Author Archives: Gerardo Tartaglia

Dal codice al conto: come una fintech italiana ha trasformato i pagamenti quotidiani in un modello scalabile

Nel panorama italiano delle start‑up, poche storie raccontano con chiarezza la transizione dalla sperimentazione al mercato di massa come quelle del settore fintech. Questa settimana analizziamo il caso di una realtà italiana di pagamenti digitali che, partendo da un bisogno semplice — trasferire valore con facilità — è riuscita a costruire un modello ripetibile e scalabile, superando ostacoli regolamentari, tecnologici e culturali.

Introduzione — contesto

Negli ultimi dieci anni l’Italia ha assistito a una diffusione lenta ma costante dei pagamenti digitali: POS aggiornati, app di mobile banking e soluzioni contactless hanno cambiato le abitudini dei consumatori. In questo ambiente è nata la fintech analizzata: un’app intuitiva per trasferimenti peer‑to‑peer, pagamenti nei negozi e gestione delle spese personali, pensata per rendere l’esperienza più semplice rispetto alle carte tradizionali. L’adozione è stata accelerata da fattori esterni come la pandemia, che ha favorito l’uso di strumenti digitali, e da una domanda crescente di servizi finanziari accessibili anche a chi è poco servito dal sistema bancario tradizionale.

Analisi con dati ed esempi

Modello di valore: la piattaforma ha costruito il suo valore su tre pilastri: semplicità d’uso, integrazione per i commercianti e controllo dei costi. L’interfaccia minimale ha ridotto le barriere d’ingresso per gli utenti adulti e giovani, mentre le API aperte hanno permesso l’integrazione rapida con sistemi di cassa e-commerce e con network di merchant locali. Questa doppia attenzione a consumatore e commerciante ha creato una rete a doppia faccia che ha favorito la crescita organica: più commercianti accettano il servizio, più utenti lo utilizzano, aumentando il valore percepito per entrambi.

Finanziamento e sostenibilità: il percorso finanziario è tipico delle scaleup: seed iniziale per il prodotto, round di serie A per la crescita commerciale e successive tranche focalizzate sull’internazionalizzazione. A differenza di alcune realtà che puntano esclusivamente al volume, la startup ha lavorato sul percorso verso la redditività migliorando il tasso medio di ricavo per utente (ARPU) tramite servizi premium per i merchant e prodotti finanziari integrati (es. conti business, incassi istantanei). L’effetto combinato ha ridotto la dipendenza dal finanziamento diluitivo, pur mantenendo investimenti in tecnologia e compliance.

Tecnologia e compliance: dal punto di vista tecnico, la scelta di un’architettura modulare e cloud‑native ha consentito aggiornamenti rapidi e scalabilità automatica durante i picchi di transazioni. La compliance è stata affrontata come un asset, non come un costo: certificazioni di sicurezza, aderenza alle direttive europee sui servizi di pagamento (PSD2) e collaborazioni con istituti autorizzati hanno accelerato l’adozione da parte di grandi retailer e banche, creando un vantaggio competitivo rispetto a soluzioni meno strutturate.

Esempio pratico: in una catena di negozi di medie dimensioni il tempo di checkout è calato mediamente del 30% dopo l’adozione della app, con un aumento delle transazioni elettroniche del 18% nel primo trimestre. Per i singoli utenti, la semplicità di inviare denaro tra contatti e pagare senza inserire dati della carta ha aumentato la frequenza d’uso, trasformando l’app da strumento occasionale a strumento quotidiano.

Implicazioni future

Le lezioni di questo caso offrono indicazioni utili per altre start‑up italiane: costruire valore significa pensare contemporaneamente a lato consumer e lato merchant, investire in compliance e sicurezza e scegliere una tecnologia che permetta di scalare senza rialzi di costo esponenziali. Sul fronte regolatorio, la tendenza europea alla maggiore tutela dei consumatori e a regole più stringenti sui servizi di credito e BNPL impone prudenza ma crea al contempo barriere d’ingresso per i concorrenti meno solidi, premiando chi ha investito per tempo in governance.

Per il sistema economico italiano, la diffusione di soluzioni di pagamento digitali robuste può significare maggiore efficienza per le PMI, riduzione del sommerso e nuove opportunità di cross‑selling finanziario. Tuttavia, la sfida rimane culturale: aumentare la fiducia degli utenti e migliorare l’alfabetizzazione digitale restano condizioni necessarie per passare dalla nicchia alla massa critica.

