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Social e percezione del proprio corpo, problemi per 1 ragazza su 3

I social potrebbero non essere proprio i migliori compagni di crescita per le ragazze. Lo rivelano le dirette interessate: una su tre, infatti, ha mostrato disturbi relativi alla percezione del proprio corpo, disturbi collegati direttamente all’utilizzo di Instagram e Facebook. A dirlo è proprio una ricerca interna alla famiglia di social che fa capo a Mark Zukerberg, ricerca svelata attraverso le pagine del Wall Street Journal.

Il prezzo del successo

Il problema riguarda in particolar modo Instagram, la piattaforma che più delle altre si basa sulle immagini e che ha lanciato un’infinità di influencer. Ovvio che l’obiettivo del social sia vincere la “concorrenza” dei competitor, come Snapchat e Tik Tok, e per questo nel corso degli anni tra storie e reel il bombardamento di immagini, video, contenuti sponsorizzati o meno è diventato davvero imponente.Sotto il profilo dell’azienda, un successo: i più giovani adorano Instagram (e anche per questo lasciano Facebook), tanto che la platea è di un miliardo di utenti al mese. Ma, come in tutte le cose, c’è forse un rovescio della medaglia: “La tendenza a condividere solo i momenti migliori, gli scatti più curati, i corpi più perfetti, può creare problemi a chi non è attrezzato per sfuggire a impietosi paragoni” riporta Adnkronos. E secondo diversi gruppi di attivisti i danni sarebbero subito soprattutto da preadolescenti e adolescenti.

I pericoli per le più giovani

E’ stato lo stesso gruppo di Facebook ha condurre delle ricerche su questi temi e ora i dati, frutto di tre anni di raccolta, sono stati condivisi dal Wall Street Journal. In effetti, le analisi fatte in casa dal social hanno evidenziato i potenziali pericoli di Instagram per la salute mentale delle ragazze adolescenti. Secondo le ricerche, almeno una ragazza su tre ha rivelato di aver sviluppato disturbi della percezione del proprio corpo collegati all’uso di Instagram, e in molti hanno ammesso che l’uso del social provocava angoscia e un aumento di tendenze depressive. Come è emerso da presentazioni aziendali a uso interno “Il 32% delle adolescenti hanno dichiarato che nel momento in cui si sentivano insicure riguardo al loro corpo, Instagram le ha fatte sentire peggio” e ancora “Abbiamo peggiorato l’immagine di sé di una ragazza su tre”

“Modificare quella parte della cultura di Instagram troppo focalizzata sull’esteriorità”

Anche il paragone con i competitor è impietoso: come scrive Adnkronos, sui report si legge che  “Il confronto è peggiore su Instagram”, che TikTok è “collegato alla performance” e Snapchat è “protetto dall’uso di filtri giocosi”. Karina Newton, a capo dei rapporti con il pubblico di Instagram, ha spiegato in un post che sono allo studio nuovi sistemi per spingere gli utenti a non cadere in fissazioni malsane: “Stiamo esplorando dei modi per invogliare gli utenti a esplorare diversi argomenti, proponendo contenuti che siano di ispirazione e conforto, e siamo ottimisti che questo possa aiutare a modificare quella parte della cultura di Instagram troppo focalizzata sull’esteriorità”. 

Twitter, con Super Follows i creatori guadagnano con gli abbonamenti

Twitter lancia ufficialmente la funzione Super Follows, che consente ai creatori di vendere abbonamenti per l’accesso a contenuti speciali.
Personaggi famosi, musicisti, attori, influencer, giornalisti, esperti ora potranno offrire contenuti ai propri abbonati a una tariffa compresa tra i tre e i 10 dollari al mese. La piattaforma non percepirà più del 3% degli abbonamenti come commissione di transazione fino a quando un creatore non raccoglierà 50.000 dollari, a quel punto la quota di Twitter salirà al 20%.  L’esperimento parte da Usa e Canada, ed è al momento valido per l’app Twitter su piattaforma iOs. In seguito sarà disponibile anche sugli smartphone dotati di software Android, riporta Ansa

Creare un livello extra di conversazione

Insomma, Super Follows è un nuovo modo di guadagnare entrate mensili condividendo contenuti riservati agli abbonati con i loro follower su Twitter. “Con Super Follows, le persone possono creare un livello extra di conversazione su Twitter condividendo Tweet bonus, e altro ancora, per interagire in modo autentico con i follower più coinvolti. Il tutto guadagnando denaro”, spiega in un post di Twitter Esther Crawford, product manager della piattaforma.
La creazione di contenuti Super Follows è per chiunque intenda guidare la conversazione pubblica su Twitter, inclusi attivisti, giornalisti, musicisti, scrittori, giocatori, appassionati di astrologia, esperti di bellezza, comici, e tanti altri.

