Author Archives: Gerardo Tartaglia

Black Friday 2025: un novembre da record tra acquisti digitali e ritorno nei negozi

Il Black Friday 2025 ha fatto emergere un dato chiaro: gli italiani hanno preso la rincorsa. Secondo le stime diffuse da Confcommercio, il giro d’affari stimato sfiora i 5 miliardi di euro, quasi un quinto in più rispetto allo scorso anno e più del doppio rispetto a ciò che si muoveva nel 2018.

Un balzo che racconta molto più di un semplice weekend di sconti: segna una tendenza al consumo sempre più anticipata, capace di ridisegnare le abitudini delle famiglie.

Il web è il canale principale, ma i negozi rimontano  

Anche quest’anno il web resta la strada principale per gli acquisti. Comodo, veloce, pieno di offerte che scadono in un click. Eppure, a sorpresa, i negozi fisici non sembrano affatto rassegnati: resistono, anzi tornano a essere parte del gioco. Il risultato è un mercato decisamente ibrido, dove il consumatore salta da uno schermo a una vetrina con naturalezza, cercando il prezzo giusto ma anche un po’ di esperienza.

In questo contesto, prende sempre più piede l’idea di usare il Black Friday come “anticipo di Natale”. Più di due terzi degli intervistati (66,7%, dati Ufficio Studi Confcommercio) sfrutta offerte e sconti per cominciare a mettere da parte i regali, una quota in crescita rispetto al 2024. Non è solo sostituzione rispetto a dicembre: una parte di questi acquisti, tra il 10 e il 15%, è aggiuntiva e contribuisce a dare fiato alle vendite natalizie. Resta il fatto che le famiglie diluiscono le spese sui due mesi e non le concentrano, come accadeva in passato, tutte su dicembre.

Il rovescio della medaglia: la sicurezza online

La corsa al digitale, però, non arriva senza ombre. Le analisi della società Qonto segnalano che il 44% dei tentativi di frode globali legati al Black Friday colpisce proprio l’Europa. In questo periodo le transazioni sospette risultano cinque volte superiori rispetto ai mesi ordinari.
Una tendenza che invita a un po’ di prudenza: password solide, siti affidabili, e l’occhio vigile di chi non vuole farsi rovinare lo shopping.

Cosa c’è nel carrello degli italiani

Dalla nuova indagine Format-Confcommercio emerge che la propensione all’acquisto per il 2025 si colloca fra il 52% e il 70,2% della popolazione adulta.

I prodotti più gettonati restano elettronica, abbigliamento, giocattoli e articoli per la cura della persona. Insomma, un mix che racconta bisogni pratici e desideri, con un occhio alle offerte e uno alla qualità.

Adolescenti: quando sono tristi chiedono aiuto a ChatGPT

La vita dei nativi digitali si svolge in una dimensione “onlife”, in cui non ci sono più barriere tra mondo fisico e virtuale. Il 92,5% degli adolescenti utilizza strumenti di AI, contro il 46,7% degli adulti.
Il 41,8% dei ragazzi e delle ragazze tra 15 e 19 anni afferma di essersi rivolto a strumenti di AI, in particolare, a ChatGPT anche per chiedere aiuto in momenti in cui si sentiva triste, solo/a o ansioso/a. Una percentuale simile, oltre il 42%, ha chiesto consigli su scelte relative a relazioni, sentimenti, scuola, lavoro.

Sono alcuni risultati di un sondaggio sul rapporto tra adolescenti e AI contenuto nella XVI edizione dell’Atlante dell’Infanzia a rischio in Italia, dal titolo “Senza filtri”, diffuso da Save the Children.

Una funzione di conforto emotivo

Nonostante si tratti di strumenti con impatti molto diversi, i chatbot (Chat GPT, Claude, Dixit) sono di gran lunga gli strumenti più utilizzati dagli adolescenti (68,3%), seguiti da strumenti di traduzione automatica (42,5%) e assistenti vocali (33,3%).

Il 9,3% usa chatbot ‘relazionali’ come Character IA e Anima. Tra chi utilizza l’IA, i motivi principali sono la ricerca di informazioni (35,7%) e l’aiuto nello studio e nei compiti (35,2%), traduzioni (19,8%), scrittura di testi (18,7%), ma è rilevante la percentuale anche di chi la usa prevalentemente per scopo ludico (21,4%),  o per consigli utili per la vita quotidiana (15%). Il 7,1% degli utilizzatori di IA lo fa per aumentare il proprio benessere e il 4,2% per trovare compagnia.

