo gradino del podio dei 5 profili più dediti ai mestieri salga ‘l’ineccepibile’ (31%), che quando pulisce casa esprime la sua voglia di avere tutto sotto controllo. Al terzo posto, col 18%, si posiziona ‘l’esteta’, seguito ‘dall’audace’ (12%), e in fondo, da ‘capitan domani’, che con un 5% dimostra come siano in pochi a prendere alla leggera l’igiene domestica.  

Fermati, ascoltati e rilassati

Se il primo profilo, l’invincibile, “usa la razionalità per mantenere tutto in ordine – sottolinea Marchesi – quanta fatica quando tutto questo diventa estremo!”.
Ma anche il secondo profilo, l’ineccepibile, tende a prendere le pulizie sul serio. “Efficacia ed efficienza sono compagne insostituibili per questo profilo – aggiunge Marchesi -, che tende a prevedere situazioni per anticipare eventi spiacevoli che potrebbero macchiare la sua intonsa cornice di vita. Un familiare sbadato, un amico inatteso o un cucciolo di casa ancora poco avvezzo alle regole non sono nemici da cui proteggersi, portatori di germi ambulanti”. Quando è troppo è troppo. “Fermati, ascoltati e rilassati”, suggerisce l’esperto a chi si rispecchia in questa descrizione.

Dall’esteta a ‘capitan domani’

Quanto all’esteta, “nelle sue attività, specialmente nella pulizia e nell’ordine, emerge tutto il suo estro. Per questo profilo, gli oggetti devono essere in armonia tra di loro, anche nel caos”, commenta Marchesi.  Per l’audace, invece, “la pulizia deve essere funzionale perché odia tutto ciò che lo costringe. Sa essere estremamente duttile e versatile – ricorda lo psicologo -, ma non sempre gli altri riescono a seguirlo”.  C’è poi capitan domani, che considera le pulizie un atto da fare mentre si è intenti a vivere. “Se rientri in questo profilo, non esagerare, non sfidarti. Scegli un piccolo compito, regalati un prodotto per la pulizia che ti intriga e divertiti a utilizzarlo”, suggerisce Marchesi.

Lo smart working è utilizzato dalle aziende anche nel 2021 

Se negli ultimi due anni il lavoro agile si è rivelato uno strumento indispensabile per affrontare la crisi da Covid-19, nel 2021 il 39,2% delle imprese ha continuato a utilizzare lo smart working. Grazie al lavoro agile le imprese sono diventata più competitive, e hanno innovato prodotti e servizi migliorando la marginalità. Rispetto al periodo pre-Covid, il 23,4% delle imprese ha cambiato l’organizzazione dei processi di produzione e vendita, il 20,2% ha avviato la produzione di nuovi beni o servizi, il 9,6% ha dismesso linee di produzione ritenute non più interessanti. Sono alcune evidenze emerse dalla ricerca La Vita Agile, realizzata da MeglioQuesto e Tecnè, con l’obiettivo di misurare l’apprezzamento dello smart working in Italia.

Nel 2020 il 56% delle imprese ha fatto ricorso al lavoro agile

Dalla ricerca risulta come nel 2020, per fronteggiare l’emergenza sanitaria e la conseguente crisi economica, il 56% delle imprese del campione abbia fatto ricorso al lavoro agile rispetto al 15,6% che ha invece utilizzato la cassa integrazione, il 12,2% che ha ridotto l’orario di lavoro dei dipendenti e il 4% che ha tagliato il numero di addetti. Finita la fase più acuta della pandemia, nel 2021 il 39,2% delle imprese ha continuato a utilizzare lo smart working, coinvolgendo nel lavoro da remoto il 28,9% degli addetti.