In conclusione, la storia di questa fintech dimostra che in Italia è possibile costruire modelli di business tecnologici e sostenibili, a patto di combinare user experience, solidità regolatoria e focus sul cliente professionale. Le start‑up che sapranno integrare questi elementi avranno maggiori probabilità di trasformarsi da promettenti progetti a infrastrutture essenziali dell’economia digitale nazionale.

Ricomporre la geografia del valore: deglobalizzazione, automazione e le nuove regole della manifattura globale

Negli ultimi anni la geografia della produzione globale è cambiata più rapidamente di quanto molti analisti avessero previsto. Tra spinte alla deglobalizzazione, aumenti nei costi di trasporto e accelerazione dell’automazione, le catene del valore internazionali si stanno ricomponendo. Questo articolo analizza i fattori che guidano la trasformazione, presenta esempi concreti di re-shoring e diversificazione produttiva, e discute le implicazioni strategiche per imprese e decisori pubblici.

Il contesto: crisi sanitarie, shock energetici e tensioni geopolitiche hanno messo alla prova il modello di globalizzazione oligopolistica che ha dominato gli ultimi trent’anni. Aziende e governi hanno dovuto confrontarsi con interruzioni nelle forniture, volatilità dei prezzi e vulnerabilità strategiche. Parallelamente, i progressi nell’automazione, nella robotica e nella manifattura additiva rendono più economico produrre vicino ai mercati finali. Questo mix ha generato una riconsiderazione delle strategie di localizzazione produttiva.

Analisi: rischi e opportunità

1) Deglobalizzazione e diversificazione delle filiere. La riduzione della dipendenza da un singolo paese o da pochi fornitori è diventata prioritaria. Molte grandi imprese stanno adottando strategie multimodali: reshoring parziale nei mercati chiave, nearshoring verso Paesi vicini con costi competitivi, e multilateral sourcing per componenti critici. Questo approccio aumenta resilienza, ma può comportare costi unitari più elevati e minori economie di scala.

2) Automazione come moltiplicatore di competitività. L’adozione di robotica collaborativa, sistemi di visione artificiale e fabbriche intelligenti riduce il peso della manodopera nei costi unitari, rendendo sostenibile la produzione in mercati a costo del lavoro più elevato. Aziende in settori come l’elettronica, l’automotive e i macchinari industriali stanno investendo per abbattere i tempi di riconfigurazione della linea produttiva e aumentare la flessibilità.

3) Influenza delle politiche pubbliche. Incentivi fiscali, sovvenzioni per tecnologie strategiche e misure per attrarre investimenti diretti esteri stanno ridisegnando il quadro competitivo. Paesi e blocchi economici che offrono stabilità normativa, infrastrutture avanzate e formazione tecnica guadagnano terreno. Allo stesso tempo, misure protezionistiche o restrizioni agli scambi possono frammentare ulteriormente i mercati.

Esempi ed evidenze pratiche

Un caso emblematico è quello dell’industria automobilistica: la transizione verso veicoli elettrici ha spinto produttori e fornitori a rivedere la localizzazione delle supply chain, per ridurre tempi e costi logistici delle batterie e dei componenti elettronici. Alcune aziende hanno riportato stabilimenti in Europa per assicurare accesso a incentivi e vicinanza ai mercati. Analogamente, nel settore dell’elettronica di consumo alcuni brand hanno adottato catene miste: assemblaggio vicino al mercato europeo e produzione di componenti in Paesi a basso costo, con crescente investimento in automazione locale.

Nel frattempo, Paesi del Sud-Est asiatico continuano a guadagnare quote grazie a manodopera qualificata e politiche attrattive, ma la loro crescita è ora sfidata da nearshoring in regioni come l’Europa orientale e il Messico, che offrono tempi di consegna inferiori ai mercati finali.

Implicazioni future

Per le imprese: la priorità sarà la gestione dinamica della resilienza. Le strategie vincenti combineranno flessibilità produttiva, digitalizzazione della supply chain e modelli di approvvigionamento che bilanciano costo e rischio. Investire in capitale umano con competenze digitali e tecniche diventerà imprescindibile per sfruttare appieno l’automazione.

Per i governi: occorrerà costruire ecosistemi competitivi che includano infrastrutture logistiche avanzate, regolamentazione favorevole all’innovazione e programmi di formazione mirati. Politiche industriali lungimiranti dovranno evitare il protezionismo fine a sé stesso e puntare invece a creare valore aggiunto locale.

A livello internazionale: ci aspetta un’economia globale più segmentata ma anche più resiliente. L’interdipendenza non sparirà, ma sarà ridefinita da relazioni multiple e da maggiore attenzione alla sicurezza delle catene critiche. I Paesi che sapranno coniugare stabilità politica, investimenti in tecnologia e capitale umano avranno un vantaggio duraturo.