“L’AI mi capisce e mi tratta bene”

A evidenziare la funzione di conforto emotivo dell’AI, l’uso di questi strumenti è considerato fondamentale dal 49,1% degli adolescenti intervistati e il 47,1% pensa che un uso maggiore lo/la aiuterebbe molto nella vita personale.
La caratteristica più apprezzata dell’AI? ‘È sempre disponibile’ (28,8%), (14,5%) ‘mi capisce e mi tratta bene’ e ‘non mi giudica’ (12,4%).

Il 58,1% degli utilizzatori dell’AI ha chiesto consigli su qualcosa di serio e di importante per la propria vita¸ il 63,5% lo ha trovato più soddisfacente che confrontarsi con una persona reale e il 48,4% ha condiviso informazioni della sua vita reale.

Tante diverse adolescenze che chiedono ascolto

“L’Atlante fotografa le tante diverse adolescenze vissute in Italia da una generazione che è stata duramente segnata dall’emergenza Covid, in termini di uso problematico di Internet e di rischi di isolamento, ma che oggi cerca con forza nuovi spazi di protagonismo – dichiara Raffaela Milano, Direttrice del Polo Ricerche di Save the Children -. 
Le disuguaglianze economiche, educative e sociali si fanno più pesanti proprio in questa fase cruciale della crescita, rischiando di compromettere il futuro. È necessario colmare questi divari e garantire a tutti gli adolescenti l’opportunità di studiare, viaggiare, fare sport, sperimentarsi, come loro stessi ci chiedono a gran voce”.

Natale: l’IA arriva in aiuto per i regali

Natale è alle porte e scatta la corsa ai regali. Un momento bello, allegro, ma accompagnato anche da una certa dose di ansia e stress. Tutti ci troviamo a fare i conti con la necessità di trovare l’idea giusta, non spendere troppo, non farsi prendere dall’impulso.

La nuova indagine di Accenture sullo shopping natalizio racconta un’Italia che vuole comunque festeggiare, ma con i piedi per terra e un pizzico di confusione nella testa.

Si spende, ma con giudizio

Nel complesso, gli italiani non hanno intenzione di tirare i remi in barca: l’85 per cento prevede di spendere quanto o più del 2023. Il problema è che, spesso, questo “di più” non nasce da scelte generose, ma dai prezzi che continuano a salire. Alla fine, per sette persone su dieci il budget rimarrà sotto i 460 euro, mentre pochi supereranno i mille.

Quanto ai regali, si resta sui grandi classici: capi d’abbigliamento, elettronica, prodotti beauty e qualche cesta gastronomica. E quest’anno si gioca d’anticipo: la maggior parte vuole chiudere tutto entro novembre, approfittando del Black Friday o comunque delle offerte sparse che ormai spuntano come funghi.

Troppe offerte, troppa fatica

Quello che pesa davvero, più del portafoglio, è la fatica mentale. Pubblicità ovunque, promozioni flash, mille modelli quasi uguali, recensioni infinite… alla lunga si perde l’orientamento. Non a caso, l’84 per cento ammette di aver abbandonato un acquisto per l’indecisione o l’esasperazione.

Ed ecco che il negozio fisico – che sembrava quasi in via d’estinzione – torna di nuovo attraente: per vedere i prodotti dal vivo, ascoltare un consiglio da un commesso, respirare un po’ di atmosfera natalizia e, diciamolo, staccare dalla giungla digitale.

L’IA come consulente digitale

In mezzo a tutto questo rumore, molti italiani hanno iniziato a usare l’intelligenza artificiale generativa come una sorta di “filtro antistress”. Nel 2024 l’ha già provata la metà degli intervistati e, per il 2025, si salirà al 64 per cento.
A cosa serve? A cose molto pratiche: confrontare prezzi senza impazzire, tenere d’occhio le offerte, riassumere recensioni chilometriche e, quando proprio le idee scarseggiano, farsi dare qualche spunto originale per i regali.

Come osserva Andrea Ruzzi di Accenture, il modo in cui viviamo lo shopping natalizio sta cambiando: meno corse, più voglia di scegliere con calma. E forse l’AI, nel suo piccolo, sta aiutando tutti a tirare il fiato un po’ di più.