Interagire con i Super Follower cercando il badge Super Follower

Attraverso Super Follows, le persone possono impostare un abbonamento mensile di 2,99, 4,99 o 9,99 dollari al mese per monetizzare bonus, e contenuti ‘dietro le quinte’ per i loro follower più coinvolti. E i follower ottengono un accesso extra speciale ai loro pensieri non filtrati, anteprime anticipate e conversazioni riservate agli abbonati dai loro account preferiti.
“I creatori possono trovare e interagire con i loro Super Follower cercando il badge Super Follower. Questi badge pubblici verranno evidenziati sotto il nome dei Super Follower ogni volta che rispondono al Tweet di un creator”, aggiunge Crawford.

Chi può impostare un abbonamento? 

“Abbiamo appena iniziato e quindi per ora, un piccolo gruppo negli Stati Uniti che ha presentato domanda può impostare un abbonamento Super Follows – spiega ancora Esther Crawford -. Le persone possono continuare a fare domanda per iscriversi alla lista d’attesa per configurare un abbonamento Super Follows aprendo la barra laterale sulla timeline principale, toccando Monetizzazione, quindi selezionando Super Follows. Per essere idoneo per la lista d’attesa in questo momento, devi avere 10K o più follower, avere almeno 18 anni, aver twittato 25 volte negli ultimi 30 giorni, essere negli Stati Uniti e seguire la nostra politica sui super follower”. 

Twitter sta per lanciare Blue, la sua versione a pagamento

Twitter ha intenzione di monetizzare e si appresta a lanciare Blue, una versione a pagamento. Qualche settimana fa sono apparse le prime indiscrezioni: il social ha infatti iniziato ad aggiornare le informazioni per l’app su iPhone e iPad, elencando appunto in cosa consisterà il nuovo servizio, che però al momento non è attivabile. Il nuovo servizio al momento è inserito nella dicitura degli acquisti ‘in-app’, e il suo costo sarà di 2.99 dollari al mese. Stando sempre alle prime indiscrezioni, Twitter Blue permetterebbe agli utenti paganti di modificare i post inviati tramite la funzione ‘Undo’. Sarebbe questo forse il motivo per cui il suo fondatore, Jack Dorsey, si è sempre rifiutato di inserire l’opzione nell’app per tutti gli utenti. Oltre a questa novità, ci sarebbe poi un’interfaccia dedicata alla lettura delle conversazioni più popolari, Reader Mode, con un design votato alla semplicità di visione.

Personalizzare l’icona: un’opzione simile a quanto fatto da Instagram

Un’altra possibilità che sarà disponibile per gli utenti paganti sarà quella di personalizzare l’icona di Twitter sullo smartphone. Un’opzione simile a quanto avvenuto in occasione del decimo anniversario di Instagram lo scorso ottobre. Più utile invece ai fini della fruizione, sarà la scheda di menu ‘Collections’, dove poter ritrovare velocemente i post salvati, sia personali sia degli altri, a cui ora si accede, ma solo in parte, con i Segnalibri.

Obiettivo, monetizzare alcuni contenuti

Nei giorni scorsi Twitter ha aperto le chat audio di Spaces anche agli utenti via desktop, e rimesso in piedi il processo di richiesta della spunta blu di verifica. Sempre nell’ottica della monetizzazione di alcuni contenuti, Twitter starebbe testando anche un nuovo conteggio di visualizzazione del profilo per il servizio ‘Super Follows’, che fornirebbe una rapida panoramica di quanti abbonati paganti ogni utente ha sulla piattaforma. Il conteggio, come riporta il sito SocialMediaToday, verrebbe mostrato insieme al normale numero di follower.