L’81% dei lavoratori apprezza il risparmio sui costi di spostamento

Per il 76,5% delle imprese, il rapporto tra azienda e lavoratori non ha subito sostanziali modifiche. Solo il 4,4% dei lavoratori impegnati nel lavoro da remoto non si è recato mai in azienda, mentre il 74,4% vi si reca almeno una volta al mese, e il 66,7% va sul posto di lavoro 1-2 volte a settimana. In larga misura i lavoratori apprezzano lo smart working. L’81% del campione apprezza il risparmio sui costi di spostamento, il 73% perché si evitano i pasti fuori casa, e il 52,2% per la migliore conciliazione dei tempi di vita familiari. Infine, per il 52,9% perché migliora la produttività, riporta Adnkronos.

Organizzazione del lavoro e paradigmi produttivi sono cambiati

“Dalla seconda metà del 2021 – commenta Carlo Buttaroni, presidente di Tecnè – sembrano prendere forma nuovi paradigmi produttivi: l’utilizzo dello smart working sta cambiando le aziende, oltre ad aver cambiato la vita di milioni di italiani”.
E secondo Felice Saladini, ceo di MeglioQuesto, “è cambiata l’organizzazione del lavoro: oggi abbiamo una visione più comunitaria e meno gerarchica. Abbiamo riscoperto il valore della fiducia della formazione e l’importanza del dialogo sociale”.

Poche conferme e molte novità per la Generazione Z 

Della ‘narrazione’ corrente sui ragazzi nati dal 1995 al 2010, la cosiddetta Generazione Z, alcune cose vanno riviste. I ragazzi della Gen Z continuano a cambiare ancora prima di riuscire a comprenderli, e se gli ultimi due anni sono stati molto particolari questo ha influito parecchio sull’idea che ci si è fatti di loro. È quanto emerge da una indagine realizzata da Eumetra International tramite 10.000 interviste effettuate in Italia, Francia, Germania, Uk e Spagna. L’indagine mette a confronto la Gen Z con le altre generazioni, approfondendone i valori e gli atteggiamenti di base.

Paladini del rispetto della natura votati all’indipendenza

Quando si parla di Gen Z si pensa ai paladini assoluti del rispetto della natura, votati all’indipendenza, portatori di un nuovo modo di pensare e relazionarsi al mondo del lavoro, più libero, magari basato sulla capacità di fare di necessità virtù. Ma adesso non è più del tutto così. Su alcuni aspetti sono stati superati dai più anziani, ad esempio, proprio sul rispetto della natura.
Su altri i Gen Z si sono avvicinati a modelli più consueti, ad esempio, nella relazione con il denaro e nelle aspettative sul lavoro, non più necessariamente indipendente e in divenire, ma, se possibile, sicuro e remunerativo, e soprattutto, calzante con le loro esigenze. Il passaggio chiave è proprio questo: la Gen Z sembra possedere una maggiore centratura su di sé, forse proprio in conseguenza della pandemia.

Alcuni di loro hanno ormai 25 anni, e il futuro hanno già iniziato a viverlo

Di certo questo periodo ha lasciato molti strascichi su di loro: rabbia in alcuni, voglia di recuperare il tempo perduto in altri e in tanti una sensazione di solitudine ineluttabile, prima obbligata e ora voluta, necessaria al loro equilibrio. Cicatrici che si sono mescolate ai cambiamenti fisiologici della crescita, soprattutto al dover iniziare a fare i conti con un futuro che forse nessuna delle generazioni precedenti ha dovuto affrontare in condizioni di simile incertezza.  Trovare il legame tra ogni singola causa e il relativo effetto è esercizio complesso, tanto più che alcuni di questi ragazzi hanno ormai 25 anni, e il futuro hanno già iniziato a viverlo.

Ci assomigliano più di quanto crediamo

Dunque, guardiamoli per quello che sono: individui che si accingono all’età adulta, destinati a ricoprire un ruolo fondamentale in un contesto difficile. E quando sono obbligati a sperimentarsi con gli snodi della vita finiscono per assomigliarci più di quanto noi stessi crediamo. Inoltre, che fossero lontani dal mondo delle marche è una conferma. Ma adesso hanno l’esigenza di orientarsi nelle scelte di consumo che sono tenuti a praticare: come riuscire a ingaggiarli in queste scelte?