Lavoro: nel 2025 lo smart working torna a crescere

C’è chi lavora dal salotto di casa, chi dall’altra parte del mondo e chi torna volentieri in ufficio due o tre giorni a settimana. Dopo un 2024 con il freno tirato, lo smart working torna a crescere. Oggi in Italia sono sono 3,6 milioni i lavoratori che alternano casa e ufficio, come rivela la nuova ricerca dell’Osservatorio Smart Working del Politecnico di Milano.

Il dato complessivo segna un lieve ma significativo +0,6% rispetto all’anno precedente. La spinta più forte arriva dal settore pubblico, dove oggi oltre 555 mila persone lavorano in modalità agile: un incremento dell’11% che segna un cambio culturale importante nella Pubblica Amministrazione. Anche le grandi aziende mantengono il ritmo, con oltre la metà dei dipendenti coinvolti in forme di lavoro flessibile. A rallentare, invece, sono le piccole e medie imprese, dove il lavoro da remoto perde terreno e spesso resta legato a soluzioni informali o temporanee.

Lo smart working non è più un esperimento

La stagione delle emergenze è finita: ora il lavoro agile è diventato una pratica stabile, quasi parte integrante del modo di vivere il lavoro. Nelle grandi imprese italiane, il 95% ha introdotto politiche strutturate e linee guida precise; nella PA, il 67% degli enti pubblici ne ha fatto una prassi consolidata. Le PMI, invece, restano più caute, affidandosi spesso alla fiducia reciproca tra capo e collaboratori, più che a regolamenti scritti.

La tendenza è chiara: il modello ibrido, fatto di presenza e distanza, è quello che meglio risponde ai bisogni di equilibrio tra vita e lavoro.

Tra intelligenza artificiale e nuovi modi di vivere il tempo

Guardando avanti, lo smart working non ha ancora esaurito il suo potenziale. Secondo l’Osservatorio del Politecnico, un lavoratore su cinque potrebbe lavorare da remoto senza ridurre la produttività. Se accadesse, si arriverebbe a 6,5 milioni di smart worker, come nei mesi più intensi della pandemia.

Ma oggi sullo sfondo c’è un nuovo attore: l’Intelligenza Artificiale. “Sta cambiando il nostro modo di lavorare, liberando tempo e spazio per attività più creative”, spiega Fiorella Crespi, direttrice dell’Osservatorio.
Forse il futuro del lavoro sarà proprio questo: meno vincoli, più fiducia. Non solo un cambiamento tecnologico, ma un modo diverso di pensare il tempo, le relazioni e – perché no – anche la libertà.

Gli orari dell’eCommerce: quando gli italiani fanno acquisti online?

Una recente analisi condotta da Human Highway su oltre 90.000 transazioni digitali ha messo in luce abitudini e orari precisi nel comportamento d’acquisto degli italiani.
Lo studio, realizzato con il supporto del sistema di analisi LogLine, ha monitorato l’intero primo semestre del 2025 e mostra che il tempo – inteso come giorno e ora della settimana – gioca un ruolo decisivo nelle scelte di consumo online.

Prodotti e servizi: due ritmi diversi

La ricerca evidenzia una netta differenza tra chi compra prodotti fisici e chi preferisce servizi digitali. Nel caso dei servizi, come prenotazioni di viaggi, biglietti o abbonamenti, il weekend – e in particolare il sabato – risulta il momento più attivo. È il periodo in cui gli utenti hanno più tempo libero per organizzare spostamenti o attività di svago.

Al contrario, gli acquisti di prodotti seguono un andamento più regolare ma in calo progressivo nel corso della settimana. Dopo un lunedì ancora vivace, l’interesse scende gradualmente fino al giovedì, per poi risalire leggermente il venerdì, forse in vista delle spese pre-weekend o di promozioni speciali.

Le ore più calde dello shopping online

Osservando le 24 ore, emergono abitudini abbastanza simili tra prodotti e servizi, ma con sfumature interessanti. Le fasce pomeridiane, tra le 12 e le 19, sono le più intense per entrambi i segmenti. Tuttavia, mentre chi acquista prodotti mantiene un ritmo costante durante tutto il pomeriggio (con un rallentamento solo nell’ora di pranzo), chi compra servizi mostra un picco deciso proprio verso le 13.

Questa differenza suggerisce che molti utenti sfruttano la pausa pranzo per gestire prenotazioni o pianificare attività future, un comportamento ormai consolidato nell’economia digitale.