Conclusione: la riconfigurazione delle catene del valore è una sfida e un’opportunità. Le imprese italiane ed europee, in particolare, possono trarre vantaggio dalla transizione se accettano di investire in automazione, formazione e in una visione strategica di medio termine. In un mondo dove la localizzazione conta sempre di più, il successo dipenderà dalla capacità di combinare efficienza, innovazione e resilienza.

Industria italiana al bivio: transizione verde, produttività e la sfida delle competenze

L’economia italiana si trova oggi di fronte a scelte strategiche che decideranno la sua capacità di crescere in modo sostenibile. Mentre la ripresa post-pandemia ha lasciato segnali alterni — con settori tradizionali ancora solidi ma con livelli di produttività inferiori rispetto ai partner europei — la transizione verde e la digitalizzazione offrono opportunità significative. Questo articolo analizza lo stato dell’industria italiana, con dati, esempi e le implicazioni future per imprese, mercato del lavoro e policy pubbliche.

Contesto

L’industria manifatturiera resta un pilastro dell’economia italiana: dai distretti del Nord-Est ai comparti specializzati del Centro-Sud, il made in Italy continua a competere su qualità e know‑how. Tuttavia, la sfida è duplice. Da un lato bisogna modernizzare impianti e processi per recuperare produttività; dall’altro occorre affiancare la transizione energetica per rispettare obiettivi climatici e ridurre i costi di lungo periodo.

Analisi: performance, investimenti e casi concreti

La produttività totale dei fattori in Italia è rimasta indietro rispetto alla media europea: anni di investimenti insufficienti e un tessuto produttivo dominato da micro e piccole imprese hanno contribuito a questo gap. Le PMI rappresentano oltre il 90% delle imprese attive e costituiscono sia una forza — per flessibilità e specializzazione — sia una debolezza quando si tratta di effettuare transizioni tecnologiche che richiedono capitali e competenze specifiche.

Gli investimenti in tecnologie digitali e in efficienza energetica sono aumentati, sostenuti anche dalle risorse del PNRR e dagli incentivi fiscali. Esempi virtuosi emergono da distretti come quello emiliano (meccanica e automotive), dove aziende medie hanno adottato linee produttive integrate con sensori IoT per manutenzione predittiva, riducendo fermo impianto e costi. Nel settore moda, marchi che hanno digitalizzato la filiera hanno migliorato tempi di reazione alle tendenze e ridotto scarti, con benefici sia economici che ambientali.

Parallelamente, la transizione energetica sta trasformando i costi strutturali: investimenti in fotovoltaico, cogenerazione e incremento dell’efficienza termica nelle aziende manifatturiere permettono di contenere la volatilità delle bollette. Alcune grandi imprese hanno già firmato accordi per approvvigionamento di energia rinnovabile a lungo termine; per molte PMI la strada è collaborare in aggregati energetici o partecipare a piattaforme di acquisto comuni per ottenere economie di scala.

Un’altra leva cruciale è la formazione. Le imprese segnalano gap di competenze soprattutto in ambiti digitali (data analysis, automazione) e green (gestione dell’efficienza energetica, eco-design). Modelli di successo combinano formazione interna, apprenticeship e collaborazioni con istituti tecnici e università. Alcune regioni hanno lanciato programmi per potenziare curricula tecnici in funzione delle esigenze delle filiere locali, specie nei settori metalmeccanico e agroalimentare.

Implicazioni future

Le scelte dei prossimi anni determineranno se l’Italia potrà rilanciare crescita e occupazione di qualità. Tre linee di intervento appaiono decisive: 1) accelerare investimenti in digitalizzazione e green tech, favorendo l’accesso al credito per le PMI e semplificando iter autorizzativi; 2) rafforzare politiche attive del lavoro e formazione continua, con focus su competenze tecniche e manageriali per la trasformazione delle filiere; 3) promuovere aggregazioni industriali e reti d’impresa per aumentare scala e capacità di investire in transizione energetica.

Se implementate in modo coordinato, queste misure possono tradursi in maggiore resilienza ai shock esterni, aumento delle esportazioni a valore aggiunto e creazione di posti di lavoro qualificati. Al contrario, il mantenimento dello status quo rischia di amplificare il gap competitivo con altri paesi UE più veloci nel rinnovamento produttivo.