Sostenibilità, come si comportano i cittadini del mondo?

Se è vero che l’attenzione alla sostenibilità sta coinvolgendo tutte le persone a livello globale, anche e soprattutto per quanto concerne i processi di acquisto, dove è che questo tema è più sentito? Le Americhe detengono la più alta percentuale (33%) di consumatori “attivi”, ovvero coloro che sono più impegnati e pronti a investire tempo e sforzi per ridurre l’impatto ambientale, seguiti da Europa (31%) e Asia (30%). Medio Oriente e Africa hanno registrato la percentuale più bassa di “attivi” (19%), mentre detengono la più alta percentuale di consumatori meno attivi in questioni ambientali (22% vs 15% di ogni altro paese). Questi alcuni insight emersi dallo studio Kantar Sustainability Sector Index presentato recentemente.

I giovani i più sensibili

Lo studio ha inoltre messo in luce che esistono delle differenze a livello generazionale.  I consumatori più giovani di età compresa tra i 18 e i 34 anni sono più propensi rispetto a quelli più maturi a far seguire alle parole i fatti, apportando attivamente cambiamenti al loro stile di vita in risposta alle preoccupazioni riguardo i cambiamenti climatici. Evitano ad esempio di acquistare prodotti per la cui produzione vengono utilizzate quantità eccessive di acqua, prediligono prodotti di seconda mano e scelgono di diventare vegani o vegetariani. Questi comportamenti contrastano con le azioni intraprese dai consumatori più maturi – dai 55 anni in su – che, poco inclini al cambiamento, tendono ad adattare i propri comportamenti al loro stile di vita attuale.

Il ruolo delle aziende

Condotto su ujjn campione di 34.000 persone a livello globale, lo studio Sustainability Sector Index fornisce una visione davvero completa degli atteggiamenti e dei comportamenti dei consumatori nei confronti della sostenibilità. Dall’analisi emerge inoltre che il 63% dei consumatori ritiene che le aziende abbiano la responsabilità di agire sul cambiamento climatico. E’ soprattutto il denaro, però, a bloccare l’attuazione di scelte sostenibili in tutti i paesi: l’80% dei consumatori a livello globale è più attento ai propri risparmi, piuttosto che ad azioni per salvare il pianeta. In tutto il mondo fame e povertà sono i temi principali che più preoccupano i consumatori a livello globale, tranne che in Asia dove la popolazione è più attenta a tematiche quali l’inquinamento dell’acqua, dell’aria ed eventi meteorologici estremi.

Il mercato italiano dell’AI nel 2021

Nell’ultimo anno la Commissione europea ha presentato la proposta di Regolamento in materia di Intelligenza Artificiale, una tecnologia dal potenziale ancora in parte inesplorato, per disciplinare lo sviluppo, l’uso e la commercializzazione. Anche l’Italia ha compiuto un importante passo in avanti, avviando il Programma Strategico per l’Intelligenza Artificiale, che identifica 24 politiche da implementare nel prossimo triennio per potenziare il sistema AI.
In Italia sempre più imprese e consumatori si avvicinano a questa tecnologia, e nel 2021 il mercato dell’AI è cresciuto del +27%, raggiungendo quota 380 milioni di euro. Un valore raddoppiato in appena due anni, per il 76% commissionato da imprese italiane (290milioni di euro), per il 24% come export di progetti (90milioni di euro).
Sono i risultati della ricerca dell’Osservatorio Artificial Intelligence della School of Management del Politecnico di Milano. 