Dati che raccontano uno stile di vita

Più che numeri, questi risultati offrono uno spaccato fedele dello stile di vita degli italiani attivi online: la gestione del tempo, la distinzione tra lavoro e tempo libero, la tendenza a rimandare certi acquisti a momenti di relax.

Human Highway, grazie al metodo LogLine, mostra come dietro ogni click ci sia una scelta dettata non solo dal bisogno, ma anche dal contesto e dal tran tran quotidiano. In estrema sintesi, il tempo non è soltanto un dato di misurazione, ma uno dei fattori più determinanti nell’evoluzione dell’eCommerce.

Digitale: oggi il focus è sulla capacità di generare valore reale

Se fino a qualche anno fa l’immaginario del settore digitale era dominato da pochi nomi ricorrenti, oggi la scena appare decisamente più frammentata e vivace, mostrando una progressiva dispersione delle preferenze. La quota dei “grandi noti” si riduce anno dopo anno, segno di un mercato più aperto e competitivo, dove nuove piattaforme, tool e modelli di business stanno ridisegnando la percezione stessa del digitale.

L’attenzione degli operatori poi non si disperde più su mille fronti come negli anni dell’euforia tecnologica. Oggi il focus si concentra su pochi temi forti, capaci di generare valore reale.
Emerge dalla ventiquattresima edizione di Yoursight, la ricerca realizzata da Engage e Human Highway, che traccia una mappa del presente e del futuro del settore digitale.

Si fa largo la concretezza

Dopo anni di trasformazioni e accelerazioni l’ecosistema digitale sembra aver trovato un nuovo equilibrio tra innovazione e concretezza.
In cima alla lista c’è l’AI, considerata il motore principale dell’evoluzione a breve termine, ma si fanno largo ambiti più “tangibili”, come la misurazione dei dati, la data fusion, i contenuti branded e personalizzati e la Advanced TV, che unisce creatività e tecnologia in chiave addressable.

Fenomeni come Retail Media e metrica dell’attenzione registrano la crescita più marcata, mentre temi come metaverso, NFT e smart speaker perdono slancio. Il mercato, in sostanza, sembra premiare ciò che porta risultati misurabili, a discapito delle soluzioni più sperimentali o ancora immature.

Un nuovo equilibrio tra entusiasmo tecnologico e realismo operativo

E se l’offerta (aziende tecnologiche, piattaforme, agenzie) punta ancora su AI, VR/AR e personalizzazione dei contenuti, la domanda (brand, investitori, clienti) si concentra su aspetti più pragmatici, come metriche di attenzione, efficienza e ROI.
Questa divergenza si accentua, segno che il settore sta cercando un nuovo equilibrio tra entusiasmo tecnologico e realismo operativo.

Il digitale, insomma, non corre più dietro all’hype: sceglie, filtra e costruisce con maggiore consapevolezza, puntando su strumenti che davvero possono fare la differenza.
Nonostante la fiducia nel futuro, il digitale italiano continua a scontare alcune debolezze strutturali. I due principali freni restano la carenza di cultura digitale e la confusione nelle metriche di misurazione, ormai in testa alle preoccupazioni degli operatori.

Domanda e offerta in cerca di un linguaggio comune

Dal confronto tra domanda e offerta emerge una distanza di prospettiva: le aziende cercano chiarezza e ritorno misurabile, mentre chi opera sul mercato punta a migliorare qualità e standard di misurazione.
In sintesi, il settore è maturo ma ancora alla ricerca di un linguaggio comune per valutare il proprio reale impatto.

Guardando avanti, molti percepiscono l’AI come uno strumento pratico, più che come una forza di trasformazione culturale o creativa. Emerge spesso il concetto di automazione, associato a una visione del lavoro futuro come più veloce, preciso ed efficiente.
L’AI è descritta non come sostituto del lavoro umano, ma come un alleato capace di affiancarlo e potenziarlo, favorendo un approccio collaborativo piuttosto che competitivo.

Consumi “single” : un boom trainato dai cambiamenti demografici

A stimarlo è Confesercenti, sulla base di elaborazioni su dati Istat e un sondaggio condotto con IPSOS: nel 2024 gli acquisti delle famiglie composte da una sola persona hanno superato 235 miliardi di euro, pari al 26,2% della spesa complessiva degli italiani. Si tratta di 69 miliardi in più rispetto al 2012, quando il totale si fermava a 166 miliardi. 