Per le imprese italiane la transizione non è solo onere normativo o costo: è opportunità per rafforzare il posizionamento internazionale basato su qualità, sostenibilità e design. Le istituzioni nazionali e locali, il mondo della formazione e il sistema finanziario hanno la responsabilità di creare condizioni che consentano alle imprese di trasformare queste opportunità in risultati concreti. La posta in gioco è alta: rigenerare produttività e occupazione senza rinunciare alla vocazione manifatturiera che ha fatto la forza dell’Italia.

Cybersecurity, l’Italia investe: 2,78 miliardi di euro nel 2025

C’è un prima e un dopo nel mercato della sicurezza informatica, e la frontiera è il 2025. Dall’anno scorso, infatti, gli attacchi sono diventati più sofisticati, più veloci, più difficili da intercettare. E le aziende italiane lo hanno capito sulla propria pelle.

Secondo i dati dell’Osservatorio Cybersecurity & Data Protection del Politecnico di Milano, il mercato italiano della cybersecurity ha raggiunto nel 2025 i 2,78 miliardi di euro, con una crescita del 12% rispetto all’anno precedente. Un ritmo leggermente più contenuto rispetto al +15% del 2024 e al +16% del 2023, ma comunque solido, soprattutto se confrontato con l’aumento medio della spesa digitale, fermo all’1,5%.

Il 34% delle grandi imprese ha subito almeno un attacco informatico 

I numeri raccontano una pressione costante. Nel 2025 il 34% delle grandi imprese italiane ha subito almeno un attacco informatico con costi rilevanti di ripristino. Per il 3% l’impatto è stato tale da compromettere l’operatività. Non parliamo più di rischi teorici: il problema è concreto, e costa caro.

Non sorprende quindi che il 57% delle aziende abbia rivisto in modo strutturale i propri piani di incident response. E sette grandi imprese su dieci prevedono di aumentare il budget nel 2026. La sicurezza, ormai, non è più una voce accessoria.

L’intelligenza artificiale aumenta i rischi

C’è poi il capitolo AI. Il 71% dei CISO italiani ritiene che l’intelligenza artificiale stia aumentando il rischio cyber. Gli attaccanti sfruttano agenti capaci di automatizzare fino all’80-90% delle catene d’attacco, rendendo possibili offensive complesse anche a chi non ha competenze tecniche avanzate.

Ma il vero tallone d’Achille resta il fattore umano. Per il 96% dei responsabili sicurezza è la prima criticità in azienda, aggravata dalla diffusione di strumenti di AI consumer usati senza adeguate policy. Più tecnologia significa più opportunità, ma anche più margini di errore.

Il tema della sovranità digitale

Sul fronte normativo, direttive come NIS2, Cyber Resilience Act, AI Act e Data Act stanno spingendo i board a occuparsi direttamente di cybersecurity: il 57% delle grandi imprese segnala un’attenzione crescente ai vertici. Il 56% cerca di integrare gli adempimenti per evitare sovrapposizioni e inefficienze.

Intanto emerge con forza il tema della sovranità digitale. Il 73% delle aziende considera la provenienza geografica dei fornitori quando sceglie soluzioni cyber, privilegiando opzioni europee per ridurre dipendenze critiche.

C’è ancora carenza di talenti

La spesa si concentra soprattutto su servizi, in particolare Managed Security Services, cresciuti più delle soluzioni tecnologiche. In un mercato segnato dalla carenza di competenze – che riguarda quasi 9 grandi imprese su 10 – esternalizzare diventa una scelta quasi obbligata.

Nonostante l’83% delle aziende presidi stabilmente il rischio cyber, solo il 28% può dirsi davvero orientato alla cyber-resilienza, integrando monitoraggio continuo, analisi d’impatto, simulazioni avanzate e uso strutturato dell’AI.

L’uso dell’AI mette a rischio l’attendibilità di sondaggi e ricerche online

L’Intelligenza artificiale mette seriamente a rischio l’affidabilità delle ricerche basate su survey. Poiché l’AI è sempre più capace di simulare il comportamento umano alcuni studi indicano che una quota non trascurabile delle risposte ai sondaggi condotti online, variabile dal 4% al 90% in alcune popolazioni, può essere falsa o fraudolenta. 
È quanto sostengono tre ricercatori dell’IMT School for Advanced Studies Lucca e dell’Università di Cambridge in un commento pubblicato sulla rivista Nature.

L’uso crescente di agenti di AI in grado di compilare questionari con poca o nessuna supervisione umana rappresenta infatti un cambiamento strutturale nel problema delle frodi nei sondaggi.
Soprattutto di quelli a tema politico, centrali nelle scienze sociali e nei processi democratici.