Progetti e investimenti

In Italia il 35% del mercato dell’AI riguarda progetti di algoritmi per analizzare ed estrarre informazioni dai dati (Intelligent Data Processing), un ambito in forte crescita (+32% rispetto al 2020). Seguono le soluzioni per l’interpretazione del linguaggio naturale (Natural Language Processing, 17,5% del mercato, +24%), e gli algoritmi per suggerire ai clienti contenuti in linea con le singole preferenze (Recommendation System, 16% del mercato, +20%).
In forte crescita rispetto all’anno scorso anche i Chatbot e Virtual Assistant (+34%), che si aggiudicano l’10,5% degli investimenti, e le iniziative di Computer Vision (11% degli investimenti, ma in crescita del 41%). Il 10% del mercato poi va alle soluzioni con cui l’AI automatizza alcune attività di un progetto e ne governa le varie fasi (Intelligent Robotic Process Automation).

Grandi imprese e Pmi

Emerge però un divario significativo per dimensione di impresa. Se da un lato aumenta il numero di grandi aziende che ha avviato almeno un progetto di AI negli ultimi 12 mesi (59%, +6% rispetto al 2020), dall’altro solo il 6% delle Pmi ha fatto altrettanto.
Quanto allo stato di avanzamento dei progetti avviati dalle grandi imprese, scende al 13% il numero di grandi aziende che non hanno avviato iniziative (-9% rispetto al 2020) e salgono al 18% i progetti pilota (+5%). Restano invariati coloro che hanno almeno un progetto pienamente esecutivo (41%, contro il 40% del 2020) e chi invece si dichiara interessato ad avviare iniziative in futuro (27% vs 25%).

AI e consumatori

Se solo il 5% dei consumatori non ha mai sentito parlare di AI solo il 60% degli intervistati ha la capacità di riconoscere la presenza di funzionalità di AI nei prodotti/servizi utilizzati.
Complessivamente buono è il giudizio: l’80% ha un’opinione abbastanza o molto positiva dell’AI, ma rimangono alcune perplessità in merito agli aspetti che riguardano la privacy, gli impatti sul lavoro e in generale le implicazioni etiche. Si registrano anche opinioni differenti in merito agli scenari di applicazione: se in ambito sanitario-assistenziale il 48% è contrario all’ipotesi di un robot ‘badante’ una percentuale simile di contrari (47%) si riscontra anche per un consulente finanziario che gestisca autonomamente gli investimenti.

Si consolida il trend in crescita per l’e-commerce: +68% anche nel 2021

In Italia la crescita dello shopping online non sembra arrestarsi, e nel 2021 l’e-commerce ha registrato un incremento di quasi il 70%. Secondo l’analisi condotta da idealo, dopo il 2020, che ha segnato un boom per l’e-commerce (+99%), il 2021 è stato un anno di ‘ritorno alla normalità’, sia dal punto di vista dei tassi di crescita sia da quello delle preferenze online degli italiani. Ma le intenzioni di acquisto nel 2021 hanno mostrato un aumento dell’interesse per lo shopping online del +68%. 
“Un dato importante che conferma come il picco di interesse verso l’e-commerce indotto dalla pandemia non sia stato contingente, ma abbia generato un reale cambiamento nelle abitudini di acquisto dei consumatori italiani”, commenta all’Adnkronos Dumitru Baltatescu, Country Manager di idealo per l’Italia.

Più consapevolezza negli strumenti online

Da un lato, “Questa accelerazione nella digital transformation ha aiutato a far crescere la consapevolezza negli strumenti online a disposizione per risparmiare, e dall’altro, a far capire che mondo online e offline possono coesistere e supportarsi – sottolinea Baltatescu -. Questo non lo hanno capito solo i consumatori, ma anche tante aziende italiane che nel 2021 si sono lanciate sul mercato digitale, dopo aver colto la necessità di cambiare strategia per far fronte al calo delle vendite offline. Bisogna però essere coscienti che come in ogni altro settore non ci si può improvvisare, e che per competere con i big dell’e-commerce serve preparazione”.