Non si conosce ancora la data del lancio

Il servizio ‘Super Follows’, che procede parallelo a Twitter Blue, riporta Ansa, consentirà ai creatori di contenuti, sulla scia di piattaforme come TikTok, un altro modo per generare entrate dirette, addebitando una tariffa mensile che consente ai fan l’accesso a una gamma di contenuti aggiuntivi. Anche questa opzione è stata anticipata dalla società a febbraio, durante l’incontro annuale con gli investitori. Al momento però non si conosce ancora una data di lancio, né in quali Paesi Twitter Blue sarà disponibile.

Per 9 medici su 10 la reputazione online è ‘cattiva’ a loro insaputa

La reputazione professionale online danneggia 9 medici su 10, una sorta di ‘virus’ invisibile che a loro insaputa compromette medici e operatori sanitari. La causa è dovuta al meccanismo stesso che regola il web, “un’enorme mole di informazioni immagazzinate su un determinato professionista, nutrite da recensioni degli utenti, da acquisizione di registri pubblici e dati inseriti in maniera più o meno consapevole dai medici stessi”, spiegano i legali Consulcesi, l’azienda di riferimento in ambito legale e formativo per i professionisti sanitari. Di fatto Internet comunica, ma non cancella, ecco perché, molte volte, le informazioni vengono diffuse senza prima essere verificate.

La difficoltà di mantenere un equilibrio tra privacy e diritto all’informazione

Questo è accaduto anche durante la pandemia, con molti medici che si sono trovati ad avere recensioni negative sul web. In alcuni casi, riportano i legali Consulcesi, molti professionisti della sanità hanno visto addirittura apparire il proprio nome tra le notizie relative a una causa legale in corso, notizie pubblicate dalla stampa prima della sentenza e mai rimosse anche a fronte di una assoluzione. È proprio in virtù della difficoltà di mantenere un equilibrio tra privacy e diritto all’informazione che Consulcesi ha istituito il servizio legale “diritto all’oblio” per la rimozione di contenuti critici, falsi o scorretti che possano compromettere la professionalità dei camici bianchi.

Cos’è il diritto all’oblio?

Ma cos’è il diritto all’oblio? Si tratta del diritto di una persona fisica, e non giuridica, a ottenere la deindicizzazione o la cancellazione di un link relativo alla notizia che la riguarda quando questa non riveste più interesse pubblico, soprattutto a causa del trascorrere del tempo. I dati personali possono essere infatti trattati solo per il tempo necessario a soddisfare lo scopo per il quale sono stati raccolti.

Un diritto riconosciuto dalla Corte di giustizia dell’Unione Europea

Il diritto all’oblio è previsto dall’articolo 17 del Regolamento UE 679/2016 (Gdpr) e nasce come evoluzione del principio sancito dalla sentenza della Corte di Giustizia europea del 13 maggio 2014. Non è un diritto assoluto, ma deve essere bilanciato con altri interessi in gioco, in particolare con il diritto all’informazione. Dopo un’analisi gratuita dei contenuti, scrive Askanews, e una attenta valutazione legale, il team di esperti elimina le notizie false, i commenti ingiuriosi, le informazioni lesive per l’immagine e i dati trattati illecitamente secondo la normativa vigente e il diritto all’oblio riconosciuto dalla Corte di giustizia dell’Unione Europea.

Rinnovare, riqualificare, ricollocare: impatto Covid su digitale e nuove skills

In risposta alla pandemia, il 43% delle aziende italiane sta accelerando l’implementazione di processi di digitalizzazione, mentre solo il 9% li ha temporaneamente sospesi. Al contempo, le prospettive per la forza lavoro in Italia permangono positive, con un numero maggiore di posti di lavoro creati rispetto a quelli eliminati. E l’85% delle aziende che hanno avviato un processo di automazione dichiara di voler aumentare o mantenere il numero dei propri dipendenti. Si tratta di alcune evidenze della ricerca di ManpowerGroup dal titolo Skills Revolution Reboot sull’impatto del Covid-19 sulla digitalizzazione e sulle nuove competenze.

Automatizzare subito o posticipare?

I settori che prima della pandemia avevano rallentato processi di automazione, ora stanno recuperando. Finanza, assicurazioni, immobiliare e servizi alle imprese stanno raddoppiando l’impegno per implementare processi di digitalizzazione come conseguenza della crisi, in particolare per quanto riguarda le mansioni amministrative e a contatto con il pubblico. I settori maggiormente colpiti dalla crisi all’inizio, tra cui quello manufatturiero, l’edilizia e il retail, si dividono tra quelli volti all’automazione e alla digitalizzazione per adattarsi rapidamente e quelli che adottano un approccio da cauti osservatori e sospendono i propri progetti. In Italia il 40% dei datori di lavoro ha in programma di incrementare l’automazione, un dato che a livello globale si attesta invece al 21%.

