Author Archives: Gerardo Tartaglia

Pubblicità: il Digital Out of Home raggiunge 227 milioni di euro

Nel 2024 la componente Out of Home (OOH) del mercato pubblicitario non ha evidenziato una crescita rilevante degli investimenti. Questo, principalmente a causa dell’andamento della componente ‘tradizionale’ dell’OOH, che nel 2024 registra un segno negativo.
Al contrario, la componente digitale (DOOH) è cresciuta del +13%, raggiungendo quota 227 milioni e toccando il 32% della raccolta totale del mezzo.

Nel dettaglio, nel 2024 la raccolta OOH ha raggiunto quota 709 milioni di euro (+2% sul 2023), con una dinamica positiva nella prima metà dell’anno che ha tuttavia subito un rallentamento, soprattutto nell’ultimo quadrimestre, legato principalmente alla situazione economica instabile.
Sono alcuni risultati emersi dalla ricerca dell’Osservatorio Internet Media del Politecnico di Milano.

Segnali di ripresa nei primi mesi dell’anno

Già nei primi mesi del 2025, il mercato OOH sta però mostrando segnali di ripresa, con una crescita del +10%, che porterà il valore complessivo a 781 milioni di euro a fine anno.

La componente digitale, grazie all’evoluzione tecnologica degli ultimi anni, sta assumendo un ruolo sempre più rilevante nel contesto Outdoor, generando nuove opportunità per questo media in termini di crescita, creatività, personalizzazione, targeting e integrazione con gli altri mezzi.
La raccolta pubblicitaria complessiva DOOH si suddivide in tre tipologie e presenta gerarchie simili a quelle del mezzo complessivo.

Il Digital Out of Home

Nel 2024 la quota principale (65%) del DOOH riguarda gli impianti Roadside (pensiline, affissioni, arredo urbano), seguiti da impianti Transit Media (31%, mezzi di trasporto, aeroporti, stazioni, metropolitane), e dal segmento Retail & Leisure (negozi, centri commerciali, stadi, palazzetti, 4%) che sebbene ancora marginale, presenta dinamiche di crescita grazie allo sviluppo del Retail Media in-store.

“Nel 2024 la raccolta pubblicitaria legata al DOOH ha raggiunto 227 milioni di euro, in crescita del +13%, aumentando così l’incidenza sul totale OOH (32%, +3%) – dichiara Denise Ronconi, Direttrice dell’Osservatorio -. L’importanza di questo canale per la crescita del mercato sarà evidente anche nel 2025: al digitale è attribuibile il 78% della crescita complessiva del mezzo OOH prevista e raggiungerà 283 milioni (+25%), con un peso del 36% (+4% rispetto al 2024) sull’intero mercato”.

Programmatic Digital Out of Home

Il Programmatic Digital Out of Home (pDOOH, l’automazione del processo di acquisto, vendita e distribuzione dell’inventory degli impianti digitali Outdoor), è andato incontro a una significativa evoluzione negli ultimi anni, diventando sempre più sofisticato e rivoluzionando il panorama della pubblicità esterna grazie all’integrazione di dati e tecnologie digitali.
Nel 2024 la raccolta pubblicitaria del pDOOH in Italia valeva 11,9 milioni (+19%) e pesava poco più del 5% del DOOH.

Nonostante si tratti di un mercato ancora contenuto, il pDOOH sta crescendo rapidamente anche in Italia, sostenuto da una diffusione sempre più capillare sul territorio, la nascita di realtà specializzate e nuove partnership tra gli attori del mercato.
Una crescita che apparirà ancora più evidente nei prossimi anni. Secondo le stime, nel 2025 raggiungerà 16,4 milioni di euro (+38%).

New Space Economy: l’Italia accetta la sfida

Secondo il World Economic Forum, la New space economy ha raggiunto il valore di 630 miliardi di dollari nel 2023, e potrebbe raggiungere gli 1,8 trilioni di dollari entro il 2035. A livello di Pil mondiale, la New space economy rappresenta circa lo 0,35%.
L’Italia è il sesto Paese al mondo per rapporto fra investimenti nello spazio e Pil, e il terzo in Europa. Un rapporto che negli ultimi anni è quasi raddoppiato, con una crescita media annua del 9,5%.