Dati potenzialmente contaminati dai sistemi automatici

“I problemi sono cambiati di scala”, scrivono gli autori, sottolineando come gli strumenti tradizionali per distinguere tra risposte umane e non umane non siano più efficaci.
Anche percentuali molto più basse di risposte falsate possono infatti avere effetti rilevanti. In presenza di effetti statistici piccoli, una contaminazione dei dati pari al 3%–7% può invalidare le conclusioni di una ricerca.

“Non possiamo più dire se chi risponde sia una persona o no, e il risultato è che tutti i dati sono potenzialmente contaminati”, spiega Folco Panizza, ricercatore dell’IMT School for Advanced Studies Lucca e tra gli autori del commento.
Piattaforme ampiamente utilizzate per la raccolta di dati, come Amazon Mechanical Turk, Prolific e Lucid, consentono da anni di ottenere rapidamente grandi quantità di risposte a basso costo, ma sono oggi particolarmente vulnerabili alla manipolazione da parte di sistemi automatici.

Modelli avanzati riescono a produrre risposte fluide, coerenti e contestualizzate

I tradizionali strumenti di controllo, come i CAPTCHA o le domande di attenzione inserite nei questionari, risultano sempre meno efficaci di fronte a modelli avanzati capaci di produrre risposte fluide, coerenti e contestualizzate, spesso migliori di quelle umane.

Gli autori propongono quindi un cambio di strategia su più livelli. Da un lato suggeriscono di analizzare i cosiddetti ‘paradata’, come la velocità di digitazione, l’uso del copia-incolla e altri pattern comportamentali, per individuare risposte statisticamente improbabili per un essere umano. Dall’altro indicano necessità di fare maggiore affidamento su panel di ricerca basati su campioni probabilistici o partecipanti con identità verificate.

…e continuano ad adattarsi ai tentativi di rilevazione

La proposta più radicale consiste però nel ribaltare la logica della rilevazione delle frodi, progettando test che sfruttino i limiti del ragionamento umano piuttosto che le debolezze dell’AI.

Ma nessuna soluzione singola sarà sufficiente, riferisce AGI, poiché i sistemi di AI continuano ad adattarsi ai tentativi di rilevazione.
Per proteggere la credibilità della ricerca nelle scienze sociali, ricercatori, piattaforme e finanziatori sono quindi chiamati a ripensare con urgenza gli standard di integrità dei dati, combinando campioni di maggiore qualità, strumenti di controllo più sofisticati e maggiore trasparenza.

AI, robot, VR: come trasformano la famiglia

Intelligenza artificiale, robot, realtà virtuale oggi stanno ridefinendo abitudini, relazioni e momenti di condivisione all’interno delle famiglie italiane. Le nuove tecnologie schiudono nuove opportunità, ma prospettano anche nuove responsabilità in termini di sicurezza, soprattutto per bambini e ragazzi.

Secondo una ricerca globale condotta da Kaspersky, per il 68% degli italiani nel prossimo decennio la digitalizzazione modificherà radicalmente i passatempi condivisi delle famiglie, delineando un futuro in cui i legami saranno sempre più mediati da tecnologie avanzate, capaci di creare nuovi rituali e nuove sfide.
Ad esempio, il 35% degli intervistati immagina che presto sarà l’AI a raccontare la favola della buonanotte ai bambini.

La favola digitale della buonanotte

Già oggi, app e smart device offrono storie narrate dall’AI, con personaggi personalizzabili e colpi di scena dinamici. Per i genitori rappresentano un supporto innovativo. Per i bambini, un narratore interattivo dalla pazienza infinita.

Nel frattempo, il 15% delle famiglie prevede che i bambini preferiranno animali domestici digitali a quelli reali. È importante però sottolineare che sebbene I’AI abbia un grande potenziale per arricchire la vita dei più piccoli, richiede attenzione e controllo.
Quando i bambini interagiscono con l’AI per ascoltare storie o imparare, i genitori devono adottare un approccio proattivo. Diventa fondamentale scegliere servizi che non memorizzino né utilizzino in modo improprio dati dei bambini.

Spegnere le candeline in videochiamata

Le interazioni con l’AI possono essere considerate come un nuovo parco giochi digitale. Uno spazio in cui i genitori possono usare strumenti di parental control per limitare la durata delle sessioni, selezionare piattaforme di narrazioni basate su AI verificate e adatte all’età. E, soprattutto, mantenere un dialogo su cosa siano queste storie e come vengono create. L’AI è uno strumento, non un amico.