La ripresa economica è a forma di K

Secondo la ricerca si sta assistendo alla progressiva affermazione di una ripresa economica a forma di K, ovvero con una curva in calo e una in crescita, che corrispondono ai profili più o meno richiesti. Alcuni settori e persone si stanno riprendendo più rapidamente e meglio, nei settori in crescita e con skills fortemente richieste, mentre altri sono a rischio o stanno ulteriormente perdendo terreno. Mentre le aziende si trasformano e implementano processi di digitalizzazione, mutano anche le esigenze in termini di skills. Entro il 2025, le mansioni lavorative saranno suddivise al 50% tra uomini e macchine, mentre 97 milioni di nuove occupazioni saranno richieste nei settori AI, green economy e attività connesse all’assistenza.

La Skills Revolution

Questa Skills Revolution, unita alla crisi, accelera la richiesta di skills sia trasversali sia tecniche. Le soft skills, quali la comunicazione, la gestione del tempo e delle priorità, l’adattabilità, il pensiero analitico, l’empatia e la capacità di prendere iniziative, sono più che mai valorizzate e richieste dalle aziende. Le aziende stanno infatti comprendendo che hanno bisogno di persone aperte all’apprendimento, agili rispetto alle nuove mansioni e pronte e resilienti. In Italia circa il 30% delle aziende investe sulle soft skills. Oggi, infatti, il modo di pensare analitico e la capacità comunicativa rappresentano solo alcune delle soft skills utili per creare maggiori opportunità di lavoro e resilienza a lungo termine, mantenendo vivo il desiderio di apprendere e crescere professionalmente.

Moratoria sui crediti per imprese e famiglie

La fase post lockdown ha fatto segnare un deciso recupero delle richieste di credito da parte di famiglie e imprese, tornate sui livelli pre emergenza.

In questo scenario, sicuramente in recupero, ma ancora condizionato dall’incertezza causata dall’emergenza, famiglie e imprese non hanno smesso di richiedere l’accesso alla moratoria varata dal Governo per sospendere il pagamento delle rate sui finanziamenti in essere. E la nuova rilevazione di CRIF (Centrale Rischi Finanziari), relativa alle istruttorie contribuite sul proprio sistema di informazioni creditizie nella prima settimana di agosto, registra una performance positiva, rispettivamente con un +7% per le famiglie e un +15% per le imprese.

Le richieste presentate dalle imprese…

La dinamica registrata da CRIF circa le richieste di moratorie sui finanziamenti rateali fa emergere significative differenze sulla base della dimensione d’impresa. Il 72,6% delle richieste di moratoria ottenute in questi mesi sono riconducibili a società di capitali, il 23,9% a società di persone, e il 2,3% a ditte individuali. Il 47,6% delle sospensione delle rate ottenute dalle imprese si riferisce a mutui di liquidità contro una quota del 25,6% dei contratti di leasing e al 17,4% dei mutui immobiliari. Seguono i prestiti personali (5,2%), e i prestiti finalizzati (4,2%). La rata mensile più elevata è quella relativa ai mutui di liquidità, con 3.645 euro di media, a fronte di un debito residuo pari a 122.754 euro.

…e da parte delle famiglie

Per quanto riguarda le linee di credito per le quali è stata chiesta la sospensione del rimborso delle rate da parte di privati consumatori, i mutui immobiliari rappresentano il 46,6% delle richieste, mentre il 26,6% del totale riguarda prestiti personali, che tipicamente rappresentano le due forme di finanziamento più onerose per le famiglie. A seguire, i mutui di liquidità (12,6%), i prestiti finalizzati (8,6%) i contratti di leasing e altri prodotti rateali (5,6%). I contratti per i quali i consumatori hanno potuto ottenere la sospensione grazie alla moratoria sono in genere più onerosi in termini di rata mensile e debito residuo, consentendo così ai beneficiari di liberarsi in questa delicata fase di un impegno significativo e agevolare la sostenibilità del bilancio familiare.