Inoltre, degli 88 Paesi che investono in programmi spaziali, di cui 14 hanno capacità di lancio, l’Italia è tra i 9 dotati di un’agenzia spaziale, con un budget di oltre 1 miliardo di dollari all’anno.
Nel 2023 il Made in Italy nel settore spaziale, poi, ha prodotto esportazioni per 7,5 miliardi, in crescita del 14% rispetto al 2022. Nei primi otto mesi 2024 il dato delle esportazioni italiane nel settore è stato di 4,3 miliardi.

Una filiera completa dall’accesso allo spazio ai poli di ricerca

Il comparto spaziale italiano è ancora composto per circa l’80% da Pmi altamente specializzate nei diversi àmbiti. Inoltre, l’Italia possiede una filiera completa su tutto il ciclo, dall’accesso allo spazio alla manifattura, dai servizi per i consumatori ai poli universitari e di ricerca, con un’ottima distribuzione delle attività su tutto il territorio e un mercato in cui operano all’incirca 200 aziende con un fatturato annuo di più di 2 miliardi di euro.

Dal 2016 l’Italia è dotata di un ‘Piano strategico Space Economy’ il cui investimento è stato di circa 4,7 miliardi di euro, di cui circa il 50% finanziato con risorse pubbliche aggiuntive.

Oltre 7 miliardi di investimenti pubblici al 2027

Nel periodo 2023-2027, i finanziamenti pubblici destinati all’ecosistema spaziale nazionale ammonteranno, complessivamente, a oltre 7 miliardi di euro, riferisce una nota di Eurispes.
Tali prospettive di attenzione e sviluppo sono in linea con l’approvazione del primo disegno di legge per una normativa organica nazionale sulla space economy.

In definitiva, il ‘piano’ consiste nel permettere alle imprese di superare le proprie limitazioni dimensionali e accedere a capitali più consistenti. Senza un sostegno strutturale alla filiera produttiva, le imprese rischiano di perdere la capacità di rispondere alle sfide del mercato globale.

Guerre spaziali?

La futura ‘guerra spaziale’, in realtà già in corso, si combatterà prima di tutto sul fronte economico, e le motivazioni sono chiare: dall’estrazione mineraria sugli asteroidi la NASA stima un ricavo pari a 700 quintilioni di dollari.
Investire nella space economy rappresenta una scommessa win-to-win, dato che il ritorno degli investimenti in tale settore è pari ad almeno il doppio.

Ma nonostante le grandi potenzialità, le aree di miglioramento e i ritardi europei nei confronti dei principali competitor internazionali sono numerosi. Ad esempio, nei soli investimenti privati il gap è stimato in 10 miliardi di euro per i prossimi 5 anni.
Non c’è quindi tempo per ‘contemplare’ lo spazio. È il momento di implementare le nostre capacità in questo settore.

Retail, i consumatori premiano le realtà attente alla sostenibilità

Il settore retail in Italia sta attraversando un periodo di profondo cambiamento. Secondo uno studio condotto da Ipsos, i consumatori attribuiscono sempre maggiore importanza alla condivisione dei valori con i brand, mentre il legame con le insegne della distribuzione si sta progressivamente indebolendo. Questo fenomeno sembra derivare da un’offerta che non risponde più pienamente alle aspettative dei clienti e da programmi di fidelizzazione che non riescono a creare un’esperienza distintiva e personalizzata.

Ci sono però anche notizie positive: i retailer che investono in iniziative legate alla sostenibilità ambientale, sociale e alla governance (ESG) ricevono un riscontro migliore dai consumatori. Inoltre, il canale online è la leva per rafforzare il rapporto con il cliente, permettendo alle insegne di comunicare i propri valori in modo più diretto ed efficace.

Il Convegno Pianeta Distribuzione 2025: un momento di confronto

Durante il Convegno Pianeta Distribuzione 2025, organizzato da Largo Consumo presso gli IBM Studios di Milano, è stata presentata la ricerca “Migliore Insegna 2025” che ha riunito 200 top manager provenienti da più di 150 aziende leader della distribuzione e dell’industria.