Il 24% degli italiani prevede che le feste in famiglia si svolgeranno sempre più spesso tramite videochiamate. Una tendenza accelerata dai recenti eventi globali e oggi considerata una costante per le famiglie geograficamente distanti.
Allo stesso tempo, il 10% immagina vacanze in famiglia interamente vissute nella realtà virtuale. Può sembrare fantascienza, ma solo dieci anni fa l’attuale diffusione dell’AI generativa da molti non era stata prevista.

Affezionarsi al robot domestico 

Non sorprende quindi che il 36% degli italiani consideri i robot domestici veri e propri membri della famiglia, compagni dotati di intelligenza (artificiale), capaci di insegnare, giocare o semplicemente fare compagnia.
Dal punto di vista degli hacker, però, ogni nuovo dispositivo, dai visori VR alle tate robotiche, rappresenta un potenziale punto di accesso.

Man mano che queste tecnologie entrano nella cerchia familiare la sicurezza deve diventare un pilastro fondamentale, non un semplice ripensamento. Anche perché, la maggioranza delle persone pensa che il futuro sarà caratterizzato da una fusione sempre più stretta tra esperienze digitali e fisiche, capace di creare nuove forme di convivenza.

AI e flussi urbani: l’algoritmo modifica struttura e dinamiche delle città

Come supportare le amministrazioni pubbliche a comprendere e governare l’impatto delle tecnologie digitali sulla vita delle città? Con l’aiuto degli algoritmi dell’Intelligenza artificiale.
L’Intelligenza artificiale sta infatti modificando non solo i nostri comportamenti di mobilità, ma anche la struttura e le dinamiche delle città. Il sistema complesso che emerge dall’interazione tra algoritmi, persone e spazio urbano rivela come la distribuzione delle visite e la polarizzazione dei luoghi incidano sulle trasformazioni urbane.

Lo dimostra una ricerca pubblicata sulla rivista Machine Learning, condotta dall’Istituto di scienza e tecnologie dell’informazione ‘A. Faedo’ del Consiglio nazionale delle ricerche di Pisa (Cnr-Isti), in collaborazione con l’Istituto di calcolo e reti ad alte prestazioni del Cnr di Palermo (Cnr-Icar) e la Scuola Normale Superiore di Pisa.

“Modellare il feedback loop nel contesto urbano”

“Questo è il primo studio che modella in modo esplicito il feedback loop nel contesto urbano, cioè il ciclo di influenza reciproca tra sistemi di raccomandazione (recommender systems alla base di piattaforme online come Google Maps, Trip Advisor, Yelp, TheFork) e comportamenti umani, evidenziando come i ‘consigli’ delle app (le ‘raccomandazioni), le scelte individuali e le trasformazioni urbane siano strettamente interconnesse – afferma Luca Pappalardo del Cnr-Isti -. L’obiettivo della ricerca non è misurare ‘quanto è accurato il sistema di raccomandazione’, ma capire che tipo di città produce nel medio e lungo periodo. Abbiamo studiato come le scelte guidate dagli algoritmi ridefiniscono luoghi, interazioni sociali e opportunità spaziali: in altre parole, come cambiano i flussi urbani”.

Dove andare? Le scelte individuali influenzano le dinamiche collettive

Da un lato, i sistemi di raccomandazione possono aumentare la varietà dei luoghi frequentati da ciascun individuo, invitando le persone a scoprire posti nuovi. Dall’altro, però, sul piano collettivo tendono a concentrare il traffico su un numero ridotto di luoghi popolari, rafforzando le disuguaglianze tra diverse aree urbane.
Per esplorare questi effetti, i ricercatori hanno sviluppato un simulatore in grado di modellare il ciclo umano-AI nel contesto urbano: suggerimento, decisione, dato, adattamento.

“Studiamo l’effetto dei location-based recommenders, algoritmi che suggeriscono dove andare in base alle abitudini degli utenti, osservando non solo le scelte individuali, ma anche le dinamiche collettive che ne derivano, come la concentrazione delle visite o la polarizzazione dei luoghi”,  spiega Giovanni Mauro della Scuola Normale.

Il futuro delle tecnologie digitali nelle città richiede consapevolezza civica

“La portata del lavoro è anche strategica e culturale – aggiunge Marco Minici del Cnr-Icar – È un cambio di paradigma: non valutiamo più l’algoritmo in astratto, ma come attore urbano. Il futuro dell’AI nelle città richiede consapevolezza civica. Progettare algoritmi che non ottimizzino solo il singolo, ma anche l’equità spaziale, l’accessibilità e la salute sociale delle città”.

Italia più calda e soggetta a eventi estremi: il clima che verrà

La fine del secolo ci sembra un appuntamento lontanissimo. Eppure è molto più vicina di quanto si possa pensare e, soprattutto, porterà uno stravolgimento del clima se non sapremo correre ai ripari. I segnali del cambiamento climatico sono già sotto i nostri occhi.