“Un’efficace misura di sostegno”

“Indubbiamente la moratoria varata dal Governo nei mesi scorsi ha rappresentato un’efficace misura di sostegno alle famiglie e alle imprese che in questi mesi si sono trovate in difficoltà a causa dell’emergenza Covid – commenta Antonio Deledda, Direttore Credit Bureau Services di CRIF -. Posto che le rate oggetto di moratoria sono contribuite nei SIC dagli intermediari finanziari a importo dovuto pari a zero, e che i beneficiari non possono essere segnalati a sofferenza dal momento in cui il provvedimento è stato concesso, la segnalazione della sospensione delle rate darà la possibilità ai soggetti finanziati di referenziarsi adeguatamente nel prossimo futuro, dimostrando che la loro affidabilità è elevata e che la sospensione delle rate è stata richiesta per far fronte a una temporanea difficoltà dovuta agli effetti della pandemia e non per altre ragioni”.

Pet economy, sempre più simile al mondo baby-care

La Pet Economy diventa sempre più simile al mercato baby care. I prodotti somigliano sempre di più a quelli per i bambini e il veterinario è quasi un pediatra. Proprio come per il mercato del baby care il destinatario del prodotto non parla, e chi compra non è colui che utilizza i prodotti e fruisce dei servizi. Ma se il mercato è in evoluzione il vero cambiamento è sociale. Il pet entra a pieno diritto nelle case italiane come componente della famiglia, condizionandone i comportamenti e guidandone i consumi. E le aziende seguono con interesse questa tendenza perché il mercato del pet è in crescita, e “muove” fatturato.

La spesa per gli animali è quasi 3 volte superiore a quella per i bambini

Secondo il Rapporto Assalco – Zoomark 2019 la spesa delle famiglie per gli animali è quasi 3 volte superiore a quella per i bambini. Le linee di prodotti pet diventano sempre più premium, personalizzate e di qualità e nasce l’esigenza da parte dei consumatori di avere etichette chiare per leggere gli ingredienti e conoscere la produzione di ciò che scelgono. Al contempo emerge una nuova figura di veterinario, che un po’ come il pediatra diventa fondamentale per la crescita del cucciolo. Il veterinario deve offrire servizi e consulenza sulla salute a 360°, dai vaccini all’alimentazione, dal benessere all’igiene dell’amico a quattro zampe.

Un mercato in piena espansione

Il mercato del pet è in piena espansione, riporta Ansa, ma non è ancora maturo. Sia gli e-commerce sia gli store fisici dovranno essere sempre più personalizzati e aperti alle esigenze del cliente. Il negozio non chiuderà finché ci saranno persone capaci di ascoltare, consigliare e offrire un’esperienza di shopping originale e unica. In pratica la pet economy deve strutturarsi per conoscere meglio il consumatore, e creare valore fra aziende e store, condividendo strategie, valori e senso comune.

Quando il cane incontra la blockchain

Sul mercato del pet si affaccia per la prima volta anche la blockchain. Uno strumento che può garantire alla filiera, la tracciabilità e l’autenticità dei dati, aiutare la medicina, e contrastare il fenomeno dell’abbandono. I dati infatti sono inamovibili con possibilità di creare relazioni fra albero genealogico, malattie, vaccini, informazioni cliniche, e pedigree. E il primo pet al mondo a “entrare” in blackchain è Pinta, il cane di Irene Sofia, influencer e business developer di FattorePet, l’agenzia di digital marketing specializzata nel settore Pet.

Pressione fiscale più alta per gli onesti, colpa del “nero”

La pressione fiscale è data dal rapporto tra le entrate fiscali e il Pil, e nel 2018 si è attestata al 42,1%. Se però dalla ricchezza del Paese (Pil) si sottrae la quota riconducibile al sommerso e alle attività illegali il Pil diminuisce, facendo aumentare il rapporto tra questo e il gettito fiscale. In pratica, la pressione fiscale per i contribuenti onesti sale al 48%, quasi 6 punti in più rispetto al dato ufficiale.

“Sebbene negli ultimi anni il peso complessivo delle tasse risulti leggermente in calo in molti non se ne sono accorti, poiché allo stesso tempo sono cresciute le tariffe della luce, dell’acqua, del gas, i pedaggi autostradali, i servizi postali, i trasporti”, sottolinea il coordinatore dell’Ufficio studi Cgia, Paolo Zabeo. E anche se dal punto di vista contabile queste voci non rientrano nella pressione fiscale hanno effetti negativi sui bilanci di famiglie e imprese.