L’analisi ha coinvolto oltre 120 insegne, suddivise in 29 categorie merceologiche, basandosi su più di 7.500 interviste realizzate sia nei punti vendita fisici sia online. Sono state valutate più di 22.500 esperienze d’acquisto nei negozi e 11.500 esperienze digitali, fornendo un quadro dettagliato dell’evoluzione del rapporto tra consumatori e retailer.

Le sfide del settore: assortimento, fedeltà e multicanalità

Lo studio evidenzia diverse criticità. Una delle principali riguarda la percezione dell’offerta commerciale. Il 35% dei clienti dichiara di non essere soddisfatto dell’assortimento dei prodotti, percentuale che sale al 41% tra i consumatori della Gen Z. Anche la qualità dei prodotti, un tempo considerata un punto di forza della distribuzione italiana, viene percepita in calo.

Allo steso tempo, si regista una perdita di appeal dei programmi fedeltà: il 38% dei clienti non è soddisfatto, con un picco di insoddisfazione tra i boomers (44%). Solo il settore dell’abbigliamento per bambini sembra registrare una leggera ripresa in questo ambito.

L’esperienza di acquisto online, invece, continua a essere apprezzata. Il 73% dei clienti ritiene che l’e-commerce offra offerte più vantaggiose rispetto ai negozi tradizionali. Inoltre, i retailer che offrono un servizio di vendita assistita in negozio riescono a mantenere una connessione più forte con i clienti anche nel mondo digitale.

L’importanza della tecnologia e del personale di vendita

L’innovazione tecnologica rappresenta una grande opportunità per migliorare l’esperienza di acquisto. Soluzioni digitali come chioschi interattivi, realtà aumentata e sistemi di pagamento innovativi possono semplificare i processi e aumentare il coinvolgimento del cliente. In ogni caso, resta prioritario il ruolo del personale di vendita: i consumatori continuano a considerare fondamentale l’assistenza in negozio.

Le nuove generazioni hanno poi un diverso approccio ai metodi di pagamento. Sono diffusi strumenti come il Buy Now, Pay Later (BNPL), con il 28% dei clienti che utilizza questa formula, percentuale che sale al 38% tra la Gen Z.

Un’esperienza integrata tra fisico e digitale

Il retail sta evolvendo verso un modello sempre più omnicanale. Il 21% dei consumatori vive un’esperienza d’acquisto che integra negozio fisico ed e-commerce, con la Gen Z che raggiunge una quota del 29%. Farmacie, profumerie e librerie sono tra i settori che registrano la maggiore interazione tra online e offline.

Italia, minacce informatiche in aumento: 357 attacchi nell’ultimo anno

Il 2024 è stato un anno critico per la sicurezza informatica. Secondo il Rapporto Clusit 2025, realizzato dall’Associazione Italiana per la Sicurezza Informatica, a livello globale si sono verificati 3.541 attacchi cyber, con un incremento del 27,4% rispetto al 2023.

Ogni mese si sono registrati in media 295 incidenti, un dato in crescita rispetto ai 232 dell’anno precedente e ai 139 del 2019. Non solo il numero di attacchi è aumentato, ma anche la loro gravità: il 79% ha avuto conseguenze gravi o gravissime, confermando un trend sempre più preoccupante.

Il 10% degli incidenti globali accade in Italia

Anche l’Italia ha subito un aumento degli attacchi informatici, con un incremento del 15,2% rispetto al 2023. Il nostro Paese ha rappresentato il 10,1% degli attacchi globali, un dato in leggera flessione rispetto all’11,2% dell’anno precedente.

Dal 2020 al 2024 sono stati rilevati 973 attacchi informatici gravi nel nostro Paese, di cui 357 solo nell’ultimo anno. Sebbene il numero sia aumentato, la crescita è meno marcata rispetto agli anni precedenti, segnalando una stabilizzazione della tendenza.

La gravità degli attacchi: impatti sempre più pesanti

Nel 2024, il 53% degli attacchi in Italia è stato classificato come ad alto impatto, una percentuale superiore alla media globale del 50%. Gli incidenti critici sono stati il 9%, molto meno del 29% registrato nel resto del mondo. Tuttavia, gli attacchi di media gravità sono stati più numerosi rispetto alla media globale (38% contro 22%), segno che le minacce, pur meno devastanti, rimangono molto diffuse.