Elettronica e Abbigliamento le categorie preferite

Un recente sondaggio di idealo conferma infatti come durante eventi come il Black Friday solo il 10% dei consumatori online ha acquistato sui siti web medio-piccoli, a fronte di oltre il 56% che ha acquistato dai grandi marketplace. Quanto alle categorie merceologiche, nell’anno appena concluso Elettronica e Abbigliamento tornano a essere le categorie protagoniste nelle preferenze online degli italiani, rappresentando oltre due terzi del totale delle intenzioni d’acquisto. In particolare, 47% per Elettronica, 11% per Sport & Outdoor e 10% per Moda e Accessori.

Gli smartphone sono i più desiderati

Di fatto, però, gli smartphone sono in assoluto i prodotti più desiderati online nel 2021. Questo nonostante il loro aumento dei prezzi, pari a oltre il +10%, dovuto, in parte, alle carenze di chip su scala mondiale. Su 100 utenti online, circa 7 e-shopper hanno utilizzato il filtro prezzo nelle loro ricerche per acquistare uno smartphone, e quasi la metà imposta un range tra i 100 e i 300 euro, concentrandosi su modelli non più vecchi di due anni. Questo per sfruttare il naturale deprezzamento che anche i cellulari fanno registrare dopo il loro lancio.
I prezzi dei nuovi modelli di smartphone, infatti, scendono in media del 5% già dopo tre mesi dal loro lancio, ma è dopo sei/sette mesi che si possono fare gli affari migliori, in quanto dopo quel periodo i prezzi scendono in media del 10%.

In Italia crescono le fusioni e acquisizioni aziendali

La ricerca EY, dal titolo M&A in Italia – Review 2021 e Preview 2022, analizza l’andamento dell’M&A in Italia nel corso del 2021 e approfondisce i principali trend attesi nel 2022 per ogni settore strategico: infrastrutture e costruzioni, energy, TMT, life science, macchinari industriali, automotive e retail & consumer. E la prima evidenza del rapporto riguarda la crescita delle fusioni e acquisizioni aziendali. Nel corso dell’anno 2021 si sono registrati 705 deals con target in Italia (+27,3% rispetto al 2020), con un volume complessivamente investito in Italia superiore a 85,5 miliardi di euro, oltre il doppio di quanto investito nel 2020. Il volume di investimento è stato trainato da diverse operazioni di grande dimensione, con ben 18 operazioni rispetto alle 10 del 2020, che hanno totalizzato un valore aggregato eccedente i 60 miliardi.

La pandemia ha innescato processi di riorganizzazione

Anche nel cosiddetto Mid Market il dato è stato positivo, con un totale investito pari a circa 24,6 miliardi (+55,4% rispetto al 2020).
L’elevata attività transazionale, si legge in una sintesi del rapporto, è stata una delle risposte alla trasformazione dei modelli di business e delle operations delle aziende accelerata dalla pandemia legata al Covid-19. La pandemia ha infatti innescato processi di riorganizzazione supportati anche da acquisizioni per dotarsi di nuove competenze, tecnologie, catene di produzione e mercati di sbocco.
Una rinnovata attenzione ai temi della sostenibilità, nel senso ampio del termine, ha contribuito a spingere ulteriormente la dinamica transazionale, specie per efficientare l’impatto dai cicli di produzione e per allargare la gamma di prodotti per soddisfare le nuove esigenze dei consumatori.

Il Private Equity ha incrementato significativamente il proprio ruolo

Tra i settori più performanti per numero di operazioni, riferisce Askanews, il settore industriale e chimico (195), il consumer (132) e quello technology (88). Quanto all’analisi per valore delle operazioni, guida la classifica il settore infrastrutture e costruzioni (22.312 milioni), seguito da quello delle telecomunicazioni (11.897 milioni) ed energetico (10.583 milioni). Il Private Equity ha visto incrementare significativamente il proprio ruolo: i fondi hanno concluso circa 166 operazioni di buy-out su target italiane per un valore aggregato di circa 21 miliardi (rispetto a 120 operazioni nel 2020 per 8,3 miliardi).