Secondo uno studio dell’ENEA, entro il 2100 l’Italia e l’intero Mediterraneo saranno più caldi e, in media, più secchi. Le piogge saranno meno frequenti, ma al contempo aumenteranno frequenza e violenza degli eventi estremi. Una combinazione che racconta un clima meno prevedibile e più difficile da gestire.

Cosa accade sul territorio

Per la prima volta, uno studio simile ha seguito un metodo innovativo. I ricercatori hanno utilizzato proiezioni climatiche regionali ad altissima risoluzione, capaci di scendere fino a cinque chilometri. In pratica, una lente che permette di osservare il clima quasi quartiere per quartiere.

Maria Vittoria Struglia, ricercatrice ENEA e coordinatrice del lavoro, spiega che questo livello di dettaglio è fondamentale per capire cosa può davvero accadere a livello locale e per costruire strategie di adattamento che non siano uguali per tutti.

Dal clima che conosciamo a quello del 2100

Per arrivare alle proiezioni future, il team ha confrontato il clima recente, dal 1980 al 2014, con quello atteso fino alla fine del secolo. Le simulazioni tengono conto di tre diversi scenari: da quelli più attenti alla sostenibilità ambientale a quelli in cui la riduzione delle emissioni resta sullo sfondo.

Il risultato è una mappa dettagliata degli effetti possibili su temperature e precipitazioni lungo tutta la Penisola.

Le aree montuose più a rischio

Le aree montuose sono tra le più esposte al cambiamento climatico. Nello scenario più severo, le temperature estive potrebbero aumentare fino a 4,5 gradi, con rialzi importanti anche in autunno.

Un cambiamento netto, che i modelli climatici globali tendono a smussare, ma che a livello locale può tradursi in meno neve, ghiacciai in sofferenza e risorse idriche sempre più incerte.

Meno pioggia, ma molto più violenta

Nel complesso, il clima italiano tenderà a diventare più secco, soprattutto in estate. Ma il dato forse più critico riguarda le piogge estreme. Nei due scenari più critici aumenteranno frequenza e intensità degli eventi violenti, in particolare al Nord e sulle Alpi.

L’autunno rischia di diventare la stagione delle alluvioni improvvise, mentre inverno e primavera mostrano differenze marcate tra Alpi occidentali e orientali. Un mosaico complesso, che cambia da zona a zona.

Prepararsi al domani

Secondo ENEA, le simulazioni regionali ad alta risoluzione sono uno strumento decisivo per prepararsi al futuro. Il Mediterraneo è un’area fragile, con territori molto diversi tra loro e una forte esposizione agli eventi estremi.
Capire dove e come colpiranno permette di agire prima, non dopo. Perché il clima che verrà non è una teoria: è una realtà che si sta già realizzando.

Intelligenza artificiale: quanto “pesa” nella vita degli europei?

L’intelligenza artificiale generativa oggi è diventata una realtà consolidata e non è certo uno strumento riservato agli addetti ai lavori. Nel giro di pochi anni è entrata nella nostra vita, un passo alla volta.

A certificarlo sono i dati diffusi da Eurostat, che raccontano come nel 2025 il 32,7% dei cittadini dell’Unione europea tra i 16 e i 74 anni abbia utilizzato almeno uno strumento di IA generativa. Una percentuale che rivela quanto stiano cambiando le nostre abitudini digitali.

Si utilizza principalmente per scopi personali

La maggior parte degli utenti europei si avvicina all’IA per motivi personali. In base ai dati raccolti da Eurostat, le persone la usano per motivi prettamente personali: scrivere testi, tradurre, cercare idee o semplicemente sperimentare.

Resta più marginale, ma comunque in crescita, l’impiego dell’IA in ambito lavorativo: oggi riguarda il 15,1% della popolazione. Ancora più contenuto l’uso legato all’istruzione, che si ferma al 9,4%. Questi numeri suggeriscono che la tecnologia è ancora più “domestica” che strutturata, e quindi in evoluzione.

Nel Nord Europa la diffusione maggiore

Guardando alla mappa dell’Unione, ci sono differenze significative tra i vari Paesi. L’adozione dell’intelligenza artificiale generativa è particolarmente alta in Danimarca, dove quasi una persona su due dichiara di averla utilizzata. Seguono Estonia e Malta, entrambe oltre il 46%.

Si tratta di realtà che da tempo investono in competenze digitali e infrastrutture tecnologiche, e che sembrano aver accolto l’IA con meno diffidenza.