Secondo Clusit, i dati raccolti rappresentano solo una parte della realtà. Molti attacchi non vengono resi noti per motivi di riservatezza o per la difficoltà di raccogliere informazioni in alcune aree del mondo.

Il futuro della sicurezza informatica

Anna Vaccarelli, presidente di Clusit, ha evidenziato come gli attacchi siano sempre più sofisticati grazie all’Intelligenza Artificiale e alla diffusione di servizi di cybercrime pronti all’uso. Nel caso italiano, gli attacchi più critici sono meno frequenti rispetto alla media globale, ma quelli di media entità risultano molto più comuni, evidenziando la necessità di potenziare le difese informatiche.

Per affrontare queste minacce è essenziale che aziende e istituzioni investano in strumenti di protezione più avanzati, aumentando la consapevolezza e migliorando le strategie di sicurezza digitale.

Startup innovative: al Nord più giovani, al Sud più femminili

La geografia delle startup innovative in Italia nel 2024 emersa dall’analisi del Centro Studi Tagliacarne e Unioncamere restituisce un’Italia a doppia frequenza. Se al Nord gli under 35 conducono il 17,2% delle startup innovative dell’area, la mappa si ‘capovolge’ se si guarda alla quota delle startup innovative guidate da donne.
Nel Mezzogiorno, infatti, le startup femminili pesano di più: il 15,8% (con punte del 27,5% in Molise), rispetto a Centro (15,1%) e Nord (11,8%). 

Al Nord però giovani e donne startupper sono più numerosi. Nel Settentrione risiede più della metà (52%) delle startup innovative under 35 del Paese (1.084 su 2.049), e oltre un terzo di quelle femminili, 745 su 1.648.
Ma se il Nord-Ovest fa da traino all’area, il Nord-Est frena, presentando l’incidenza più bassa sia per startupper under 35 sia femminili.

A Milano più startupper che altrove

Nel complesso, le startup innovative presentano un’incidenza dei giovani quasi doppia rispetto a quella del totale delle imprese italiane (16,9% vs 8,4%) e una quota di imprese femminili pari a circa la metà (13,6% vs 22,7%).

A livello regionale, la metà delle le startup innovative si trova in Lombardia (568 giovanili, equivalenti al 27,7% del totale nazionale e 382 femminili, il 23,2%), seguita da Campania (242 under 35, 11,8% e 232 ‘rosa’, 14,1%) e Lazio (231, 11,3% e 224, 13,6%).
Non sorprende trovare nelle prime tre posizioni della classifica provinciale Milano, con 408 startup innovative giovanili (il 19,9% di quelle nazionali) e 281 startup innovative femminili (17,1%), Roma (206, 10,1% e 200, 12,1%,) e Napoli (139, 6,8% e 121, 7,3%). 

Al Mezzogiorno corrono più veloci  

Tra il 2016 e il 2024 le startup innovative under 35 sono cresciute del 66,5%, ma al Meridione hanno allungato maggiormente il passo (+69,1%). Seguono il Nord (+67,5%), rallentato dall’andamento del Nord-Est (+12,7%), e il Centro (+60,2%).
Il Mezzogiorno avanza più speditamente anche sul fronte delle startup innovative femminili, con incrementi del +175,5% a fronte del +106,3% al Centro e del +99,7% al Nord.

Boom di crescita si registrano a livello regionale in Molise (+533,3%), Campania (+337,7%) e Puglia (+203,7%). Sul piano provinciale, spiccano Avellino (da 2 a 22, +1000,0%), Brindisi (+900,0%) e Como (+700,0%).

Nel Triveneto meno di una startup su 10 è donna. Abruzzo la regione meno “giovanile”

Il Molise è la prima regione dove il peso relativo le startup femminili sul totale di queste realtà locali si presenta maggiore (27,5%), seguito da Basilicata (20,6%) e Calabria (18,4%).

Sul fronte opposto, Friuli-Venezia Giulia (9,4%), Trentino-Alto Adige (10,0%) e Liguria (10,5%).
E se è il Piemonte ad accaparrarsi l’etichetta della regione più giovanile, vantando quasi una startup innovativa giovanile su quattro (23,2%), la meno giovanile è l’Abruzzo, con ‘solo’ l’11,4% di queste realtà.