L’approfondimento di Confesercenti evidenzia come la crescita della spesa dei consumatori single sia destinata a proseguire. Secondo le proiezioni, entro il 2040 arriverà a toccare 287 miliardi di euro, il 30% del totale nazionale e il 72% in più rispetto al 2012.
Trainato dai cambiamenti demografici e sociali, quello dei consumi single è un  boom che sta modificando le abitudini di acquisto e l’offerta del retail.

Le famiglie si “restringono”

L’aumento della spesa dei consumatori soli è dovuto, principalmente, al cambiamento e al ‘restringimento’ delle famiglie.
Tra il 2012 e il 2024 il numero complessivo di nuclei familiari è passato da 25,9 a 26,5 milioni, ma l’aumento è stato accompagnato da una ricomposizione delle tipologie. Le coppie senza figli e chi vive da solo sono ormai il 56,6% del totale e saranno il 61% nel 2040.

A trainare è l’aumento delle persone che vivono da sole. Nel 2012 i nuclei composti da un solo membro erano 7,6 milioni, il 29,4% del totale. Nel 2024 la quota è salita a 9,7 milioni, il 36,2%, e sfiorerà il 40% (10,7 milioni) già nel 2040.

Diverse abitudini riflettono maggiore esigenza di praticità

La spesa dei consumatori che vivono soli non è solo rilevante in termini quantitativi, ma anche diversa nelle abitudini rispetto a quella delle famiglie tradizionali. Chi vive da solo, infatti, mostra comportamenti di consumo più individualizzati e digitalizzati. I single mangiano più spesso fuori casa: il 27% pranza o cena fuori almeno due volte a settimana, contro il 21% delle famiglie, e ricorrono più al delivery, con il 13% che ordina cibo a domicilio o da asporto 2–3 volte a settimana. Più del doppio rispetto alle famiglie senza figli.

In generale, la loro spesa alimentare riflette una maggiore esigenza di praticità. Il 20% acquista abitualmente piatti pronti/semipronti, il doppio rispetto ai nuclei più numerosi, e l’11% preferisce confezioni monoporzione, contro appena il 3% del totale.

Il retail ridisegna l’offerta

Il 9% dei single fa la spesa alimentare online, tre volte la media nazionale (3%). Anche per abbigliamento, tecnologia e beni non alimentari l’e-commerce è più diffuso tra chi vive da solo (30%).
Diversa anche la distribuzione della spesa. I single destinano quote più alte a tecnologia (35% vs 30%) e connettività (60% vs 48%), mentre spendono meno della media in abbigliamento e cura della persona.

Sul fronte dei viaggi, invece, risultano più prudenti, con una spesa media annua ferma a 1.543 euro, decisamente inferiore ai 2.645 euro delle famiglie con figli.
Allo stesso tempo, il peso crescente dei consumatori soli sta ridisegnando l’offerta del retail: più formati ridotti, packaging dedicati, servizi di consegna e opzioni digitali.

AI, giovani laureati e lavoro: la tecnologia è importante, ma un’occupazione non si trova

Quanto influisce la tecnologia sul futuro professionale delle nuove generazioni? L’osservatorio ASUS Business, condotto da Research Dogma, fa emergere uno scenario contrastante. Nonostante il 76% dei giovani laureandi e laureati si senta pronto per entrare nel mondo del lavoro, più della metà ha difficoltà a trovarlo.

Un punto debole sono proprio le competenze informatiche. Se oltre il 50% dei neo laureati si considera di essere un utente “di buon livello” solo il 37% dichiara di sentirsi molto preparato nell’usare il computer e i suoi programmi. E il dato è ancora più basso quando si parla di AI. In questo caso, solo il 24% si percepisce ferrato sul tema. Ma dal momento che ormai alcune posizioni entry-level vengono completamente assorbite dall’AI, e in futuro lo saranno sempre di più, oggi i giovani hanno più difficoltà a trovare lavoro rispetto alle generazioni precedenti. 

La preparazione digitale è ancora incompleta

Anche se nati con la tecnologia a portata di mano i giovani dimostrano una preparazione digitale ancora incompleta. Ciò che li distingue però è una sorprendente lucidità nel valutare le nuove tecnologie e il loro impatto potenziale sul lavoro del futuro.