Nel 2022 grandi attese per i settori telecomunicazioni, life science, energia

Si tratta del dato relativo all’attività dei fondi in Italia maggiore di sempre, sia a valore sia a volume. In termini di numero di operazioni, hanno realizzato circa il 23,5% delle transazioni. Diversi elementi suggeriscono che il mercato M&A nel corso del 2022 possa esprimere andamenti positivi. Sussistono, a ogni modo, elementi di incertezza, legati all’andamento della pandemia e l’andamento inflattivo.
Molte grandi operazioni sono attese nel 2022, soprattutto nei settori delle telecomunicazioni, life science ed energia.

Lo “stile di vita ibrido” soppianta il modello lavorativo tradizionale

I modelli convenzionali di vita personale e lavorativa ormai sono superati. Emerge infatti una forza lavoro più agile, spinta dal desiderio di turni più flessibili, giornate lavorative più brevi e orari concentrati. Dall’inizio della pandemia gli europei si sono adattati a uno stile di vita sempre più ibrido, dove fisico e virtuale sono sempre più integrati nella vita professionale e in quella privata. E l’86% di chi l’ha adottato non vuole più il modello lavorativo tradizionale, una percentuale in linea anche in Italia (83%). Ma c’è un 17% che vorrebbe tornare all’orario tradizionale 9-18. Sono alcune evidenze della ricerca paneuropea Hybrid Living Futures, condotta da Samsung in collaborazione con The Future Laboratory.

Migliorano qualità del tempo passato in famiglia e produttività

Secondo lo studio, il 55% dei cittadini europei dichiara che grazie a uno stile di vita ibrido ha visto un incremento del numero di ore di tempo libero dedicate alla famiglia (47%) o trascorse facendo esercizio fisico (43%). Il nuovo stile di vita ha permesso anche di migliorare la qualità del tempo passato con la famiglia, i momenti di relax e la produttività. Per adattarsi ai cambiamenti, la tecnologia si è rivelata un ottimo alleato. Per sette italiani su dieci, infatti, li ha aiutati ad adattarsi alla nuova routine.

Un incentivo alla cultura ‘always on’?

Passare più tempo a casa ha trasformato i lavoratori europei in equilibristi chiamati a compiere vere e proprie acrobazie nella gestione del lavoro e della casa (30%). In Italia il 40% dei lavoratori si trova a destreggiarsi tra casa e lavoro contemporaneamente. Se da un lato, però, gli intervistati hanno mostrato grande maestria nell’arte dello stile di vita ibrido, dall’altro il 18% fatica a staccare dal lavoro e il 26% ha l’impressione di lavorare ininterrottamente, mentre c’è un 41% che utilizza il tempo risparmiato sui viaggi per svolgere le faccende di casa. In Italia, tra i detrattori del lavoro agile (11%), il 51% dichiara come questa nuova modalità incentivi la cultura ‘dell’always on’.

La tecnologia aiuta a stabilire i confini tra casa e lavoro

Per far fronte alle pressioni esercitate dalla cultura dell’always on, il 56% dei lavoratori italiani è ancora alla ricerca di un modo per stabilire un confine tra la propria vita personale e quella professionale. La tecnologia smart , riferisce Italpress, sta cercando di colmare questo divario, tuttavia, l’84% dei lavoratori italiani è ancora alla ricerca di una tecnologia più efficace e di maggiore supporto da parte del datore di lavoro per la gestione di questa nuova modalità di vita e lavoro. Il rapporto rivela inoltre l’importanza delle abitazioni nel percorso di adattamento allo stile di vita ibrido. L’80% degli italiani ha apportato migliorie all’interno delle abitazioni e il 42% ha creato nuovi spazi in casa, mentre il 44% ha scelto un immobile più adeguato alle esigenze di questo nuovo stile di vita.