L’incidenza del “nero” sul Pil non ha subito variazioni dal 2016

Secondo l’Istat, nel 2016 l’economia non osservata ammontava a 209,8 miliardi di euro, pari al 12,4% del Pil. Di questi, 191,8 miliardi erano attribuibili al sommerso economico e altri 17,9 alle attività illegali. L’Ufficio studi della Cgia ipotizza che l’incidenza del “nero” e delle attività illegali sul Pil nel biennio 2017-2018 non abbia subito variazioni rispetto al 2016. Dopo il picco massimo toccato nel biennio 2012-2013 negli anni successivi la pressione fiscale ha segnato una diminuzione, che nel biennio 2017-2018 si è attestata al 42,1%. Secondo la Cgia non è però da escludere che nel 2019 la pressione fiscale torni a salire. Non tanto perché il prelievo complessivo sia destinato ad aumentare, ma perché la crescita del Pil sarà molto contenuta, e nettamente inferiore alla variazione registrata l’anno scorso.

Recuperare almeno 33 miliardi per non far salire i prezzi

“Se da un lato abbiamo recuperato 7,6 miliardi di euro che ci hanno evitato la procedura di infrazione da parte dell’Ue – rileva il segretario Cgia Renato Mason – dall’altro lato dobbiamo trovare entro dicembre 23 miliardi per evitare l’aumento dell’Iva e altri 10-15 miliardi per estendere a tutta la platea dei contribuenti la flat tax”. Insomma, per evitare un forte aumento dei prezzi di beni e servizi e beneficiare di una riduzione del carico fiscale dovremmo recuperare in pochi mesi almeno 33 miliardi, riferisce Adnkronos.

Il rapporto tra fisco e aziende sta cambiando, ma non porta sostanziali benefici

Dopo l’introduzione della fatturazione elettronica, dal 1° luglio è scattato l’obbligo di memorizzazione e di invio telematico dei corrispettivi per le partite Iva con volume d’affari superiore ai 400.000 euro. Da qualche settimana poi piccoli imprenditori, artigiani e commercianti sono alle prese con la dichiarazione dei redditi, che da quest’anno prevede la sostituzione degli studi di settore con gli Isa. Un nuovo strumento che sta mettendo in difficoltà anche gli stessi addetti ai lavori, e che rischia di tradursi in un aumento dei costi legati alla burocrazia fiscale. E che evidenzia come il rapporto tra fisco e aziende stia cambiando rapidamente, senza però portare sostanziali benefici in termine di riduzione delle tasse.

Consumatori più consapevoli alle aziende chiedono sostenibilità

I consumatori italiani sono sempre più consapevoli dei propri diritti, e individuano nella sostenibilità ambientale e sociale, e nello sviluppo tecnologico, i temi principali su cui concentrare il dibattito con aziende e istituzioni. Inoltre, secondo le Associazioni dei consumatori, le aziende sono più pronte a relazionarsi positivamente, anche se non tutte fanno abbastanza.

A tracciare il quadro della situazione è la ricerca Consumatori, associazioni e aziende: l’evoluzione dello scenario italiano, realizzata da Ipsos e realizzata tramite 130 interviste qualitative e quantitative ai responsabili delle Associazioni dei consumatori a livello nazionale e regionale.

Anche le aziende dovrebbero sostenere l’azione delle Associazioni dei consumatori

Dalla ricerca emergono le considerazioni positive da parte degli intervistati sul quadro normativo europeo, ritenuto più tutelante, ma negative sulla minore centralità di consumatori e Associazioni nell’agenda politica nazionale, nonché su un sistema associazionistico non del tutto adeguato ai tempi. Ovviamente anche le aziende sono chiamate a sostenere l’azione delle Associazioni per garantire maggior tutela e consapevolezza ai consumatori. Gli indicatori di qualità delle azioni considerate più rilevanti riguardano la qualità dell’offerta, la sottoscrizione di accordi, arbitrati e protocolli per favorire la risoluzione delle controversie, l’efficienza del customer-care, una reale attenzione alla sostenibilità ambientale e la responsabilità sociale.