PMI: solo il 49% ha accesso a una connessione FTTH

Da sole generano il 41% del fatturato totale italiano e occupano un terzo della forza lavoro del settore privato: sono le Piccole e medie imprese, realtà con un numero di addetti compreso fra 10 e 249, e un fatturato annuo compreso fra 2 e 50 milioni di euro.  Ma solamente il 49% di queste imprese ha accesso a una rete ultraveloce FTTH, a fronte di un livello di copertura tra le famiglie pari al 59,6% (rilevazione aprile 2024).

Insomma, il ‘digital divide’ esiste anche per il mondo dell’impresa. 
È quanto emerge dall’indagine condotta dall’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni (AGCOM) e dall’Osservatorio Innovazione Digitale nelle PMI della School of Management del Politecnico di Milano. La ricerca ha l’obiettivo di fornire informazioni e criteri per una migliore e più efficace copertura digitale nelle Pmi.

Solo 7 regioni garantiscono una copertura capillare della rete FTTH

Ma cos’è la fibra ottica FTTH? La ‘Fiber to the Home’ è una tecnologia di connessione a banda larga che porta la fibra ottica direttamente presso la sede dell’azienda o l’abitazione dell’utente. Ciò garantisce una connessione internet ad altissima velocità e stabilità.

Sotto il profilo quantitativo, l’analisi della copertura FTTH per singole regioni ha restituito una fotografia ‘a macchia di leopardo’, con poche regioni che garantiscono una copertura capillare della rete FTTH, distribuite al Nord, Centro e Sud Italia, e tutte le altre regioni (13 su 20) in cui la percentuale di imprese che non ha accesso a una velocità di connessione superiore a 30 Mbit/s è maggiore rispetto la media nazionale.

Prato è la città più connessa, Bolzano la peggiore

Tra le regioni meglio connesse figurano Lombardia, Lazio, Campania, Liguria e Molise. Il Veneto e l’Emilia-Romagna in cui operano, rispettivamente, l’11% e il 9% delle Pmi italiane, mostrano una situazione da migliorare riguardo alla connettività.

Tra le città, Prato è in cima alla classifica delle meglio connesse, con l’82% di Pmi raggiunte da connessione FTTH, seguita da Milano (76%) e Trieste (73%).
Tra le prime dieci province figurano anche Palermo e Cagliari, nonché Roma e Napoli. A far registrare il risultato peggiore è invece Bolzano (46%).

Il digital divide è anche settoriale

A pagare il prezzo di una scarsa connettività sono soprattutto il settore dell’agricoltura e quello delle attività estrattive, mentre il comparto dei servizi finanziari, quello dell’ICT e dei servizi professionali risulta avere la copertura FTTH più elevata, con il 68% di Pmi raggiunte da connessione FTTH e il 7% con velocità massima di connessione inferiore a 30 Mbit/s.

Per quanto riguarda la manifattura, il settore presenta margini di miglioramento, con solo il 40% delle imprese raggiunto da connessione FTTH e numerose aziende con una copertura scarsa.

Natalità imprese: saldo positivo, ma accelerano le chiusure 

Emerge dai dati Movimprese, elaborati da Unioncamere e InfoCamere sulla base del Registro delle imprese delle Camere di commercio: alla fine del 2024 l’anagrafe delle imprese italiane registra un bilancio positivo, con il saldo tra aperture e chiusure che si attesta a +36.856 unità.
Ma alle 322.835 iscrizioni di nuove attività economiche fanno eco 285.979 cessazioni, per un tasso di crescita della base imprenditoriale che si attesta a +0,62%.

Le dinamiche demografiche del sistema produttivo, seppur con segno positivo, fanno emergere segnali di difficoltà. In particolare, sul fronte del ritmo delle aperture di nuove imprese in alcune zone specifiche.
Segnato da uno dei tassi di natalità più contenuti degli ultimi 20 anni, il 2024 ha infatti registrato uno ‘zero’ nei registri anagrafici delle imprese nei territori di ben 478 Comuni.

Crescita concentrata in tre macro settori, idem in senso negativo

Oltre l’80% della crescita annuale (29mila imprese) si concentra in tre macro-settori: attività professionali scientifiche e tecniche (+10.845 imprese, +4,40%), costruzioni (10.636 imprese in più, +1,27%), alloggio e ristorazione (+8.125, +1,78%).