Secondo la ricerca di ASUS, quasi la totalità (95%) degli intervistati riconosce che l’AI avrà effetti di rilievo nel futuro lavorativo. Il 76% ritiene che le competenze in ambito di gestione dell’AI saranno sempre più fondamentali nelle professioni e per il 95% l’AI avrà un impatto importante sul lavoro.
Ma quasi la metà di loro (40%) pensa che questo impatto, pur rilevante, sarà meno radicale di quanto raccontato.

Un’alleata nella ridefinizione delle priorità personali/professionali

Se da una parte permangono dubbi sugli effetti occupazionali, come la scomparsa di alcuni ruoli e il timore di una minore autonomia, dall’altra prevale la convinzione che l’AI potrà rendere il lavoro più produttivo e creativo liberando tempo da impieghi ripetitivi.

Tra i principali vantaggi riconosciuti all’AI i giovani evidenziano infatti la possibilità di ottimizzare il tempo dedicato al lavoro liberando spazio per altre attività. Non a caso, più della metà degli intervistati colloca la flessibilità al secondo posto nella scala delle priorità (46%), subito dopo la remunerazione, che resta imprescindibile (53%).
Un entusiasmo che si traduce nella volontà di guardare alle nuove tecnologie come alleate nel ridefinire le priorità personali e professionali.

Quello che conta è essere pagati “il giusto”

La ricerca sfata anche il luogo comune per cui i giovani cercano esclusivamente aziende che vantano forti principi etici. In realtà, quello che emerge è un pragmatismo valoriale volto a privilegiare i comportamenti concreti delle aziende nei confronti delle persone più che le dichiarazioni astratte.

In altre parole, quello che conta è essere pagati in giusta misura, a seconda della mansione svolta. Le dichiarazioni di principio non vengono molto prese in considerazione.
Questo indica una generazione realista che pone al centro le proprie necessità concrete, come un compenso adeguato, avere tempo per i progetti personali e poter lavorare in un ambiente motivante

Pmi: se Bce taglia i tassi 2 miliardi di investimenti e 150.000 nuovi posti di lavoro

La stretta monetaria degli ultimi anni ha zavorrato le imprese più piccole. Tra il 2022 e il 2023 l’aumento dei tassi da parte della Bce ha colpito duramente le Pmi italiane, fortemente dipendenti dal credito bancario.
In soli tre anni i costi del capitale sono saliti in media dal 2,1% al 5,6%, comprimendo la redditività e rallentando la spinta agli investimenti, in particolare, nei settori manifatturiero, costruzioni e commercio.

Secondo ReportAziende.it una politica monetaria più coraggiosa da parte della Bce potrebbe, al contrario, innescare un ciclo virtuoso di crescita per il tessuto imprenditoriale italiano, liberando fino a 12,2 miliardi di euro in nuovi investimenti, generando oltre 150.000 posti di lavoro e riducendo i costi finanziari per le imprese di 8,5 miliardi l’anno.

Tassi  a zero, nuovo Quantitative Easing e credito agevolato

“Il sistema imprenditoriale italiano ha retto all’urto – evidenzia ReportAziende.it – ma la stretta creditizia ha generato un rallentamento della crescita e un diffuso congelamento dei piani industriali, soprattutto tra le micro e piccole imprese”.

ReportAziende.it ha simulato gli effetti di una graduale attuazione della proposta avanzata dal vicepremier Tajani, ovvero, tassi d’interesse a zero, nuovo Quantitative Easing e credito agevolato per le Pmi. In pratica, uno scenario di policy più espansivo, con tassi azzerati, 750 miliardi annui di Quantitative Easing e linee di credito agevolate al 1,5%, produrrebbe un’accelerazione del Pil delle Pmi pari a +2,3% nel 2026, contro lo 0,9% previsto nello scenario base Bce. Il margine operativo lordo delle imprese crescerebbe in media del 3,5-4,0%, con un miglioramento del cash flow operativo fino al 15%.

Una roadmap triennale graduale supportata da una governance centralizzata

I settori che beneficerebbero maggiormente sarebbero Manifattura (+15% fatturato aggregato, +25% in R&S, +40% progetti Industria 4.0), Costruzioni (+12% crescita, +35% nuovi cantieri, +80.000 addetti), Commercio (+60% e-commerce, 150.000 punti vendita modernizzati), Servizi (+50% startup digitali, +15% investimenti nel turismo).