I settori energetico e telefonico i più “evoluti”

A livello di dinamiche settoriali, dal punto di vista del rapporto con i consumatori vengono considerati più evoluti i settori energetico e telefonico. Il focus sul settore energetico evidenzia che il trend di maggiore interesse per i rappresentanti delle associazioni nazionali è quello relativo al passaggio al mercato libero, a cui seguono temi legati alla sostenibilità come la mobilità sostenibile, la transazione energetica, e l’economia circolare.

Gli intervistati giudicano abbastanza buono l’impegno delle aziende energetiche su questi temi, anche se potrebbero fare di più. Per quanto riguarda in particolare il passaggio al mercato libero i rappresentanti delle Associazioni regionali lo considerano un evento negativo, e sono tutti d’accordo nel giudicare mal gestito il passaggio a tale regime.

Criticità irrisolte e nuove emergenze. Ma il rapporto fra aziende e consumatori migliora

I rappresentanti nazionali e regionali delle Associazioni dei consumatori, riporta Adnkronos, considerano inoltre come la poca chiarezza e trasparenza della bolletta sia una criticità irrisolta del passato, e vedono come nuova emergenza il proliferare di tanti piccoli operatori.

Sia nel comparto oil sia nel gas e nell’energia elettrica, poi, le relazioni tra aziende e consumatori sono giudicate migliori rispetto al passato, ma non ancora ritenute diffusamente soddisfacenti. Soprattutto a livello di rappresentanti delle associazioni locali.

 

Riscatto laurea versione 2019, ecco cosa è e a chi conviene la formula light

L’ultima riforma delle pensioni ha anche introdotto la possibilità di effettuare il riscatto agevolato e flessibile degli anni di studio universitari. Questa novità consentirebbe di agevolare coloro che hanno conseguito il diploma di laurea o titolo equiparato, a riscattare a fini pensionistici, al massimo 5 anni di studi universitari con uno sconto del 30% sugli oneri o la possibilità di riscatto flessibile, per chi decide di riscattare solo una parte ricorda Guidafisco.it.

Gli sconti del riscatto light

La riforma e il relativo decreto pensioni 2019 prevede la possibilità di riscattare la laurea in modalità light, ovvero con uno sconto del 30% sull’importo tolse, a condizione che non si abbiano ancora computo i 45 anni.  Questa opportunità si traduce quindi della possibilità, per gli under 45,  di riscattare gli anni universitari versando una forfait di circa 5mila euro l’anno, per una massimo di 5 anni ai fini dei contributi per la pensione. La nuova misura è stata inserita all’interno del capitolo sulla pace contributiva del decreto pensioni-reddito di cittadinanza. Riassumendo, questo ricatto light è riservato a precise tipologie di persone con determinati requisiti: non avere più di 45 anni (nate dopo il 1974 e che nel 1995 frequentavano ancora l’università in quanto l’opzione è valida solo per i periodi coperti dal regime contributivo, ossia dal 1996 in poi) e non essere titolari di pensione. In base a tale novità, per chi è in possesso dei suddetti requisiti ci sarà uno sconto del 30% sugli oneri e la possibilità di detrazione dalle tasse del 50% della somma, arrivando così ad uno sconto totale di circa 60%. Dall’opzione sono però esclusi gli anni fuori corso.

Una possibilità per aumentare gli anni di contribuzione, non per gli importi della pensione

Chi sceglie il riscatto agevolato previsto dal decreto legge, però, deve sapere che questa possibilità serve esclusivamente per aumentare gli anni di contribuzione che servono per i requisiti di pensionamento e non anche ad aumentare l’importo della pensione, come invece avviene accade in caso pagamento del riscatto laurea Inps ordinario. Questa formula, ricorda adnkronos, può servire ad esempio per raggiungere la pensione anticipata: 42 anni e 10 mesi di versamenti se uomo e 41 anni e 10 mesi, se donna.

I costi effettivi

Tra i 15mila e i 25mila euro: ecco quanto costa riscattare gli anni universitari con la modalità light. Lo studio fatto dalla Fondazione Studi dei Consulenti del lavoro rileva infatti che il costo annuo da pagare per ogni anno di studio universitario con il riscatto agevolato è di circa 5.241,30 euro annui: quindi, in totale, va dai 15mila euro per riscattare gli anni di studio per una laurea breve ai 25mila di un corso di laurea completo ma sarà consentita la detraibilità dei costi.