In modo quasi speculare, altri tre grandi comparti pesano in senso negativo: commercio (-10.129, -0,72%), agricoltura, silvicoltura, pesca (-7.457, -1,06%),  attività manifatturiere (-4.137, -0,81%).
Dal punto di vista territoriale, si evidenziano segnali di crescita in tutte le quattro macro-ripartizioni geografiche del Paese, ma in termini assoluti, è il Mezzogiorno a contribuire maggiormente al saldo annuale: +13.684 imprese.

Andamento per forme organizzative

Le imprese costituite in forma societaria sono cresciute del + 3,25% (+60mila), ma a scapito delle altre forme organizzative, il cui numero si è complessivamente ridotto di oltre 24mila unità (-14mila società di persone, -10mila imprese individuali).  

Escludendo il triennio 2020-2022, segnato dagli effetti della pandemia, il saldo positivo del 2024 si colloca poco al di sopra della media dell’ultimo decennio (33.169). Risultato di una lieve ripresa delle iscrizioni (circa +10.800), ma di una più marcata crescita delle cessazioni (circa -16.000) rispetto al 2023.

Il fenomeno delle “culle vuote” imprenditoriali

In venti anni si amplia il perimetro dei territori in cui si riscontra un’assenza assoluta di nuove iniziative imprenditoriali.
Dai 212 Comuni a zero natalità imprenditoriale del 2004 si arriva ai 478 rilevati tra gennaio e dicembre 2024. Quelli che nel corso dell’anno non hanno visto nascere attività d’impresa sono distribuiti in tutte le regioni italiane, con l’unica eccezione della Basilicata.

In termini assoluti, la concentrazione più elevata di ‘culle vuote’ si registra in Piemonte (126), seguito da Lombardia (103) e con grande distacco, da Sardegna (32). 
Se si considera il rapporto tra questi comuni e il totale dei comuni presenti nelle rispettive regioni, emergono differenze interessanti. Che indicano come la geografia dei sistemi imprenditoriali locali sia fortemente condizionata da quella fisica dei territori su cui insistono le attività d’impresa.

Tassi: a dicembre la BCE decide di tagliare

La decisione di ridurre il tasso di interesse sui depositi presso la Banca centrale europea, ossia il tasso con il quale il Consiglio direttivo orienta la politica monetaria, si è basata sulla valutazione aggiornata circa le prospettive di inflazione, la dinamica dell’inflazione di fondo e l’intensità della trasmissione della politica monetaria.
Di fatto, l’Europa ha deciso di tagliare i tassi di interesse: nella riunione del 12 dicembre 2024 il Consiglio direttivo ha ridotto di 25 punti base i tre tassi di interesse di riferimento della BCE.

Nonostante le recenti riduzioni dei tassi, che rendono i nuovi prestiti a imprese e famiglie gradualmente meno onerosi, le condizioni di finanziamento si confermano rigide. La politica monetaria permane restrittiva, e i rialzi passati si trasmettono ancora alle consistenze dei crediti in essere.

Inflazione complessiva: stimata al 2,1% nel 2025

In base alle proiezioni macroeconomiche formulate a dicembre 2024 dagli esperti dell’Eurosistema per l’area euro, si attende che l’inflazione complessiva si collochi in media al 2,1% nel 2025, all’1,9% nel 2026 e al 2,1% nel 2027, anno dell’entrata in vigore del sistema ampliato di scambio di quote di emissione dell’UE.
Per l’inflazione al netto della componente energetica e alimentare gli esperti anticipano una media del 2,3% nel 2025 e dell’1,9% nel 2026 e nel 2027.

La maggior parte delle misure dell’inflazione di fondo suggerisce che l’inflazione si collocherà stabilmente intorno all’obiettivo del 2% a medio termine perseguito dal Consiglio direttivo.
L’inflazione interna ha registrato una flessione ma resta elevata, principalmente perché salari e prezzi in determinati settori continuano ad adeguarsi, con considerevole ritardo, al passato incremento dell’inflazione.