Il modello proposto da ReportAziende prevede una roadmap triennale graduale supportata da un sistema di governance centralizzato (Bce-Governo-Banca d’Italia) e un osservatorio nazionale dedicato alle Pmi. Il saldo fiscale dell’operazione sarebbe positivo: +2,3 miliardi di euro annui, grazie all’aumento del gettito Iva, Irpef e riduzione dei sussidi.

Le imprese non chiedono protezione, ma condizioni più eque

Con l’inflazione tornata sotto controllo la Bce ha oggi margini di manovra per sostenere l’economia reale. Lo studio propone di ispirarsi ai modelli già attivi in Germania (KfW) e Francia (Bpifrance), adattandoli al contesto italiano, con una forte semplificazione burocratica e una rete di sportelli territoriali per il credito.

“In un contesto globale sempre più competitivo – conclude ReportAziende – le Pmi italiane non chiedono protezione, ma condizioni di gioco più eque. Una politica monetaria espansiva può essere l’occasione per restituire slancio a un sistema imprenditoriale che ha ancora enormi potenzialità di innovazione, crescita e sostenibilità”.

IA e salute: l’allarme del Garante sui rischi di caricare i propri referti medici

La ricetta di un piatto, una ricerca per la scuola, una traduzione, ma anche un consiglio su un disturbo fisico che dà proprio fastidio… Chiedere all’Intelligenza Artificiale per qualsiasi dubbio è ormai una pratica comune per milioni di italiani. Anche quando si tratta di salute.

Sempre più persone affidano i propri dati clinici a chatbot e piattaforme intelligenti, confidando in risposte rapide. Ma cosa succede a quelle informazioni personali, come radiografie o esami del sangue? E quali sono i rischi reali?

Il dottor IA è richiestissimo, ma… 

Questa abitudine, apparentemente innocua, comporta tutta una serie di rischi anche rilevanti. Lo ribadisce il Garante per la protezione dei dati personali: l’Autorità invita a riflettere sull’uso crescente dell’IA in ambito sanitario, sottolineando i pericoli legati alla riservatezza dei dati e alla qualità delle risposte fornite.

Dati sensibili: dove finiscono davvero?

La maggiore criticità di questa pratica tanto diffusa è la gestione dei dati caricati dagli utenti. Quando si inviano documenti medici a piattaforme di IA, spesso non è chiaro cosa accade dopo: vengono cancellati? Rimangono nei server? Vengono usati per addestrare altri algoritmi?

Il Garante suggerisce agli utenti di leggere con attenzione le informative privacy messe a disposizione dai fornitori di questi servizi. Alcune piattaforme permettono di scegliere il destino dei file caricati, ma non tutte sono così intuitive. La mancanza di chiarezza può tradursi in una perdita di controllo su informazioni estremamente delicate.

Serve sempre il parere del medico

Un altro punto chiave riguarda l’affidabilità delle risposte generate. I sistemi di IA non sono, nella maggior parte dei casi, dispositivi medici certificati. Le interpretazioni fornite possono risultare imprecise o fuorvianti se non sono supervisionate o “interpretate” da uno specialista.

Secondo il Garante, è fondamentale che ogni utilizzo dell’IA in ambito sanitario sia accompagnato da una supervisione professionale. Questo principio è ribadito anche nel Regolamento europeo sull’IA e da numerose autorità sanitarie. L’intervento umano è essenziale in ogni fase, dallo sviluppo degli strumenti fino alla loro applicazione.

Un approccio etico e sicuro all’intelligenza artificiale

Già nel 2023, l’Autorità aveva pubblicato un documento con linee guida per un uso responsabile dell’IA nei servizi sanitari. Tra i punti evidenziati: la necessità di valutare i rischi prima di adottare nuove tecnologie, garantire trasparenza nelle modalità di trattamento dei dati e proteggere la sicurezza degli utenti.

Nel maggio 2024, un altro intervento ha messo in luce i pericoli connessi al web scraping, cioè la raccolta automatica di dati online da parte dei modelli di IA. Un fenomeno che, se non regolato, può esporre milioni di utenti a usi impropri delle proprie informazioni personali.

La tecnologia non può sostituire una valutazione clinica

L’intelligenza artificiale può certamente contribuire al progresso medico, ma non può sostituire la valutazione clinica. Usarla con consapevolezza significa tutelare i dati, la salute e i diritti delle persone. Solo con un controllo umano preciso e una gestione trasparente si può garantire un uso davvero utile e sicuro di queste tecnologie.