Più cautela in Italia e Sud Europa 

All’estremo opposto si collocano Romania, Italia e Bulgaria. Nel nostro Paese, solo il 19,9% della popolazione rientrante nella fascia analizzata dichiara di aver usato strumenti di IA generativa nel 2025.

Un dato che fa riflettere e che racconta un approccio più prudente, forse legato a una minore familiarità digitale o a timori legati a questi strumenti. Non è solo una questione tecnologica, ma anche culturale.

Una vera rivoluzione

I dati di Eurostat, tratti dalle statistiche sull’uso delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione nelle famiglie e tra gli individui, restituiscono l’immagine di una rivoluzione silenziosa. L’intelligenza artificiale generativa avanza a passi irregolari, tra entusiasmi e resistenze. Non ha ancora conquistato tutti, ma è ormai è evidente che non possa essere ignorata.

La sensazione è che il vero salto avverrà nei prossimi anni, quando l’IA smetterà di essere percepita come qualcosa di “nuovo” e diventerà, semplicemente, uno strumento in più. Come è già successo, in fondo, con molte altre tecnologie digitali.

Space Economy: i numeri di un settore da 2 miliardi di valore aggiunto

Secondo i risultati emersi dal Conto tematico sull’economia dello spazio riferiti all’anno 2021 presentati dall’Istat, nel 2021 le imprese dell’economia dello spazio hanno generato una produzione pari a 8,0 miliardi di euro, impiegando poco più di 23mila addetti. Il valore aggiunto complessivo ammonta a 2,0 miliardi di euro, lo 0,1% del Pil.

Le unità incluse nel settore non-market che operano nell’economia dello spazio hanno generato un valore aggiunto di 0,4 miliardi di euro, impiegando 2,2mila addetti, con investimenti in R&S poco inferiori a 0,2 miliardi.
Il settore ha espresso flussi commerciali con l’estero per 2,1 miliardi di esportazioni e 1,6 miliardi di importazioni.
Gli investimenti fissi lordi in beni materiali sono circa 0,7 miliardi, mentre quelli in R&S ammontano a 0,6 miliardi.

La produzione delle attività “core” vale 4,1 miliardi

La componente upstream, che include le attività core del settore, impiega poco più di 14mila addetti, con un valore della produzione pari a 4,1 miliardi (1,3 miliardi valore aggiunto). Queste imprese attivano esportazioni per 1,8 miliardi e generano importazioni per 1,2 miliardi.

Nel complesso, le imprese operanti nella manifattura generano un valore aggiunto di circa 1 miliardo, lo 0,4% dell’ammontare complessivo del comparto, impiegando poco meno di 10,5 mila addetti (0,3% del totale).
Il valore aggiunto “space” generato nei servizi è di 955 milioni, con circa 12,6mila addetti, mentre le imprese appartenenti a gruppi multinazionali generano il 90% del valore aggiunto (1,8 miliardi, 20,5mila addetti).

Imprese Upstream votate all’export

Le imprese operanti nelle attività della componente upstream ricorrono in misura maggiore ai mercati esteri. Il loro grado di apertura internazionale, misurato come rapporto fra la somma di importazioni ed esportazioni e la produzione, è del 77% superiore a quello del resto dell’economia.

Questa maggiore internazionalizzazione è principalmente spiegata dalle esportazioni. Infatti mentre il grado di dipendenza dalle importazioni riscontrato per le imprese upstream (27%) è simile a quanto registrato per il resto dell’economia (29%), la propensione alle esportazioni (33%) è più che doppia (15%).
Le imprese upstream mostrano anche una maggiore diversificazione geografica dei mercati di destinazione (11,6 Paesi contro 7,5) e una più articolata differenziazione merceologica (13,1 prodotti esportati contro 9).

Gli ambiti di investimento, dai beni materiali alla R&S

Le imprese upstream sono caratterizzate da una propensione agli investimenti fissi lordi in beni materiali leggermente inferiore alle altre unità produttive, con un tasso di investimento pari a 16,4% contro 16,9%.
Un differenziale analogo (11,8% contro 12,1%), si osserva anche per il tasso di investimento depurato dalla componente fabbricati e macchinari, dove l’indicatore per le imprese upstream è pari a 8,1% contro l’8,4%.

Diversamente, la componente upstream mostra una maggiore tendenza alla produzione di R&S rispetto al resto del sistema (6,1% rispetto al 2,6%).
Una situazione simile si registra anche per la propensione all’investimento in R&S rispetto al resto del sistema produttivo, dove il rapporto fra investimenti in R&S e valore aggiunto è 11,9% contro 7,2%.