Una ripresa economica più lenta del previsto

La ripresa economica prevista nell’esercizio dello scorso dicembre sarebbe più lenta rispetto a quanto anticipato nelle proiezioni macroeconomiche formulate per l’area dell’euro a settembre 2024. Nonostante l’aumento della crescita registrato nel terzo trimestre, gli indicatori basati sulle indagini congiunturali segnalano una contrazione nel quarto.

Le proiezioni degli esperti indicano una crescita economica dello 0,7% nel 2024, dell’1,1% nel 2025 e dell’1,4% nel 2026.
La ripresa prevista è riconducibile principalmente all’incremento dei redditi reali, grazie al quale le famiglie dovrebbero poter accrescere i loro consumi, e all’aumento degli investimenti delle imprese.
Nel corso del tempo il graduale venir meno degli effetti della politica monetaria restrittiva dovrebbe sostenere la ripresa della domanda interna.

Il Consiglio resta cauto sulle decisioni future

Il Consiglio direttivo è determinato ad assicurare che l’inflazione si stabilizzi durevolmente sul suo obiettivo del 2% a medio termine.
Per definire l’orientamento di politica monetaria adeguato, seguirà un approccio guidato dai dati, secondo il quale le decisioni vengono definite di volta in volta a ogni riunione.

In particolare, le decisioni sui tassi di interesse saranno basate sulla valutazione circa le prospettive di inflazione alla luce dei dati economici e finanziari più recenti, la dinamica dell’inflazione di fondo e l’intensità della trasmissione della politica monetaria. Quindi, il Consiglio direttivo non intende vincolarsi a un particolare percorso dei tassi.

Meta AI: raggiunti (quasi) i 600 milioni di utenti 

Continua l’ascesa di Meta AI, l’assistente di Intelligenza artificiale del colosso social di Mark Zuckerberg, che con un post su Threads annuncia l’imminente traguardo di 600 milioni di utenti mensili a dicembre 2024. Solo a ottobre superava di poco i 500 milioni.
Questa notizia arriva in parallelo al rilascio di Llama 3.3 70b, l’ultimo modello linguistico dell’azienda, in grado di offrire prestazioni simili al precedente Llama 3.1 405b, ma a un costo inferiore.

Ahmad Al-Dahle, vice presidente dell’unità ‘Generative AI’ di Meta, ha condiviso un grafico su X che mostra come la nuova iterazione del modello sia superiore sia a Gemini Pro 1.5 di Google sia a Gpt-4o di OpenAI, e vanti un migliore rapporto performance/costo.

Tre modelli linguistici per sette versioni

Nonostante il ceo di Meta sia rimasto vago, ha rivelato che il modello è in fase di addestramento tramite 100mila schede grafiche Nvidia H100, e che una delle versioni ‘più piccole’ dovrebbe essere rilasciata all’inizio del prossimo anno.

Meta offre attualmente tre modelli linguistici, per un totale di sette versioni. Llama 3.1 (solo testo) è disponibile con 8 e 405 miliardi di parametri, Llama 3.2, disponibile con 1 e 3 miliardi di parametri (solo testo, on-device) e 11 e 90 miliardi di parametri (multimodale). E l’ultimo, Llama 3.3 (solo testo) è disponibile con 70 miliardi di parametri.

Nonostante le dimensioni ridotte, Llama 3.3 70B offre prestazioni simili a quelle di Llama 3.1 405B.
Grazie all’uso di avanzate tecniche di post-training, il nuovo modello è ottimizzato al massimo, quindi ha un migliore rapporto performance/costo.

Buone notizie anche sul fronte dei prezzi

In alcuni test, Llama 3.3 70B ha superato i concorrenti Nova Pro (Amazon), GPT-4o (OpenAI), Gemini Pro 1.5 (Google) e Claude 3.5 Sonnet (Anthropic), ma a vincere nettamente è sul fronte dei prezzi (API): solo 0,1 dollari per un milione di token in input e 0,4 dollari per un milione di token in output.
Oltre che dal sito ufficiale della società, può essere scaricato anche da Hugging Face.

Come tutti i modelli Llama, anche l’ultima versione è open source. Secondo Open Source Initiative, però, questo non è vero, perché l’azienda di Menlo Park obbliga alle piattaforme con più di 700 milioni di utenti mensili a chiedere una speciale licenza.

Ma in Europa non si può “usare”

Per l’occasione, Zuckerberg ha anche anticipato l’arrivo del prossimo Llama 4, definendo il rilascio di Llama 3.3 come “l’ultimo grande aggiornamento AI dell’anno”.

Il chatbot però, riferisce Punto Informatico, non è ancora disponibile in Europa poiché non rispetta il GDPR, ma le capacità base sono accessibili con gli occhiali smart Ray-Ban.
Meta ha comunque avviato la costruzione di un data center da 10 miliardi di dollari in Louisiana per l’addestramento dei futuri modelli.

Rapporto Enea: oltre la metà dei risparmi energetici è generato dalle detrazioni

Per il 56,2% dei risparmi totali di energia avvenuti in Italia nel corso del 2023, è ancora preponderante il traino delle detrazioni fiscali. Complessivamente, nel 2023 sono stati realizzati nuovi risparmi energetici per oltre 3,6 Mtep (milioni di tonnellate di petrolio), pari ai consumi elettrici complessivi del Lazio e della Toscana.

Il risparmio è stato generato grazie a progetti avviati dal 2021 con il supporto delle misure per ottemperare agli obblighi della Direttiva europea sull’efficienza energetica. Un risparmio equivalente al 92% dell’obiettivo fissato per il solo 2023 dal Pniec (Piano Energia e Clima).
È quanto emerge dal 13° Rapporto annuale Enea sull’efficienza energetica, presentato nel corso di un convegno a Roma.

Certificati Bianchi, incentivi per mobilità sostenibile, Conto Termico

Oltre a queste misure, la riduzione dei consumi di energia finale è attribuibile alla crescita dei Certificati Bianchi, che hanno raggiunto il 28% rispetto al 2022, spingendo il dato cumulato a 0,6 Mtep, agli incentivi per la mobilità sostenibile (0,4 Mtep) e al Conto Termico (0,3 Mtep).
Sono in aumento anche i risparmi energetici conseguiti nell’ambito dei progetti realizzati attraverso i Fondi di coesione, con un risparmio di energia finale di circa 31,8 ktep/anno al 2023.

Da segnalare il ruolo giocato dalle campagne di sensibilizzazione che hanno coinvolto quasi 14 milioni di cittadini per quanto concerne il settore residenziale. La stima dei risparmi indotti dai cambiamenti nei comportamenti di consumo, da parte di individui e imprese, è pari a oltre 0,1 Mtep.

La chiave per raggiungere i traguardi della UE è l’innovazione

“L’efficienza energetica rappresenta la chiave per raccogliere alcune delle sfide più urgenti del nostro tempo e raggiungere i traguardi disegnati dall’Unione Europea, che grazie al pacchetto legislativo Fit for 55 e alle Direttive Efficienza Energetica (Eed III) e Prestazione Energetica degli Edifici (Epbd IV), si distingue come leader globale della transizione energetica – commenta il direttore generale Enea Giorgio Graditi -. Alla luce delle vulnerabilità delle filiere energetiche globali, è fondamentale sfruttare le potenzialità offerte dall’innovazione, puntando sulle tecnologie emergenti e sulla digitalizzazione, che consente un monitoraggio in tempo reale delle emissioni e l’ottimizzazione dei consumi”.

Meno detrazioni fiscali ma più audit obbligatori per le aziende

Per i soli interventi di efficientamento energetico avviati nell’anno, il confronto tra 2023 e 2022 evidenzia una flessione dei risparmi conseguiti tramite i meccanismi di detrazione fiscale come SuperEcobonus (-21,2%) ed Ecobonus (-20,4%). Rimane sostanzialmente stabile il contributo del Bonus Casa, che con i soli interventi attivati nel 2023 ha consentito risparmi pari a 71 ktep (-0,9%).

Sul fronte dell’efficienza energetica negli usi finali, notevole contributo è arrivato dalle aziende con l’avvio il 5 dicembre 2023 del terzo ciclo di audit energetici obbligatori per le grandi imprese e quelle energivore.
Rispetto a dicembre 2019, le grandi imprese energivore che hanno adempiuto all’obbligo sono aumentate del 19%, mentre le grandi imprese sono diminuite dell’11%. I circa 9mila interventi di efficientamento energetico effettuati hanno prodotto un risparmio pari a 0,5 Mtep.